Dall’annuncio dei dazi contro tutto il mondo da parte di Donald Trump i mercati azionari sono in caduta libera. Dai massimi di febbraio a oggi il Nasdaq ha perso più del 22% del suo valore, l’S&P 500 oltre il 20%, mentre il Ftse Mib, che il punto più alto lo aveva toccato il 19 marzo, da quel momento in poi ha lasciato per strada più del 17% della sua capitalizzazione di mercato. Le borse a stelle e strisce (e verosimilmente a breve quelle europee) sono entrate tecnicamente in quello che si chiama mercato orso. Con tutte le implicazioni del caso.
In finanza si entra in una fase di mercato orso quando i prezzi di un asset (azioni, bond, indici) subiscono un calo dai loro massimi che superi il 20%. È la fase di ribasso successiva alla correzione, che si verifica nel caso in cui la flessione sia superiore al 10%. Non è detto che una correzione finisca necessariamente in mercato orso, come è successo dopo l’avvio della guerra commerciale innescata da Donald Trump.
Spesso nel corso della storia un mercato orso è stato accompagnato da pessimismo diffuso tra gli investitori, vendite di massa di asset e un indebolimento generale dell’economia.
Sull’origine del nome ci sono varie teorie. La più accreditata è quella che mette l’orso in contrapposizione con l’animale che simboleggia invece le borse che salgono, cioè il toro (bull market). In particolare, le due espressioni si riferiscono al modo in cui i due animali attaccano la loro preda: con una sferzata degli artigli dall’alto verso il basso l’orso (mercato che scende), e con un’incornata dal basso verso l’alto il toro (mercato che sale).
I mercati orso nascono da vari fattori: rallentamenti economici, bolle speculative scoppiate (come è successo con le Dotcom all’inizio degli anni 2000), crisi geopolitiche, pandemie (è stato il caso del Covid nel 2020) o cambiamenti strutturali nell’economia.
Sono alimentati dalla paura e dal comportamento collettivo degli investitori, che spesso reagiscono in modo scomposto a segnali negativi.
Il ciclo di un mercato orso si sviluppa in varie fasi: si parte da una fase di ottimismo e prezzi elevati, come è successo sui mercati fino a febbraio, quando S&P 500 e Nasdaq avevano toccato i massimi storici. A un certo punto qualcosa (come l’annuncio di Trump sui dazi) fa partire le vendite: le borse subiscono un tracollo che, in genere, è repentino e si sviluppa in pochi giorni.
In queste fasi c’è chi riesce a guadagnare sui ribassi, magari vendendo al picco e rientrando dopo la caduta, quando i prezzi sono ai minimi. Infine, storicamente, c’è sempre stata la fase di stabilizzazione, che può durare settimane, mesi o anche anni, e la transizione verso un nuovo mercato toro.
La storia recente è costellata di mercati toro, che sono fisiologici nei mercati azionari. Tra i più rilevanti dal 2000 a oggi ci sono:
Tra il 1900 e il 2018 il Dow Jones ha vissuto circa 33 mercati orso, in media uno ogni tre anni.
Per gli investitori di lungo periodo il mercato orso può rappresentate anche un’opportunità. Ad esempio, chi ha impostato un piano di accumulo con una cifra fissa investita ogni tot tempo (ad esempio 100 euro al mese) può acquistare, grazie all’automatismo del suo pac, una quota più elevata dell’asset in questione, banalmente perché il suo prezzo è sceso.
Non è consigliabile comunque, in ogni caso, vendere nel panico: chi ha un portafoglio ben diversificato e un obiettivo di investimento chiaro (ad esempio, un piano di accumulo per costruirsi la pensione) dovrebbe mantenere la calma, evitando decisioni impulsive che possano compromettere i rendimenti futuri. (riproduzione riservata)