Lo spettro di una nuova crisi energetica sta dettando l’agenda istituzionale ed economica del governo guidato da Giorgia Meloni. Non è più un segreto che l’esecutivo, sposando la proposta del Partito Democratico, stia lavorando al meccanismo delle accise mobili per restituire - sotto forma di taglio delle accise, per l’appunto - l’extragettito Iva incassato dallo Stato quando l’aumento dei prezzi dei carburanti fa salire automaticamente l’imposta. Ma se c’è un nuovo rischio che il Tesoro deve prezzare è quello legato all’obiettivo pil 2026.
Nulla a Palazzo Chigi viene dato per certo, ma il mandato è quello di lavorare per gestire tutti i nuovi problemi che il conflitto in Iran ha generato. Sul fronte energetico, l’esecutivo si è detto pronto a ricorrere al meccanismo qualora i rincari diventassero strutturali. L’argomento, molto probabilmente, sarà affrontato durante il Consiglio dei ministri convocato per martedì 10 marzo, ma al governo non serve un decreto interministeriale per poter ricorrere al meccanismo di compensazione tra maggiore Iva e riduzione delle accise.
E durante il vertice convocato lunedì 9 marzo da Mr Prezzi è stato inoltre rilevato che negli ultimi giorni - in particolare con riferimento a due delle principali compagnie petrolifere - i prezzi medi applicati alla pompa sono aumentati più dei prezzi consigliati dalle compagnie di riferimento.
Come ha spiegato il presidente della Federazione italiana gestori carburanti e affini (Fegica), Roberto Di Vincenzo, all’agenzia di stampa Gea, «per capire se lo scostamento dei prezzi possa giustificare un’applicazione della misura, basta l’analisi del benchmark di un differenziale tra i due mesi precedenti» in virtù della riforma fatta proprio dal governo Meloni nel 2023 che prevede la possibilità di modulare le accise in funzione dell’andamento dei prezzi e del gettito Iva.
Ed è anche per fare questi calcoli che nel primo pomeriggio di lunedì, su indicazione del ministro delle Imprese Adolfo Urso, il garante per la sorveglianza dei prezzi ha convocato una riunione d’urgenza della cabina di regia della Commissione di allerta. Ai rappresentanti del Mef e del Mase - insieme con Guardia di Finanza, Dis e Arera - è toccato il compito di analizzare l’andamento dei prezzi dei prodotti petroliferi e verificare se l’aumento abbia generato o meno un extragettito Iva tale da attivare il meccanismo di riduzione delle accise.
Negli ultimi giorni, secondo rilevazioni di mercato, i prezzi medi sono continuati a salire: la benzina self service si avvicina a 1,7 euro al litro, mentre il diesel supera 1,75 euro. Il beneficio che un automobilista riceverebbe dall’attivazione del meccanismo dell’accisa mobile, comunque, non risolve strutturalmente il problema. Sempre secondo le stime del presidente Di Vincenzo si otterrebbe «una diminuzione rispetto al prezzo di mercato di 10 centesimi». Di fatto una soluzione tampone che dovrà confrontarsi con quanto accade sui mercati internazionali.
Ma se l’impennata dei prezzi dell’energia rischia di avere effetti sull’agenda economica della premier, è anche perché va a toccare direttamente il quadro macro dell’Italia: in bilico ci sono 0,2 punti percentuali del prodotto interno lordo. Nel Documento programmatico di finanza pubblica il governo stimava per il 2025 una crescita del pil dello 0,7%, ipotizzando un prezzo del petrolio in calo con il Brent a 66 dollari al barile e il gas intorno a 31,9 euro al megawattora.
Oggi però i future sul greggio viaggiano oltre i 100 dollari in scia alla crisi in Iran e il Ttf di Amsterdam sfiora i 60 euro, scenario molto più oneroso di quello incorporato nelle previsioni del governo per il 2026. Venerdì intanto l’Italia si prepara a ricevere un giudizio importante: la revisione del rating da parte di Fitch. (riproduzione riservata)