La Bce con ogni probabilità resterà ferma il 24 luglio sui tassi, mantenendo un approccio con decisioni «riunione per riunione», anche se non sono esclusi altri tagli quest’anno. I mercati monetari scontano un’altra sforbiciata entro dicembre, con probabilità al 50% che arrivi già a settembre.
Dopo otto riduzioni dei tassi, scesi al 2% dal 4% di giugno 2024, il consiglio direttivo dovrebbe attendere l’evoluzione delle negoziazioni sui dazi Usa. Il dibattito tra falchi e colombe potrebbe riaccendersi a settembre.
Un rischio in particolare riguarda l’apprezzamento dell’euro, che ieri era attorno a 1,175 dollari, circa il 13% in più rispetto a inizio anno e il 3% oltre le attese di Francoforte.
Il rafforzamento della moneta unica ha un effetto al ribasso su crescita e inflazione: la Bce rischia così che il carovita dell’Eurozona, atteso l’anno prossimo all’1,6%, scenda ulteriormente allontanandosi dall’obiettivo del 2%.
Il vicepresidente Bce Luis De Guindos ha detto nei giorni scorsi che un cambio fino a 1,20 dollari non è problematico, ma oltre questa soglia lo scenario potrebbe diventare «molto più complicato».
Isabel Schnabel, falco del comitato esecutivo, ha però sottolineato che «l’asticella per un ulteriore taglio dei tassi è molto alta». Gli altri banchieri centrali sono stati più prudenti. Il francese François Villeroy de Galhau, il finlandese Olli Rehn, il portoghese Mario Centeno e persino il falco belga Pierre Wunsch, hanno evidenziato che i rischi sull’inflazione sono soprattutto al ribasso.
Il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta ha rilevato all’assemblea Abi che «un marcato calo della domanda di prodotti europei da parte degli Stati Uniti e il riorientamento delle merci cinesi sui nostri mercati eserciterebbero pressioni al ribasso sui prezzi». Tuttavia il governatore di Bankitalia ha anche ricordato che «in scenari estremi l’inasprimento delle barriere doganali potrebbe frammentare le filiere produttive globali, aumentando i costi di produzione e alimentando l’inflazione».
Per Panetta «se i rischi al ribasso sulla crescita dovessero rafforzare le tendenze disinflazionistiche, sarà opportuno proseguire nell’allentamento monetario». In tal senso saranno importanti le nuove proiezioni macroeconomiche Bce che saranno pubblicate a settembre: è questo un altro motivo per cui i banchieri centrali preferiscono per il momento rinviare le decisioni sui tassi.
Nella precedente riunione di giugno, la presidente Bce Christine Lagarde aveva osservato che «i tassi sono in una buona posizione per affrontare l’incertezza» aprendo la strada a una possibile pausa il 24 luglio.
Unicredit ha sottolineato che «la reazione dei mercati alla lettera inviata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump all’Unione Europea è stata moderata, il che sembra riflettere le aspettative secondo cui i dazi sui prodotti Ue saranno sostanzialmente inferiori al 30%». Di conseguenza «la Bce può permettersi di attendere l’esito dei negoziati commerciali, dato che gli indicatori relativi al clima di fiducia, all’attività economica e al mercato del lavoro nell’area dell’euro hanno tenuto abbastanza bene».
Unicredit vede un altro taglio dello 0,25% a settembre, fino al livello finale dell’1,75%. Bofa e Barclays si attendono una riduzione dei tassi anche a dicembre: in questo caso i tassi scenderebbero a fine anno all’1,5%.
La crescita dell’Eurozona intanto potrebbe rallentare nel secondo semestre, prima di riprendersi l’anno prossimo. Citi ha osservato che nel primo semestre l’effetto dei dazi è stato positivo, a causa dell’anticipo dell’attività in vista delle tariffe, ma le politiche Usa dovrebbero frenare l’economia nel resto dell’anno.
Il Bank Lending Survey della Bce ha mostrato un forte aumento della domanda di mutui per la casa, mentre la richiesta di prestiti da parte delle imprese è rimasta debole. (riproduzione riservata)