Nathan Sheets, capoeconomista globale di Citi, spiega in questa intervista a Milano Finanza perché quest’anno la Bce dovrà tagliare i tassi molto più della Fed e quale sarà l’impatto delle misure di Donald Trump sull’economia nell’Eurozona e negli Stati Uniti.
Domanda. Quali saranno gli effetti delle politiche di Trump sull’economia Usa?
Risposta. Sul pil gli effetti positivi e negativi si compenseranno in gran parte. L’economia Usa dovrebbe crescere attorno al 2,3% quest’anno, più o meno lo stesso livello che avremmo indicato in caso di vittoria di Biden. Invece per quanto riguarda l’inflazione mi aspetto pressioni al rialzo. La Fed dovrà restare in guardia.
D. Quanti tagli ci saranno negli Usa?
R. Lo scenario resta quello di un soft landing. Perciò mi aspetto due tagli. Avrei detto tre prima delle elezioni, ma soprattutto i dazi potranno far aumentare l’inflazione negli Stati Uniti. Prevedo aumenti dei dazi del 10-15% per la Cina e qualche altro intervento significativo ma non distruttivo per il resto del mondo. Dazi al 60% per la Cina, come quelli annunciati da Trump, sono improbabili perché potrebbero essere troppo dirompenti per l’economia americana, in particolare per le filiere che dipendono da prodotti cinesi.
D. Quali saranno le relazioni con l’Ue?
R. Trump minaccerà dazi come strumento negoziale. Vorrà ottenere per esempio più acquisti di veicoli e prodotti agricoli americani. Inoltre chiederà all’Ue di scegliere con decisione gli Usa e non la Cina. Questo potrebbe causare frammentazione tra Paesi Ue, ma non è qualcosa che preoccuperà Trump. Nel complesso non mi aspetto dazi ad ampio spettro.
D. Quale impatto ci sarà sull’economia Ue?
R. Ci sarà minore domanda di beni, minore crescita e minori pressioni inflazionistiche. Perciò mentre la Fed potrà avere un approccio wait and see, la Bce dovrebbe rispondere in modo vigoroso ed essere più aggressiva stimolando l’economia. Prevediamo che i tassi nell’Eurozona scenderanno dal 3% all’1,5% quest’anno.
D. La Bce potrà divergere sui tassi rispetto alla Fed?
R. La presidente Lagarde ha mostrato una chiara preferenza a muoversi insieme alla Fed. Un motivo è il tasso di cambio, ma non credo sia il più importante fattore nel processo decisionale Bce. È più una questione di comunicazione e gestione del consiglio direttivo. Se la Bce dovesse tagliare molto più della Fed, allora Lagarde dovrebbe iniziare a preoccuparsi dei falchi. La divergenza è senza dubbio giustificata se si osservano i fondamentali macro. Ma potrebbe essere più difficile in base all’esperienza storica e alle pressioni dei falchi.
D. Alcuni economisti sostengono che la Bce sia in ritardo nella riduzione dei tassi.
R. Probabilmente noi avremmo preferito più tagli, ma non molti di più considerando l’incertezza sull’inflazione. La Bce ha fatto molto l’anno scorso con tagli di 100 punti base ma ora ci aspettiamo che faccia ancora di più.
D. Quali sono le vostre previsioni su economia e inflazione nell’area euro nel 2025?
R. Vediamo una crescita dell’1% nell’area euro, dello 0,8% in Italia e Francia e dello 0,3% in Germania. L’inflazione nell’Eurozona dovrebbe scendere in primavera ed essere in media quest’anno all’1,9%. L’inflazione può finire sotto il target del 2% considerando la crescita debole e il rischio di dazi che sarebbero uno shock negativo per la domanda. L’undershooting deve preoccupare nell’Eurozona, non negli Usa.
D. L’indipendenza della Fed è a rischio con Trump?
R. Sul mercato ci si chiede chi sarà presidente dopo Powell. I candidati di cui si è parlato finora sono tutti legittimi. Un’altra questione è se Trump vorrà limitare l’indipendenza della Fed. Ma se questo dovesse accadere, la reazione dei mercati sarebbe negativa e vigorosa.
