L’euro forte potrebbe spingere l’inflazione in modo più ampio sotto il target del 2%, obbligando la Bce a tagliare ancora i tassi quest’anno. I verbali della riunione Bce del 5 giugno hanno evidenziato la preoccupazione di alcuni membri del consiglio direttivo per gli effetti del cambio sui prezzi. «Il calo dei prezzi dell’energia e il rafforzamento dell’euro dovrebbero continuare a esercitare pressioni al ribasso sull’inflazione nel breve periodo», è scritto nei verbali.
L’apprezzamento della moneta unica, che è proseguito nell’ultimo mese, riduce le esportazioni e abbassa crescita e carovita nell’Eurozona. La Bce è in una posizione delicata perché nelle ultime proiezioni di giugno ha indicato l’inflazione all’1,6% nel 2026, prima di tornare al 2% nel 2027. E queste proiezioni, come riportato nei verbali, sono condizionate a tassi di mercato che incorporavano altri due tagli Bce, oltre a quello dello 0,25% di giugno.
L’euro è calato ieri a 1,176 dollari, dopo aver superato quota 1,18 nei giorni scorsi, ma il tasso di cambio è rimasto su livelli superiori a quello di un mese fa (1,14) e di inizio anno (1,035). Se la tendenza di apprezzamento si confermerà, l’inflazione potrebbe scendere anche al di sotto dell’1,6% atteso per l’anno prossimo, allontanandosi così ancora di più dall’obiettivo del 2%, con il rischio di disancoraggio (al ribasso) delle aspettative di medio termine. Questo pericolo è stato sottolineato già nella riunione di giugno.
È stato anche osservato che il rischio di undershooting per un periodo esteso è legato non solo a euro forte e prezzi dell’energia, ma anche alla domanda debole e alla frenata dei salari. Inoltre le tempistiche e gli effetti dell’espansione fiscale «restano incerti».
Altri membri del consiglio hanno invece invitato a non enfatizzare la discesa dell’inflazione perché considerata temporanea e legata a fattori esterni volatili, come energia e cambio. Inoltre i falchi si attendono pressioni al rialzo sull’inflazione a causa delle spese dei governi per difesa e infrastrutture.
Il consiglio Bce ha anche osservato che negli ultimi mesi la valuta rifugio è stata l’euro, non il dollaro. «Dopo lo shock tariffario di aprile, il tasso di cambio euro/dollaro si è disaccoppiato dai differenziali dei tassi di interesse, in parte a causa di un cambiamento nel comportamento di copertura», è scritto nei verbali. «Storicamente l’euro si è deprezzato rispetto al dollaro quando è aumentata la volatilità dei mercati dei cambi. Negli ultimi tre mesi, tuttavia, l’euro si è apprezzato rispetto al dollaro quando la volatilità è aumentata, il che suggerisce che l’euro - piuttosto che il dollaro - ha recentemente svolto la funzione di valuta rifugio». Inoltre «le imprese statunitensi si sono rivolte sempre più spesso ai finanziamenti in euro. Ciò ha sottolineato la maggiore attrattiva dell’euro».
Nei giorni scorsi il vicepresidente della Bce Luis De Guindos ha osservato che «un livello di 1,17 dollari, e anche 1,20 dollari, non è un problema», ma «qualcosa di più oltre la soglia sarebbe molto più complicato». Anche altri governatori dell’area euro (tra cui il finlandese Olli Rehn, il portoghese Mario Centeno e persino il falco belga Pierre Wunsch) hanno evidenziato che l’euro forte potrebbe essere un problema e che i rischi sull’inflazione sono soprattutto al ribasso. Tutto resta legato all’andamento dei mercati valutari nelle prossime settimane. Gli operatori monetari si aspettano una pausa sui tassi Bce a luglio, ma prevedono un altro taglio quest’anno (al 50% a settembre, al 100% entro dicembre). (riproduzione riservata)