Oggi si tiene, fino al 21 maggio, la Investment Conference dell’Unicredit nella quale dovrebbe intervenire anche il neoamministratore delegato Andrea Orcel. È sperabile, nel contesto delle progettate strategie, che venga data qualche informazione, meno vaga di quelle finora rilasciate, sull’esistenza o no di un approfondimento in corso sull’operazione Montepaschi. E ciò anche alla luce del rafforzamento, che dovrebbe essere ricompreso nel «decreto Sostegni bis», del livello delle Dta trasformabili in crediti di imposta nei casi di aggregazione, nonché della proroga del termine al 30 giugno del prossimo anno entro il quale assumere la decisione che consente la trasformazione in questione. Intanto, sono state smentite dai fatti le notizie secondo le quali l’Unicredit, con una decisione ravvicinata, avrebbe lanciato un’opa sul 51% del Monte, mentre il Tesoro avrebbe mantenuto, come secondo azionista, la quota residuale della partecipazione pubblica pari al 13% circa. Il susseguirsi di notizie e di ipotesi poi smentite che, in alcuni casi, evocano dietrologie e fantafinanza, trova, però, terreno fertile in una situazione di sospensione e di indeterminatezza che dura, a dir poco, da circa un anno. È vero che si tratta di un’operazione complessa, forse straordinaria. Tuttavia, mai come in questo caso è stato impiegato così tanto tempo (e ancora se ne prospetta) per assumere una decisione in un senso o nell’altro. Invece, si continua a parlare di approfondimenti in corso da parte del Tesoro, della difficoltà di ottenere la proroga, rispetto alla scadenza di fine anno a suo tempo fissata dalla Commissione Ue per la dismissione della proprietà dello Stato, della necessità che le aggregazioni obbediscano agli interessi dell’istituto aggregante e ci si ferma a quest’ultima affermazione di principio (ancorché sicuramente parziale) senza passare al caso concreto. Di tanto in tanto viene riportato sulla stampa un presunto orientamento di Unicredit che sarebbe più favorevole a un’aggregazione con il Banco Bpm rispetto a quella con il Monte, se non addirittura a una concentrazione a tre (con Bpm e Monte). Il forte impulso che può dare la leva fiscale con la trasformazione delle Dta, di cui si è detto, finisce purtroppo, in questo modo, con il rimanere, almeno per ora, senza seguito, in una situazione quale l’attuale in cui potrebbe determinarsi una efficace sinergia Tesoro-Vigilanza unica per arrivare a una soluzione di questo problema che, al contrario, rischia di essere rappresentato come la tela di Penelope. È singolare, poi, che, nell’accavallarsi di ipotesi e di proposte, il ruolo del personale, sia del Monte sia di Unicredit, passi in secondo piano, donde le giuste reazioni delle organizzazioni sindacali. Insomma, questo ipotetico matrimonio sembrerebbe non essere preceduto ancora da un rapporto che non è neppure vicino a un fidanzamento. Continuare a sfogliare la margherita del sì o del no di Unicredit che suggerisce consapevolezza delle difficoltà rischia di diventare un episodio stantio e stracco, anche in relazione all’immagine che si presenta e ai retropensieri che si alimenta, con riferimento a ipotetici sotterranei negoziati, tutti da confermare. Già oggi tutto militerebbe perché Orcel, che non è un attendista, ma se mai ha un cursus honorum che lo vuole decisionista, dica qualcosa che possa fare ricredere sul lungo temporeggiamento per sciogliere le riserve, in maniera positiva o negativa, sulla concentrazione con il Monte. Non si speri come accade puntualmente anche per altre materie, nella bacchetta magica di Mario Draghi nei rapporti con l’Unione al fine di ottenere la proroga anzidetta. Sarà, invece, con la capacità di iniziativa e con il fior fiore di argomenti a sostegno (ivi compresi pure i trattamenti riservati in casi, anche se non identici, in Germania) che si potrebbe ottenere il risultato sperato. (riproduzione riservata)