D. Perché l’economia Ue ha fatto molto peggio di quella Usa dopo la pandemia?
R. Ci sono stati fattori ciclici e strutturali. A livello ciclico, l’Europa è uscita in modo più lento dal Covid e ha poi dovuto affrontare l’impatto della guerra in Ucraina. Di fatto i consumatori europei non hanno mai avuto modo di recuperare. A livello strutturale, gli Usa hanno assorbito meglio gli shock grazie alla maggiore flessibilità del mercato del lavoro. Inoltre la crescita globale è guidata soprattutto da tecnologia e AI, settori dove gli Stati Uniti sono meglio posizionati. L’Europa e la Germania sono invece più legati a comparti mid-tech e hanno bisogno di ulteriori riforme a livello industriale.
D. Qual è la sua opinione sull’Italia?
R. Il paradosso del Paese è avere un debito pubblico molto alto, a quasi il 140% del pil, ma un debito privato di imprese e famiglie tra i più bassi a livello mondiale. Se si uniscono i dati e si guarda al debito complessivo, l’Italia è nella media. Il settore privato ha mostrato dinamicità nell’export. Negli ultimi cinque anni l’Italia è cresciuta un po’ più della media dell’Eurozona. Inoltre al momento è probabilmente il Paese in Europa con la maggiore stabilità politica. Il governo Meloni è riuscito a rifinanziare il debito senza avere problemi sui tassi.
D. Giorgia Meloni è stata l’unico leader Ue all’inaugurazione della presidenza Trump. C’è il rischio di frammentazione politica in Europa?
R. Durante il primo mandato di Trump, il leader indiscusso europeo era Angela Merkel. Adesso non è altrettanto chiaro chi sia alla guida. Meloni può fare da intermediario con gli Usa, anche grazie a una chimica personale con Trump come quella che il presidente Usa ha avuto in passato con il primo ministro giapponese Abe. Ma bisogna vedere cosa ne penseranno Berlino e Parigi.
D. Lei ha lavorato al Tesoro durante la presidenza Obama. Ritiene che il deficit sia un rischio per gli Usa?
R. Non mi aspetto che il deficit sia un problema nel breve termine ma nello stesso tempo non posso dire con assoluta certezza che non lo sarà. Non ci saranno problemi di finanziamento ma i tassi dei Treasury potrebbero salire oltre il 5%.
D. Il predominio del dollaro è in calo?
R. Non penso che il mondo sia troppo innamorato dei dollari ma conosce bene la valuta. Gli investitori globali comprendono le istituzioni Usa e il quadro legale e finanziario. Inoltre sanno che la Fed in più occasioni ha fatto da paracadute nelle crisi.
D. Il tasso euro-dollaro andrà verso la parità?
R. Non dovremmo esserne sorpresi, non manca molto. L’economia Usa continua a essere solida. La Fed sarà con ogni probabilità meno aggressiva della Bce nei tagli. E le politiche di Trump sui dazi sono positive per il dollaro. Nei prossimi 12-18 mesi la valuta americana resterà forte. Nel lungo termine invece è possibile un indebolimento del dollaro.
D. Sui mercati azionari Usa c’è una bolla legata alle alte valutazioni e all’AI?
R. Il valore delle sette maggiori aziende è in gran parte prezzato. Tuttavia ci potrebbero essere altre imprese in grado di guadagnare grazie agli effetti secondari dell’AI. Non parlerei in ogni caso di bolla. Potrebbero esserci scossoni ma le aziende avranno comunque utili significativi.
D. Negli Usa c’è un’oligarchia tech?
R. Il settore tech ha sostenuto a lungo i democratici ma con Trump ha avuto bisogno di riposizionarsi. Le cose potrebbero cambiare ancora in futuro in caso di ritorno dei democratici. Elon Musk sembra più legato ai repubblicani data la sua amicizia con Trump, ma è anche vero che oggi è impossibile sapere come sarà il loro rapporto tra uno o due anni. (riproduzione riservata)