«La data si fa visibile». I verbali della riunione di marzo della Banca Centrale Europea spianano la strada a un primo taglio dei tassi d’interesse a giugno. Dopo una delle strette monetarie più decise della storia, nell’Eurozona il tasso sui rifinanziamenti principali è salito al 4,5%, quello sui depositi al 4% e quello sui prestiti marginali al 4,75%. È questa la medicina che la Bce ha imposto all’area euro per domare l’inflazione, che a ottobre 2022 aveva superato il 10,6%. La cura sembra aver funzionato, visto che a marzo la crescita dei prezzi è rallentata al +2,4% e ora la banca centrale guidata da Christine Lagarde scrive che gli argomenti a favore di un taglio dei tassi si stanno rafforzando.
Tra i membri del consiglio direttivo esiste «un’accresciuta fiducia che l’inflazione sia instradata per moderarsi in maniera sostenibile verso l’obiettivo del 2% in maniera tempestiva». Certo, «pazienza e cautela restano necessarie» e quindi serviranno «più elementi e dati». Uno di questi è arrivato nei giorni passati ed è quello sull’inflazione a marzo, che ancora la Bce non conosceva. Altri fattori però continuano ad avvalorare un atteggiamento cauto, in particolare la dinamica di riduzione dei prezzi nei servizi, che resta troppo lenta.
Ecco perché la data di partenza è ancora incerta. Ma è la stessa Bce a fornire un indizio, anche se in via indiretta. Dai verbali infatti si desume che la normalizzazione monetaria non dovrebbe partire ad aprile perché solo a giugno si avranno «molti più dati e informazioni, soprattutto sulla dinamica salariale. Al contrario, le nuove informazioni disponibili in tempo per la riunione di aprile sarebbero molto più limitate, rendendo più difficile essere sufficientemente fiduciosi sulla sostenibilità del processo di disinflazione».
Giugno, dunque. Gli investitori ne sembrano convinti da tempo e i rally borsistici nel primo trimestre ne sono una prova. La narrativa in realtà è cambiata in parte nei giorni passati. I mercati hanno notato che negli Usa l’economia resta forte (nel quarto trimestre il pil è aumentato del 3,4%) e che l’inflazione fatica a compiere l’ultimo miglio verso il 2% (a febbraio il deflatore Pce core è aumentato al 2,8%). Così hanno iniziato a dubitare di una partenza dei tagli nel mese di giugno. Ipotesi poi avvalorata dal presidente della Fed Jerome Powell, che ha chiesto più dati prima di decidere.
In Europa invece l’obiettivo è vicino anche se l’economia sembra stia per ripartire. Alla fine del primo trimestre l’Eurozona è tornata a espandersi concludendo una sequenza di contrazioni mensili iniziate a giugno. A marzo l’indice Hcob pmi è salito a 50,3 punti dai 49,2 a febbraio, il valore più alto degli ultimi dieci mesi. La crescita è stata agevolata dalla stabilizzazione della domanda e dagli sforzi nel ridurre il lavoro nero. Inoltre per il terzo mese consecutivo è emerso un incremento netto dell’occupazione grazie alla maggiore fiducia sull’economia.
Anche questo dato influirà sulle prossime scelte della Bce, che prima di affrontare la sfida dell’inflazione ha reso le banche europee più solide. In generale, «l’intero sistema bancario globale ha mostrato una notevole capacità di recupero grazie alle ampie riforme normative e di vigilanza attuate dopo la crisi finanziaria globale», dichiara la vicedirettrice generale di Bankitalia Chiara Scotti. «Queste riforme hanno evitato danni economici significativi, ma la resilienza osservata non deve indurci all’autocompiacimento». (riproduzione riservata)