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Bce, tassi giù ma il costo medio dei mutui salirà ancora. La stretta proseguirà nonostante i tagli della banca centrale
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Bce, tassi giù ma il costo medio dei mutui salirà ancora. La stretta proseguirà nonostante i tagli della banca centrale

29 maggio 2025, 20:59

Il costo dei nuovi prestiti per la casa è in calo ma quello medio dei mutui in essere salirà almeno fino al 2030 nell’Eurozona, frenando i consumi e comprimendo l’economia. Ecco perché

La Bce sta abbassando da un anno i tassi. Il 5 giugno saranno portati secondo le attese al 2%, la metà rispetto al 4% di giugno 2024.

Eppure, secondo un’analisi della banca centrale, almeno fino al 2030 continuerà a salire il tasso medio dello stock di mutui in essere nell’Eurozona.

L’alta percentuale di prestiti per la casa a tasso fisso ritarda l’effetto della politica monetaria.

Così per almeno altri cinque anni continuerà a farsi sentire maggiormente il rialzo dei tassi varato dalla Bce nel 2022 e 2023 per contrastare l’alta inflazione.

Il risultato è che i consumi delle famiglie saranno frenati e l’economia subirà ancora a lungo una stretta, anche se la banca centrale ha dimezzato i tassi con l’obiettivo opposto, ovvero quello di produrre un allentamento monetario.

«In periodi di rapidi cambiamenti di politica monetaria, si possono verificare situazioni paradossali», ha rilevato l’analisi.

I nuovi mutui e lo stock

Sui nuovi mutui i tagli Bce hanno già innescato un calo dei tassi. Nell’Eurozona sono scesi al 3,32%, dal picco del 4% toccato a novembre 2023.

Anche in Italia i prestiti per l’acquisto di abitazioni comprensivi delle spese accessorie (Taeg) sono calati al 3,54% a marzo, in flessione di oltre l’1% rispetto a fine 2023.

Ma il discorso cambia se si osserva l’economia nel complesso.

In questo caso occorre considerare il ritardo con cui vengono modificati i tassi sui mutui a tasso fisso, assieme all’aspettativa dei mercati che in futuro non si tornerà a tassi vicini allo zero come quelli prima del 2021.

L’analisi Bce in particolare rileva che il 10% dei mutui totali nell’Eurozona sono prestiti a tasso fisso che saranno aggiornati a costi più alti nei prossimi tre anni. Lo stesso accadrà per un ulteriore 20% dei mutui entro il 2030.

Così, nell’ipotesi di tassi sui nuovi finanziamenti stabili nei prossimi anni, il costo medio del totale dei mutui in essere nell’area salirebbe dall’attuale 2,5% a oltre il 3%.

Paesi e classi di reddito

Peraltro lo scenario è diverso a seconda dei Paesi e delle classi di reddito.

I mutui a tasso fisso sono più comuni in Germania e Francia rispetto a Italia e Spagna.

Inoltre, osserva l’analisi Bce, i tassi fissi sono più diffusi tra persone di reddito alto che possono permettersi costi di solito più alti all’inizio del prestito (rispetto ai tassi variabili) e hanno in media una maggiore cultura finanziaria.

Per questo motivo i rialzi dei tassi Bce del 2022 e 2023 hanno colpito in modo più rapido le persone a basso reddito, più propense a sottoscrivere mutui variabili. Nel 2024 i privati con reddito inferiore hanno pagato in media un tasso del 3%, quelli più ricchi del 2%.

Il divario è destinato ad accorciarsi nei prossimi anni, ma nel 2030 dovrebbero essere ancora i più poveri a pagare i tassi più alti a causa del loro maggiore orientamento per i finanziamenti variabili.

Questo scenario ha riflessi sui consumi che sono la principale componente del pil. I sondaggi Bce mostrano che circa la metà delle famiglie con un mutuo prevede di limitare le spese nel prossimo anno. È questo un fattore che la banca centrale dovrà considerare nella politica monetaria.

La debolezza dell’economia

Il freno ai consumi agirà in un contesto di economia già debole nell’Eurozona. Il pil è cresciuto in modo lieve nel primo trimestre (+0,3%) grazie anche all’anticipo dell’attività in vista dei dazi Usa. Nel secondo trimestre l’area euro potrebbe tornare in stagnazione.

Gli indici Pmi (Purchasing Managers' Index) di maggio hanno mostrato un rallentamento dell’attività dovuto soprattutto alla debolezza della domanda interna. L’indice composito dell’Eurozona è sceso a 49,5, dal 50,4 di aprile, tornando così sotto la soglia di 50 che separa l’espansione dalla contrazione economica.

Gli analisti si aspettavano invece un lieve rialzo del dato. La flessione è dovuta soprattutto all’inattesa caduta del settore dei servizi che negli ultimi mesi aveva resistito meglio rispetto alla manifattura. (riproduzione riservata)



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