Nel settore italiano dei beni di consumo ci sono alcune azioni quotate a Piazza Affari con una forza relativa in grado di reggere a un contesto di dazi amari. Il presidente statunitense, Donald Trump, ha imposto dazi del 10% su tutti i Paesi (in vigore il 5 aprile) e dazi reciproci più elevati sui Paesi con cui gli Stati Uniti hanno i maggiori disavanzi commerciali dal 9 aprile. Tali dazi rimarranno in vigore finché The Donald non riterrà che la minaccia rappresentata dal disavanzo commerciale sia risolta o mitigata.
Per Canada e Messico, restano in vigore i precedenti ordini Ieepa su fentanyl e immigrazione. Pertanto, i beni conformi all'Usmca continueranno a godere di un dazio dello 0%, mentre i beni non conformi all'Usmca subiranno tariffe del 25%. Per quanto riguarda l'Ue, i dazi reciproci applicati sono del 20%. Mentre i beni cinesi saranno soggetti a tariffe del 34%, il che comporta dazi cumulativi del 54%.
In attesa della risposta dell'Ue, «vediamo l’esenzione del Messico come un aspetto marginalmente positivo, mentre il piano tariffario reciproco annunciato ha un impatto negativo ma gestibile per Campari e Fila, entrambe coperte con rating outperform. D'altro canto, però, abbiamo abbassato il rating su De’ Longhi da neutral a underperform, anticipando pressioni sul titolo dato che le stime del consenso dovranno essere riviste al ribasso a causa di dazi statunitensi più alti del previsto», afferma Mediobanca Research.
Considerando i dazi reciproci, Mediobanca Research ha escluso, per ora, i dazi del 25% sul Messico ma introdotto quelli del 20% sulle importazioni dall’Ue, calcolando «per Campari un impatto annualizzato di circa 40 milioni secondo le nostre stime, in assenza di azioni di mitigazione. Considerando che il piano tariffario coinvolge anche altri Paesi come Giamaica e Regno Unito, non ipotizziamo alcuna mitigazione. Questo porta a un taglio medio dell’utile per azione, eps, del 3%, mitigato dalle esenzioni attuali sui prodotti messicani conformi all'Usmca, altrimenti il taglio sarebbe stato dell’8% circa».
Le previsioni della banca d’affari per il 2025 includono un calo organico del -2% nelle Americhe (dal precedente -1%) e un tasso di cambio euro/dollaro a 1,087. In base allo scenario attuale dei dazi, «vediamo un impatto gestibile sull’investment case, che resta fondato su un controllo più rigoroso dei costi e del capitale circolante. Confermiamo il rating outperform sul titolo Campari con un nuovo target price a 6,9 euro per azione da 7,1 euro», precisa la banca di investimento
De’ Longhi ottiene poco più del 15% dei suoi ricavi dagli Stati Uniti, senza produzione locale e con un’esposizione alle forniture provenienti dalla Cina e dall’Ue. La guidance sull’ebitda 2025 dell’azienda includeva un impatto di 15/20 milioni di euro dai dazi Usa solo sul mercato cinese, facendo affidamento su iniziative di mitigazione che spostavano la produzione verso Paesi asiatici che, inaspettatamente, sono finiti anch’essi sotto i dazi americani.
«Riteniamo che De’ Longhi abbia le leve per gestire ulteriori impatti nel medio termine: la diversificazione dei Paesi fornitori e l’aumenti dei prezzi, ma nel breve termine il titolo dovrà affrontare una revisione significativa al ribasso delle stime del consenso sugli utili. Tagliamo l’eps adjusted 2025-2027 del 9% e declassiamo il titolo da neutral a underperform con un ebitda 2025 del 7% sotto la stima del consenso. Al nostro nuovo target price di 25 euro per azione, il titolo scambierebbe a circa 13 volte il multiplo prezzo/utile, nella parte bassa della media decennale, un multiplo che riflette il contesto macroeconomico difficile», afferma Mediobanca Research.
Discorso diverso per Fila che è ben protetta dal rischio dazi grazie a una produzione locale che copre oltre il 50% dei prodotti venduti negli Stati Uniti, con parte del resto coperto dal Messico e una dipendenza limitata dalla produzione cinese. «Stimiamo un costo aggiuntivo annualizzato di non più di 5/7 milioni di euro a causa dei dazi Usa, costo che si può compensare con lo spostamento di una parte maggiore dei volumi Usa verso il Messico, esente dai dazi», precisa la banca d’affari. Inoltre, per proteggere i margini, Fila può contare sulle scorte di sicurezza accumulate da inizio anno e sull’aumento dei prezzi a una singola cifra introdotti negli Usa dal 1° aprile. Considerando ciò, «aggiorniamo le nostre stime 2025-2027 con un taglio medio dell’eps adjusted del 2%, mentre non vediamo rischi per il raggiungimento della guidance sul free cash flow. La raccomandazione sul titolo», conclude Mediobanca Research, «resta outperform e il target price a 13,3 euro».
Il 12 marzo gli Stati Uniti hanno imposto un dazio del 25% su tutte le importazioni di acciaio e alluminio, da qualsiasi Paese. Gli Usa rappresentano il 10% circa delle vendite di Danieli, quasi interamente legate al business degli impianti. A oggi, il possibile impatto negativo riguarda più le opportunità di business future che oneri straordinari su progetti in corso, già adeguatamente coperti. «Riteniamo che i dazi possano mettere sotto pressione i prezzi dell’acciaio in Ue per via delle spedizioni deviate dagli Usa, danneggiando il business della siderurgia, ma favorendo nel medio termine una ripresa della produzione domestica negli Usa, e quindi nuove opportunità per la divisione impianti di Danieli su cui manteniamo un rating neutral», indica Mediobanca Research.
Infine, Gvs ottiene circa il 46% delle sue vendite dal mercato statunitense, di cui circa il 25% importato dal Messico. Quindi il 13% delle vendite del gruppo sono potenzialmente a rischio. Tuttavia, l’azienda opera in Messico sotto il regime «Maquiladora», che consente l’importazione di materiali ed equipaggiamenti in esenzione doganale, rendendo i prodotti conformi all’Usmca. Quindi il rating sull’azione resta outperform. Anche EuroGroup Laminations, che ottiene quasi il 30% delle sue entrate dal mercato statunitense, servito principalmente dallo stabilimento messicano, opera sotto il regime «Maquiladora», risultando quindi conforme all’Usmca.
In più possiede capacità produttiva diretta negli Usa, in grado di assorbire parte della produzione se necessario. Senza contare che la concorrenza da parte di player locali è piuttosto limitata nei mercati di riferimento di EuroGroup. Lo scorso 24 marzo, l’azienda ha rivisto parecchio al ribasso le sue previsioni di crescita per il 2025 e per il medio termine, a causa dell’aumento delle incertezze macro e geopolitiche. Ora punta a ricavi in crescita del 10% anno su anno e a un margine ebitda rettificato del 12% (dal 13,3% nel 2023). La guidance 2025-2028 prevede una crescita annua dei ricavi del +10/15% con un margine ebitda medio del 13%, contro i precedenti target del +24 e del +27% nel periodo 2024-2026. (riproduzione riservata)