Il successo di Mark Carney alla testa del Liberal Party nelle elezioni in Canada ripropone la riflessione sul ruolo di ex governatori di banche centrali che passano alla politica. Carney è stato al vertice dell’Istituto centrale del Canada, poi della Banca d’Inghilterra (a tal fine superando una specifica selezione), contemporaneamente ha ricoperto la carica di presidente del Financial Stability Board, oltre ad altre cariche presso la Banca dei regolamenti internazionali con sede a Basilea e presso l’Onu, quale delegato per il clima. Carney, quando è entrato nell’agone elettorale nel suo Paese, ha abbastanza presto ribaltato i sondaggi che davano nettamente in testa il conservatore Pierre Poilievre e, al voto, ha sfiorato, per soli tre seggi, la maggioranza assoluta della Camera.
L’arma vincente è stata la fermissima posizione nei confronti di Donald Trump con le sue mire di distruzione e di annessione del Canada che per Carney non avverrà mai e con gli Usa si tratterà alle condizioni del Canada. Insieme alla vittoria di Carney è stata, insomma, la sconfitta di Trump.
Altro che Canada cinquantunesimo Stato degli Usa. Alcuni ipotizzano che un nuovo sistema di relazioni e di scambi a livello globale possa formarsi, viste le posizioni di Trump, con un ruolo centrale, questa volta, del Canada dove, tra l'altro, si svolgerà il G7.
La riconosciuta competenza economica e finanziaria del banchiere centrale Carney e la sua esperienza di negoziatore hanno avuto, per ora, un ruolo fondamentale nel contrastare le decisioni trumpiane sui dazi per le importazioni, tanto da ridimensionare, dopo un po’, quelli applicati al Canada. Nella valutazione della situazione attuale, si deve rilevare che il transito dalle Banche centrali al governo di uno degli Stati del G7 è risultato positivo.
Di passaggi della specie abbiamo ampia esperienza con riferimento al vertice della Banca d’Italia, a cominciare da Bonaldo Stringher per passare a Luigi Einaudi, Carlo Azeglio Ciampi, Mario Draghi, Rinaldo Ossola, Lamberto Dini, Fabrizio Saccomanni, Daniele Franco. Einaudi e Ciampi - che rispettivamente erano stati anche vice presidente e presidente del Consiglio - poi furono eletti presidenti della Repubblica. Dini e Draghi sono stati presidenti del Consiglio. Sono state quasi sempre condizioni da stato di eccezione che hanno motivato questi passaggi, a cominciare da quello di Einaudi alla fine della seconda guerra mondiale, con tutti i problemi che bisognava affrontare per la ricostruzione.
Si possono considerare, questi transiti non avvenuti in Italia, la risposta, quanto meno con le cariche apicali di governo, non solo all’eccezionalità della fase, ma anche alla debolezza o inadeguatezza della classe politica al di là della teorizzazione, che pure è stata compiuta, dell’opportunità, se non qualcosa in più, di una scelta del premier al di fuori del parlamento per la qual cosa non esistono ostacoli costituzionali.
Un passaggio di questo tipo sarebbe, in effetti, più coerente se riguardasse, come accadde per Einaudi e Ciampi, la presidenza della Repubblica che concreterebbe l’assunzione della principale carica del Paese, la suprema magistratura dello Stato, fondata sulla terzietà, da parte di chi proviene da una istituzione che del pari deve operare secondo terzietà.
Non si può comunque trascurare che da Palazzo Koch si è attinto per le cariche in questione, dopo avere registrato ostacoli, insufficienze e inadeguatezze nel procedere diversamente in determinati contesti. Non è detto che in un futuro non certo prossimo - oggi manemus optime - l’argomento non potrà tornare in ballo trascinando con sé le questioni dei rapporti tra organi dello Stato, governo e parlamento, considerato lo storico ruolo di via Nazionale anche come Reserve de la Republique. (riproduzione riservata)