Il Tesoro ha collocato due Btp a fine ottobre che hanno registrato una domanda record. Oltre 200 miliardi di euro, 15 volte l’offerta, per una dual tranche con scadenza 2031 (rendimento del 3,2%) e 2054 (rende il 4,279%). La domanda molto forte è giunta soprattutto dagli investitori esteri. E forse non c’è da stupirsi visto che l’agenzia di rating Fitch ha appena portato da stabile a positivo l’outlook sull’Italia. Venerdì sera 25 ottobre anche Dbrs Morningstar ha promosso l’Italia, alzando la prospettiva da stabile a positiva.
E poi l’inflazione in Eurozona è calata all’1,7% a settembre e allo 0,7% in Italia. Considerata la richiesta monstre piovuta sulla nuova carta e nonostante il calo dei tassi, conviene ancora investire in Btp dopo anni in cui i titoli del Tesoro a lungo termine sono stati i re incontrastati nei portafogli dei risparmiatori italiani?
A conti fatti, oggi il governativo decennale rende attorno al 3,5%, battendo ampiamente il carovita. Ed è soggetto ad una tassazione favorevole, il 12,5%, contro il 26% dei bond corporate e delle azioni. La tabella in fondo alla pagina riporta una scelta di 15 titoli già sul mercato, sia a tasso fisso che variabile, con un rendimento a scadenza che tocca il 4,22% nel caso del Btp al 2054, che stacca una cedola annuale lorda molto interessante, perché rende il 4,3%. Il Btp Valore al 2028, poi, paga una cedola del 4,1% e rende a scadenza attorno al 3%. Il titolo a tasso fisso al 2044 ha una cedola del 4,75% e a scadenza rende circa il 4%.
Il Btp non ha molti concorrenti in area euro. Il decennale della Grecia, per esempio, rende il 3,15% ed è meno liquido nel titolo di Stato italiano. «La forte domanda in occasione della recente emissione sindacata di Btp a 7 e 30 anni ha evidenziato una notevole partecipazione di investitori esteri», interviene Antonio Cesarano, Chef Global Strategist di Intermonte, «che per entrambi i bond hanno fatto registrare quote di sottoscrizione pari a circa l’81%. Questo andamento è stato il frutto di una migliorata percezione del rischio Italia, a seguito sia di un approccio rigoroso nella tenuta dei conti in un contesto di maggiore stabilità politica, sia al possibile effetto tendenziale sottopeso di altri Paesi dell’area». Qui Cesarano fa riferimento alle difficoltà economiche della Francia, «recentemente sottoposta a revisione al ribasso sia dell’outlook (Fitch) sia del rating (Scope Ratings). Queste indicazioni potrebbero supportare la continuazione del trend più favorevole all’Italia».
L’esperto di Intermonte avverte in tal senso che «la fine del 2024 potrebbe essere colpita da due fattori: l’esito delle elezioni Usa e l’evoluzione del contesto geopolitico, soprattutto in Medio Oriente. L’eventuale vittoria di Donald Trump potrebbe portare ad un contesto di tassi più elevati soprattutto negli Usa, ma in parte anche in Eurozona. La sua vittoria potrebbe infatti essere percepita come foriera di maggiori politiche espansive di spesa e, pertanto, inflattive. Inoltre, potrebbe portare ad un’intensificazione della guerra commerciale con l’Europa. Il tutto, a maggior ragione, se si verificasse lo scenario di Congresso dello stesso colore politico del presidente».
In termini di spread sul Bund tedesco, Cesarano ritiene che l’Italia potrebbe consolidare gli attuali livelli (120 punti base). Quanto ai rendimenti, la fase finale del 2024 potrebbe portare a tassi più elevati, avverte lo strategist, «visto il contesto post-elettorale statunitense e il possibile intensificarsi delle tensioni geopolitiche». Guardando al primo semestre 2025, la possibilità di raggiungere l’area del 3,15% dal 3,5% attuale (significa che il prezzo del Btp decennale, che si muove in direzione opposta al rendimento, è atteso salire) «è realistica», spiega Cesarano, a patto che si verifichino alcune condizioni. «Primo: marcato rallentamento della crescita, soprattutto in Germania. Secondo: inasprimento delle tensioni commerciali in grado di ridurre l’impatto delle esportazioni sul pil. Terzo: percezione di politiche rigorose sul fronte della tenuta dei conti. Quarto: tendenza alla riduzione della sovraesposizione a Paesi europei core (Germania in primis) e semicore (ad esempio Francia), a favore di Paesi del Sud Europa, tra cui l'Italia. Il principale rischio è rappresentato dall’intensificarsi delle tensioni geopolitiche, che potrebbe portare a un forte rialzo delle materie prime, petrolio in testa».
Giacomo Alessi, analista obbligazionario di Finint Private Bank, pone l’accento sul fatto che il 2024 è il «primo anno di taglio dei tassi da parte delle principali banche centrali mondiali dopo la spinta inflattiva che ha costretto i governatori a dare una stretta sulla liquidità». Questo si è tradotto in una discesa dei rendimenti globali e infatti, guardando ai tassi di un anno fa, emerge come il Btp decennale sia sceso molto più degli altri titoli di debito: 136 punti base dal 4,82% al 3,46%, mentre il Bund di 56 punti dal 2,82% al 2,26%, il Treasury Usa decennale di 60 punti dal 4,82% al 4,22%. Il movimento, ricorda Alessi, «è stato piuttosto brusco anche in termini di spread Btp-Bund, calato di circa 80 punti base nel giro di un anno, da 200 a 120 punti base».
Come si è visto, all’interno dei rendimenti dell’Eurozona l’Italia è ancora il Paese con il premio più alto rispetto al Bund, «con Paesi considerati critici come Portogallo, Grecia e Spagna che al momento vantano rispettivamente 42, 85 e 69 punti base di spread. Il differenziale rispetto al Bund, tuttavia, è un’opportunità per gli italiani che si sono ritrovati ad investire a livelli di rendimento più alti rispetto ai propri concittadini europei», sottolinea l’analista.
Prendendo spunto dal Btp 02/2034 emesso il primo settembre 2023, riprende Alessi, «notiamo un ritorno totale di oltre il 10% tra cedole pagate ed aumento del corso secco difficilmente battibile nei governativi dei Paesi sviluppati. La recente doppia emissione ha raggiunto una domanda complessiva di oltre 200 miliardi, che denota il grande stato di salute del debito pubblico e in generale della compattezza europea». Anche Alessi ritiene che nei prossimi mesi «il trend potrebbe rallentare essendo arrivati ad un livello di stallo dei rendimenti in rapporto all’inflazione. Tuttavia, è ancora possibile «che il Btp vada a testare i livelli del 3% per il decennale. Il governo sembra allineato ai dettami europei sul vincolo di bilancio e per ora il deficit della nuova legge di bilancio dovrebbe tornare al di sotto del 4% del pil». Inoltre, per la prima volta dal Covid, il disavanzo primario, ovvero la spesa al lordo degli interessi, «tornerà ad essere negativo (-0,1%/-0,3%) con un rapporto debito/pil in area 136,5%», conclude Alessi. (riproduzione riservata)