Ancora nove giorni, poi si scoprirà se i mercati hanno vinto la scommessa sui dazi. Il 9 luglio scadono i termini temporali della tregua commerciale tra Usa e Ue, ma già da settimane gli investitori sono convinti che Donald Trump troverà un accordo con Bruxelles dopo quelli con Regno Unito e Cina.
L’intesa con Pechino ha riportato il sereno sui listini mondiali, scossi ad aprile dalle tariffe del Liberation Day. Col tempo, però, le borse hanno imparato a non prendere sul serio tutti gli annunci roboanti di Trump e sono tornate sui massimi grazie anche al dialogo ripartito su entrambe le sponde dell’Atlantico.
Così gli indici europei hanno archiviato il primo semestre in crescita. La parte del leone l’ha fatta il Dax, che nel 2025 ha guadagnato quasi il 21% e si è riportato a un passo dal record storico. Massimi da cui non sono troppo distanti nemmeno Ftse 100 e Cac 40, cresciuti a loro volta di circa l’8% e il 5%, anche se tutti e tre i listini hanno chiuso in rosso l’ultima seduta di giugno.
Solo il Ftse Mib è riuscito a scambiare poco sopra la parità (+0,1%), riportandosi a un passo da 40 mila punti, cioè a livelli che prima del 2025 non vedeva dalla crisi dei mutui subprime. Da gennaio Milano è rimasta dietro solo a Francoforte, merito di uno scatto del 16,4%. «La narrazione commerciale si fa più morbida», commenta Gabriel Debach, market analyst di eToro. «Gli Usa sembrano voler diluire l’intensità dei dazi sull’Ue e l’Eurozona si aggrappa all’idea che l’estate possa portare non solo turismo, ma anche stabilità».
Quest’anno le borse hanno contato anche sulla spinta dei titoli della difesa, sempre più tonici da quando la Commissione, e la Nato poi, hanno annunciato nuovi maxi investimenti nel settore. L’ultima seduta di giugno ne è la prova, dominata a Piazza Affari da Leonardo (+2,5%) e Iveco (+2,2%), che tratta la vendita della divisione militare.
Fuori dal paniere principale ha corso anche Fincantieri (+4,6%), che ha quantificato in 20 miliardi le opportunità in arrivo dalla difesa, mentre sul Ftse Mib hanno frenato le auto, con Stellantis (-3,5%) finita in fondo al listino.
La casa italo-francese è tra le più esposte ai dazi, che ormai non sembrano impensierire Wall Street. Il 30 giugno Nasdaq e S&P 500 scambiavano poco sopra la parità verso fine seduta, ma quanto basta per aggiornare ancora i massimi. Entrambi gli indici hanno guadagnato circa il 5% da inizio anno e ora aspettano le trimestrali per giustificare con i profitti una valutazione stellare, che per l’S&P 500 è di circa 22 volte gli utili attesi nei prossimi 12 mesi.
A cosa è dovuta? «A differenza dei rally precedenti, qui non c’è euforia, né un catalizzatore unico: c’è una combinazione di tregue», spiega Debach. «Sui mercati, sulla geopolitica e persino nella narrativa monetaria. Un equilibrio sottile, quasi illusorio, ma sufficiente a rilanciare l’appetito per il rischio».
L’incantesimo potrebbe spezzarsi nelle prossime settimane. Dopo l’ultima riunione la Fed ha ridotto le attese sul pil americano del 2025 all’1,4% (dall’1,7%) e si aspetta un’inflazione pce in crescita dal 2,7% al 3%. Il rischio insomma è la stagflazione, tema di cui si discuterà a Sintra nel forum dei banchieri centrali, iniziato ieri. All’evento parteciperà il numero uno della Fed, Jerome Powell, finito nel mirino di Trump perché vuole valutare gli effetti dei dazi sui prezzi prima di tornare a tagliare i tassi.
I continui attacchi hanno indebolito anche il 30 giugno la valuta americana, già ai minimi da ottobre 2021, e ora il cambio euro-dollaro ha messo nel mirino quota 1,18. In Europa, invece, l’inflazione continua a raffreddarsi e in Germania è calata a sorpresa al 2% a giugno, mentre in Italia è risalita all’1,7%, comunque sotto il target Bce. L’1 luglio arriveranno i dati sui prezzi Ue, ma intanto i valori sotto controllo hanno aiutato lo spread a scendere a 89 punti, ai minimi da febbraio 2021. (riproduzione riservata)