Tensioni geopolitiche, rischi energetici, tassi di interesse che potrebbero aumentare nei prossimi mesi. Sono gli elementi che guidano la ripresa del dollaro nei confronti delle altre valute. Dopo mesi di rafforzamento dell’euro, il biglietto verde è tornato a guadagnare terreno e ora è avvantaggiato da un contesto internazionale molto instabile. Quello che resta da vedere è se si tratta di un recupero temporaneo o duraturo.
«Sul fronte dei cambi si possono fare solo previsioni di breve periodo», premette Gianni Piazzoli, cio di Vontobel Wealth Management Sim. «Tutto dipende dalla chiusura dello Stretto di Hormuz e, una volta riaperto, dai rischi di eccessiva gradualità per la ripresa di un flusso di 20 milioni di barili al giorno di prodotti energetici».
A questo proposito il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sostiene che la guerra nel Golfo finirà nel giro di due o tre settimane. Ma non è la prima volta che il tycoon garantisce che la conclusione del conflitto sia dietro l’angolo. Nel frattempo i transiti nello Stretto di Hormuz, da cui passa circa un quinto del petrolio mondiale, restano contingentati.
Scontri e rallentamento delle consegne hanno fatto impennare i prezzi del greggio e del gas nell’ultimo mese, finendo per favorire il dollaro. «La prima reazione dei mercati è stata netta. La preferenza è andata ad asset a valute di Paesi meno dipendenti dalle importazioni in arrivo dal Golfo, tra cui gli Usa», evidenzia Piazzoli.
Gli Usa, a differenza dell’Europa, sono grandi esportatori di petrolio e da quando hanno attaccato l’Iran insieme a Israele, a fine febbraio, hanno visto il loro business crescere. L’export statunitense di prodotti petroliferi raffinati - tra cui benzina, nafta, gasolio e carburante per aerei - è infatti cresciuto fino a 3,1 milioni di barili al giorno a marzo 2026, secondo i dati del servizio di monitoraggio delle navi Kpler riportati da Reuters. Si tratta del livello mensile più alto dal 2017.
«I termini di scambio delle economie esportatrici nette di energia sono migliorati dall’inizio della guerra, il che spiega perché le loro valute abbiano tenuto meglio», commenta Claudio Wewel, fx strategist di J.Safra Sarasin. «Dato che l’economia statunitense ha raggiunto l’autosufficienza energetica il dollaro tende a comportarsi in modo simile alle valute legate alle materie prime, rafforzandosi in presenza di prezzi energetici più elevati. Inoltre, il dollaro continua a fungere da bene rifugio».
L’altro bene rifugio tradizionale, l’oro, ha invece subìto un netto ridimensionamento delle quotazioni dall’inizio delle ostilità, anche per effetto del parallelo rafforzamento del biglietto verde. In marzo il lingotto ha infatti ceduto quasi il 15%, assestandosi intorno a 4.600 dollari l’oncia. I massimi storici di gennaio, quando il metallo giallo viaggiava sopra 5.100 dollari, sono lontani.
«Per quel che riguarda l’oro, la prospettiva di tassi d’interesse più elevati non aiuta un asset privo di rendimento cedolare, anche se la correzione repentina è da collegarsi a prese di beneficio e vendite legate al sell-off dell’azionario», sottolinea ancora Piazzoli. In più, il mese scorso «i classici punti di riferimento hanno deluso, mentre i mercati rafforzavano le aspettative di ulteriori rialzi dei tassi, spingendo in alto i rendimenti reali e sostenendo il dollaro», aggiunge Laura Cooper, global investment strategist e head of macro credit di Nuveen.
L’ultimo fattore che sostiene la valuta statunitense sono quindi i tassi di interesse. Il mercato al momento prezza tre aumenti da 25 punti base dei tassi Bce da qui a fine anno, con il primo inasprimento atteso nella riunione della Banca Centrale Europea di giugno. Poi c’è la Federal Reserve che, invece di tagliare i tassi, potrebbe mantenerli invariati nel 2026. Questo «basta per ipotizzare molto vento a favore del dollaro almeno nel breve periodo», conclude Piazzoli. (riproduzione riservata)