Bankitalia è chiamata ancora una volta a brandire la spada della sua autonomia dal governo, che detiene dal 1981, contro l’ennesimo tentativo della politica di mettere nel mirino le sue riserve d’oro, le quarte più importanti al mondo. «La tentazione di superare l’autonomia» della Banca centrale italiana «asservendo la funzione monetaria a esigenze eterogenee è sempre presente, ma comporta rischi sia a breve sia a lungo termine, di cui è bene essere consapevoli». Questo il monito lanciato da Luigi Federico Signorini, il direttore generale di Bankitalia, nel suo intervento al convegno «L'autonomia della Banca d'Italia tra politica ed economia», organizzato da Banca d'Italia e Fondazione Spadolini Nuova Antologia, in occasione del centenario di Giovanni Spadolini, il primo ministro italiano che realizzò il «divorzio» consensuale tra l’istituto e il Tesoro, avviando il processo che sancì l’autonomia della politica monetaria in Italia.
Parole del dg di Bankitalia che arrivano a pochi giorni dalla conferma dell’intenzione del partito della premier Giorgia Meloni, con un emendamento segnalato alla legge di Bilancio 2026, a prima firma del capogruppo di FdI in Senato Lucio Malan, di trasferire la mole di metallo giallo dal caveau di Via Nazionale al bilancio dello Stato. «Le riserve auree gestite e detenute dalla Banca d'Italia appartengono allo Stato, in nome del Popolo Italiano», così recita la proposta di modifica al primo articolo della manovra che riguarda quasi 2.500 tonnellate d’oro il cui valore, alla luce dei prezzi record del metallo giallo, ha toccato quota 275 miliardi di euro. Una cifra di tutto rispetto che vale il 13% del pil e il 10% del debito pubblico italiano.
La tentazione di Fratelli d’Italia è stata messa nera su bianco ma le speranze di successo sono poche se non zero, come insegna la storia. Bocciato il tentativo nel 2004 di Giulio Tremonti, ai tempi ministro dell’Economia con Silvio Berlusconi premier, di imporre una «gold tax» sulle plusvalenze maturate sull'oro, comprese le riserve auree di Via Nazionale. A dire no fu allora il governatore Antonio Fazio. Nel 2007 ci ripensò il governo Prodi, attraverso il ministro Tommaso Padoa-Schioppa: nessuna tassazione in quel caso ma l’idea era di vendere una parte delle riserve auree per ridurre il debito pubblico. Lo stop arrivò dall’Ue.
La spiegazione del perché le riserve auree della Banca d’Italia, come quelle delle altre banche nazionali dell’Eurosistema, sono di competenza della Bce e non si toccano risale al marzo del 2019 e porta la firma dell’allora governatore della Banca centrale europea, Mario Draghi. In una lettera precisò che il principio di autonomia e separazione dei poteri tra politica e banche centrali si fonda su due articoli del Trattato sul funzionamento dell’Ue: l’articolo 130 del che garantisce l’indipendenza di tutte le banche centrali nazionali, nonché della Bce, nello svolgimento dei compiti dell’Eurosistema, e soprattutto l’articolo 127, che al paragrafo 2 stabilisce che uno dei compiti fondamentali da assolvere tramite il Sistema europeo di banche centrali è «detenere e gestire le riserve ufficiali in valuta estera degli Stati membri».
Ecco che con la manovra ancora da rifinire - l'esame in commissione Bilancio del Senato riprende oggi – le parole di Signorini, pur senza fare riferimento diretto al tentativo di FdI di scippare le riserve di Bankitalia, fanno rumore. E per ribadire ancora l’irrinunciabilità per tutto il Paese dell’autonomia dell’azione di Palazzo Koch, il direttore generale cita la lettera del 12 febbraio 1981 con cui l’allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta avvia il divorzio: «Molti problemi economici sono resi più acuti da un’insufficiente autonomia della condotta della Banca d'Italia nei confronti delle esigenze di finanziamento del Tesoro», in primis «la dimensione e l'andamento nel tempo del disavanzo statale». (riproduzione riservata)