Mentre Wall Street festeggia (Dow Jones +0,39% ed S&P500 +0,69%) il dato sulle richieste settimanali di sussidi di disoccupazione, aumentate più del previsto di 9.000 unità a quota 221.000, i mercati monetari, secondo lo strumento FedWatch del Cme Group, vedono una probabilità vicina al 59% di un taglio dei tassi di interesse di almeno 25 punti base a giugno. La previsione arriva dopo che il presidente, Jerome Powell, ha ribadito che la Fed non ha fretta di tagliarli, ma che lo farà quest'anno e che il recente balzo dell'inflazione non ha cambiato «materialmente» le prospettive politiche della banca centrale americana. Il sentiment del mercato azionario migliora e il dato sul mercato del lavoro sostiene ulteriormente l'ottimismo.
Sicuramente la Fed vorrà vedere rallentare ulteriormente il ritmo di crescita dei salari prima di avviare i tagli dei tassi. Se dovesse mantenere i tassi più alti per un periodo più lungo in attesa di maggior chiarezza sul fronte dell’inflazione, «riteniamo che ciò aumenti il rischio di una recessione, anche se al momento si preannuncia lieve e breve», sottolinea Antonio Tognoli di Cfo Sim. «Sebbene i consumatori continuino a sentirsi ottimisti riguardo alle prospettive economiche e al quadro occupazionale nel contesto attuale, i dati recenti mostrano che guardano al futuro con maggior cautela. L’ultimo indice delle aspettative è il più basso dall’ottobre 2023, con il calo guidato dal deterioramento delle opinioni dei consumatori, delle future condizioni commerciali, del quadro occupazionale e delle aspettative di reddito».
Che cosa significa per i mercati? Tassi alti più a lungo, quale risultato di una inflazione più vischiosa del previsto, limitano l’ampiezza dei tagli dei tassi da parte della Fed, spiega Tognoli. Inoltre, l’aumento dei rischi di una recessione (seppur breve e veloce) non potrà non essere considerato dai mercati. «Con questo scenario le obbligazioni forniscono una maggior protezione del reddito, anche se la maggior volatilità macroeconomica ostacola la loro capacità di compensare le vendite di asset rischiosi», continua Tognoli che rimane selettivo su un orizzonte tattico da sei a dodici mesi, data la continua volatilità dei rendimenti obbligazionari a lungo termine e la contrazione degli spread creditizi.
«Preferiamo rimanere neutrali sul credito high yield e riteniamo che i rendimenti complessivi per la classe di attività più rischiosa siano più interessanti rispetto al credito investment grade, dove gli spread si sono ridotti maggiormente su base relativa», osserva l’esperto di Cfo Sim. «I rendimenti del credito high yield sono, inoltre, meno sensibili all’elevata volatilità dei tassi di interesse». Meglio poi l'high yield dell'area euro, dove gli spread non si sono ridotti così tanto rispetto agli Usa. «La nostra propensione al rischio in questo contesto è alla base della preferenza per il credito high yield rispetto all'investment grade ed è più favorevole alle azioni rispetto alle obbligazioni. Tuttavia, il credito investment grade potrebbe risultare interessante per gli investitori focalizzati esclusivamente sul reddito fisso, poiché non prevediamo che gli spread si allargheranno in modo significativo quest’anno».
Invece, per l’ufficio studi di Intesa Sanpaolo lo scenario macroeconomico di progressiva normalizzazione del mix inflazione-crescita offre un solido supporto alle obbligazioni sia investment grade sia high yield. D’altra parte, le residue incertezze sul fronte della qualità del credito, potrebbero nel breve favorire una fase di lateralità del comparto. «Manteniamo, quindi, una visione tattica, quindi con un orizzonte a tre mesi, neutrale su entrambi i comparti e confermiamo, invece, una visione strategica, con un orizzonte a 12 mesi, moderatamente positiva nell’ipotesi che, una volta avviata la fase di svolta monetaria, le performance possano ancora essere positive», precisa l’ufficio studi di Intesa Sanpaolo.
(riproduzione riservata)