Le società di scommesse o che gestiscono giochi con vincita di denaro potranno tornare a essere sponsor delle squadre calcistiche e a fare pubblicità indiretta durante gli eventi sportivi, superando così il divieto imposto nel 2018 con il decreto Dignità. Questa è una delle novità – come anticipato da MF-Milano Finanza – approvate in Commissione Cultura e sport del Senato con il via libera alle linee d’indirizzo per la riforma del calcio italiano, di cui è relatore il senatore Paolo Marcheschi. Resta ferma la contrarietà delle opposizioni, soprattutto da parte del M5S con Luca Pirondini, capogruppo in Commissione.
Lo stop al divieto era da anni richiesto da Federcalcio, Lega Serie A, e dai club individualmente che lamentavano anche un difetto competitivo rispetto alla concorrenza estera. E infatti la modifica del divieto punta a sbloccare un business che ha tolto ai club italiani 100 milioni di entrate all’anno e che invece contribuisce per esempio, con una quota dell’1% alla costruzione di nuovi stadi o all’ammodernamento di quelli esistenti, alla promozione del calcio giovanile, a progetti con finalità sociali o specifici come la lotta alla ludopatia. Si aggiunge la richiesta di «maggiori agevolazioni fiscali» per le sponsorizzazioni in generale.
Il tutto senza dimenticare che l’obiettivo resta lo stesso del decreto Dignità, ossia «contrastare i fenomeni di ludopatia e allo stesso tempo le scommesse illegali che alimentano l’economia criminale, semplicemente abbiamo idee differenti su come raggiungerlo» ha sottolineato il ministro dello Sport, Andrea Abodi. Prima di precisare che «secondo lui ripristinare la pubblicità determina un discrimine tra il gioco legale e l'illegale, e abbiamo in più aggiunto l'impegno a reinvestire parte delle risorse per il contrasto alla ludopatia».
Altro aspetto che serve a tamponare la situazione di crisi finanziaria in cui versano diverse squadre italiane è l’aggiornamento della commercializzazione dei diritti audiovisivi: richiesta la negoziazione diretta diritti tv esteri con meno vincoli sullo sfruttamento dei diritti tv all’estero e anche una premialità nella distribuzione dei proventi per chi ha i bilanci in regola.
Serve inoltre, si legge nel pacchetto di riforma, una strategia di rilancio degli stadi sia attirando fondi privati sia prevedendo in alcuni casi specifici la cessione delle strutture pubbliche.
D’altronde «il 93% degli impianti è di proprietà pubblica», una percentuale alta a differenza di «altri contesti europei, come ad esempio Inghilterra e Germania». Ecco perché vanno al voto crediti fiscali e piani d’investimento da fondi privati, a supporto di budget pubblici non sempre adeguati. Inoltre, la dislocazione geografica degli stadi è disomogenea, sempre secondo lo studio: il 53% di tali impianti si colloca al nord, il 27%al centro e solo un 20% al sud. In particolare, sono circa 3 mila le strutture non funzionanti, dei quali il 52% collocati al sud, il 23% al centro e il 25% a nord.
Nella pratica, la riforma prevede la creazione di una cabina di regia e fondo speciale presso la presidenza del Consiglio dei ministri per un piano cosiddetto «Stadi e infrastrutture di interesse nazionale con particolare urgenza per Euro 2032». Allo stesso tempo si chiede di detassare piccoli e medi impianti, nonché iter amministrativi e burocratici semplificati, per alleggerire il lavoro dei sindaci. (riproduzione riservata)