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Ignazio Lula da Silva, Presidente del Brasile
Ignazio Lula da Silva, Presidente del Brasile
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Brasile, il senso d’orgoglio di Lula tra minacce Usa e gelo con Pechino

di Guido Salerno Aletta
11 luglio 2025, 20:00

Aumenta la tensione tra i Paesi Brics. Il gigante sudamericano gioca un ruolo chiave nella partita ma la posizione del presidente Ignazio Lula da Silvia si complica

Tempi complessi per Ignazio Lula da Silva, Presidente del Brasile. Da una parte ha dovuto incassare il brusco raffreddamento dei rapporti con la Cina di Xi Jinping, dall’altra ha subíto un attacco politico violentissimo dal presidente statunitense Donald Trump che gli ha mosso accuse d’ogni genere sul piano del rispetto della legalità e delle libertà personali, in particolare di quella di manifestazione del pensiero.

Trump ha stigmatizzato la censura e le multe ai social media americani che operano in Brasile, comunicandogli che, per bilanciare le attuali barriere commerciali che limitano l’export Usa, a partire da agosto verrà imposta una tariffa del 50% sull’importazione di tutte le merci brasiliane. Ha infine minacciato di imporre ulteriori aumenti della stessa percentuale in risposta a eventuali misure di ritorsione.

Le assenze di Putin e Xi Jinping al summit dei Brics

Il vento era già cambiato al Vertice dei Brics che si è tenuto a Rio de Janeiro il 7 luglio scorso, non all’altezza delle aspettative di Lula: la contemporanea assenza del premier cinese Xi Jinping e la partecipazione solo in videoconferenza del presidente russo Vladimir Putin avevano vistosamente ridotto l’impatto mediatico globale dell’evento.

D’altra parte, di recente sembrano tutte un po’ logore le organizzazioni internazionali multilaterali: anche il G7 canadese del 16-17 giugno si era concluso in tono minore per via dell’assenza di Trump, che aveva abbandonato il summit alla fine della prima giornata dei lavori per inconciliabili posizioni con i partner sull’Ucraina. La stessa storica solidarietà tra Paesi fondatori dei Brics, e soprattutto l’ambizione di aggregare sempre nuovi membri, mostra qualche crepa.

Mentre la mancata partecipazione di Putin è stata generalmente ascritta al mandato d’arresto emesso a suo carico da parte della Corte di Giustizia internazionale, organismo riconosciuto dal Brasile, ben più intricati sono i motivi che avrebbero determinato l’assenza del premier cinese: è stata generalmente ascritta a una sorta di ripicca per le affermazioni assai ruvide nei confronti della Cina, relativamente alla censura delle opinioni sulla piattaforma Tik-Tok, che sarebbero state pronunciate dalla moglie di Lula al momento del brindisi di commiato della visita ufficiale svolta a Pechino nel maggio scorso.

Un motivo più plausibile è invece il vistoso rafforzamento delle relazioni politiche tra Brasile e India suggellato a margine dei lavori dei Brics, a tutto danno di Pechino che considera da sempre New Delhi un potenziale avversario e che ora è sempre più sospettosa nei suoi confronti per via del sostegno occidentale sia per soppiantarla come Fabrica del mondo sia per realizzare una Via del Cotone che rappresenti un’alternativa alla Belt and Road cinese. Ma questa intesa va a detrimento anche delle strategie di Trump che sta cercando di entrare a ogni costo nel mercato indiano: è lì che intende aumentare le esportazioni di cereali e tecnologia.

Lula si è mosso in anticipo, invitando a Brasilia il Primo ministro indiano Narendra Modi, cui ha concesso la più alta onorificenza brasiliana, il Gran Collare dell’Ordine Nazionale della Croce del Sud. E qui, in pompa magna, hanno firmato numerosi accordi di cooperazione che coprono aree molteplici, tra cui lo sviluppo del biofuel che ha ampia diffusione in Brasile e le costruzioni aeronautiche con Embraer.

Dazi al 50%? La dura risposta di Lula a Trump

Come se non fossero state sufficientemente provocatorie nei confronti degli Usa le conclusioni del summit di Rio, estremamente dure in ordine alla crisi umanitaria che colpisce la popolazione palestinese a Gaza e alle manovre tariffarie unilaterali messe in campo da Trump, la risposta del presidente americano non si è fatta attendere, vanificando i tanti mesi di trattative che in aprile avevano palesemente premiato il Brasile: nel definire, Paese per Paese, le aliquote tariffarie compensative, Trump l’aveva inserito tra i migliori partner commerciali, quantificando appena al 10% i dazi e le misure valutarie imposte dal Brasile alle importazioni dei prodotti americani e fissando sempre al livello minimo generale del 10% la tariffa compensativa.

Non poteva essere diversamente, visto che nelle relazioni tra Usa e Brasile il saldo commerciale è sempre stato attivo per Washington: per 6,8 miliardi di dollari nel 2024 e per 5,3 miliardi nel 2023, in forte calo rispetto ai 15,5 miliardi del 2022 e alle somme analoghe degli anni precedenti.

È questa progressiva autonomizzazione commerciale e strategica del Brasile dall’orbita statunitense il vero rischio che Trump cerca di evitare: dopo essere riuscito a disancorare l’Argentina del presidente Javier Milei e l’Arabia Saudita del primo ministro Mohammed bin Salman dai raccordi stretti con la Cina, convincendole a non dar seguito alla adesione ai Brics che avevano richiesto in precedenza, ora viene messo sotto pressione il Brasile di Lula.

Per giustificare i dazi del 50% da inizio agosto, Trump ha dovuto letteralmente cambiare le carte in tavola: smentendo le sue stesse precedenti valutazioni, ora ha accusato il Brasile di adottare pratiche commerciali scorrette, tariffarie e non, che ostacolano l’export americano e che determinano un deficit insostenibile che rappresenta una minaccia per l’economia e per la sicurezza nazionale Usa.

Solite minacce, solito invito a trattare: la lettera di Trump si conclude invitando il Brasile a rivedere le sue posizioni per consentire agli Usa di adottare opportuni aggiustamenti. Con gli Usa ci si trova sempre bene, si soggiunge con opportunistica ironia.

Lula ha replicato duramente: il Brasile è un Paese sovrano, che non ammette interferenze. Ne ha viste d’ogni colore nella sua lunghissima carriera politica: di fronte ad ammonimenti neppure velatamente neo-coloniali, ha giocato la carta dell’orgoglio nazionale. Basta vedere la loro bandiera, per capire che i brasiliani non si ritengono inferiori a nessuno: sono loro, e non gli Usa, il nuovo mondo. (riproduzione riservata)



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