Il calcio italiano ha bisogno di più risorse, di meccanismi premiali per le società che investono in calciatori giovani e italiani nonché per i club che hanno i conti in ordine, nonché di infrastrutture al passo con i tempi. D’altronde per la terza volta consecutiva, la Nazionale di calcio italiana non si è qualificata ai Mondiali. Serve una riforma del settore per «rendere sostenibile il calcio italiano in modo strutturale, senza aiuti di stato favorendo l’interesse collettivo nazionale per la valorizzazione di vivai, la crescita di giovani talenti selezionabili in Nazionale e la realizzazione di infrastrutture, senza invadere l’autonomia della Federazione Italiana Giuoco Calcio (Figc)». Questi gli obiettivi esplicitati nella relazione illustrativa che accompagna la bozza del ddl di riforma del calcio, presentata dal senatore di Fratelli d’Italia, Paolo Marcheschi, e visionata da MF-Milano Finanza.
Il governo, insomma, ci riprova, a un anno dal pacchetto di rinnovamento finito in un nulla di fatto, con una riforma strutturata in nove punti che cerca di intervenire sui principali problemi del comparto calcistico italiano, con un approccio interconnesso.
Si parte dal nodo economico-finanziario. La fotografia scattata dalla relazione illustrativa fa capire perché è necessario intervenire.
Il calcio professionistico italiano perde 730 milioni di euro all’anno e l’indebitamento totale ammonta a 5,5 miliardi di euro, con i ricavi che coprono solo l'83% del debito (contro il 97% del 2007/08). Tanto che dal 1986/87 al 2024/25, 194 società non sono state ammesse ai campionati professionistici in Italia per inadempimenti economico-finanziari e negli ultimi 13 anni sono stati inflitti 519 punti di penalizzazione per ragioni di bilancio.
Questo fa sì che le società preferiscano ingaggiare calciatori dall’estero, spesso più economici e soggetti a minori vincoli normativi per il tesseramento. Non stupisce che quindi, si legge nel ddl, siano i calciatori stranieri ad aver giocato la stragrande maggioranza (il 67,9%) dei minuti complessivi nel campionato di Serie A 2025/2026. Si tratta del sesto peggior dato in Europa, quasi doppiando il 39,6% della Spagna e il 48,3% della Francia.
Allo stesso tempo, in Italia non si investe sufficientemente sui giovani talenti. La Serie A non solo, evidenzia la bozza della riforma, è l'ottavo campionato più «vecchio» d'Europa, con un'età media dei calciatori di 27 anni; ma soprattutto è il 49° campionato al mondo su 50 per percentuale di minuti giocati da calciatori Under 21 selezionabili per la Nazionale, con appena l'1,9%. La quasi totale assenza di giovani italiani nei campionati professionistici «priva la Nazionale di un adeguato bacino da cui attingere talenti». A ciò si aggiunge che l'Italia è «ultima tra i grandi Paesi europei per ricavi generati nell'ultimo decennio da trasferimenti internazionali di calciatori formati nel paese».
Questo anche perché, aggiunge il ddl, «l'Italia non figura tra le prime dieci nazioni europee per numero di stadi costruiti o ammodernati tra il 2007 e il 2024». Un gap infrastrutturale che si riflette negativamente sulla competitività del sistema e sull'attrattività del prodotto calcio.
Per tamponare questi problemi serve un approccio multilaterale, che la bozza della riforma prova a delineare.
Sul piano delle entrate, viene ipotizzato un contributo del 2% sulle scommesse calcistiche (ex schedina Totocalcio, si tratta di circa 16 miliardi) da destinare alla FIGC: almeno metà delle risorse andrebbe ai settori giovanili e alle infrastrutture, mentre altre quote sarebbero dedicate alla lotta alla ludopatia, al calcio femminile e al movimento dilettantistico. A questo si aggiungerebbe un fondo alimentato da una parte delle sanzioni dell’Agcom contro la pirateria, destinato a vivai e impianti sportivi vetusti.
Il ddl propone inoltre la modifica dei criteri di ripartizione sui diritti televisivi della Serie A, per cui una quota dei ricavi verrebbe assegnata premiando l’utilizzo di calciatori giovani e italiani, nonché i bilanci in equilibrio nel medio periodo. E bonus anche per chi ha infrastrutture moderne.
Sul tavolo anche una riforma del lavoro sportivo. Partendo da agevolazioni Iva per i calciatori tra i 18 e i 23 anni, oltre all’introduzione di una copertura assicurativa privata obbligatoria contro gli infortuni. Spazio anche a una razionalizzazione del sistema previdenziale per il comparto calcistico.
Significativo anche l’intervento sui procuratori sportivi e gli agenti, uno dei costi principali per il sistema negli ultimi anni: le commissioni agli agenti hanno sfiorato quota 300 milioni nel 2025, il valore più alto di sempre. Ecco che il ddl punta a introdurre un tetto massimo alle percentuali riconosciute ai procuratori e a imporre maggiore trasparenza, grazie a un registro pubblico delle commissioni.
Inoltre, viene ipotizzata la figura di un commissario straordinario per la Figc per l’attuazione della riforma. Una figura che, si legge nella relazione illustrativa, servirebbe a «superare i vincoli che hanno finora paralizzato il sistema» e per «dare immediata esecuzione alle riforme che la stessa Federazione ha da tempo individuato ma non può attuare per vincoli statutari e per il conflitto di interessi tra le componenti», sottolinea il ddl. (riproduzione riservata)