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Il numero uno della Fed Jerome Powell e la presidente della Bce Christine Lagarde hanno considerato troppo a lungo l'inflazione come temporanea e sono stati troppo lenti nel rispondere con l'aumento dei tassi di interesse. Perciò, secondo la valutazione annuale della rivista
Global Finance, il media americano del gruppo Class Editori, i due banchieri centrali meritano un voto B+, più basso del giudizio A- ricevuto l'anno precedente da Powell e della A ottenuta da Lagarde. Ora Fed e Bce sono obbligate a una corsa al rialzo dei tassi di interesse che potrà spingere il mondo in recessione.
La lentezza della Fed di Jerome Powell
Quanto a Powell, osserva Global Finance, potrebbe essere il primo banchiere centrale Usa ad affrontare una fase di stagflazione dai tempi di Paul Volcker agli inizi degli anni Ottanta. Anche alcuni membri del consiglio della Fed hanno fatto autocritica per la lentezza dell'azione. L'ex capo della Federal Reserve Bank di New York, William Dudley, commentando il rialzo di 75 punti base di giugno, ha sottolineato che le mosse improvvise di una banca centrale possono avere un impatto negativo. «Quando la Fed cambia idea all'ultimo minuto in questo modo», ha detto Dudley, «ha il potenziale di minare la credibilità» della comunicazione con i mercati e il pubblico. Alla Fed, secondo la rivista diretta da Andrea Fiano, va comunque il merito di essersi autocorretta. «Avendo riconosciuto l'errore», ha rilevato Michael Pearce, economista senior di Capital Economics, «è tornata molto rapidamente alla posizione neutrale».
Gli errori della Bce di Christine Lagarde
Con il peggioramento dell'inflazione e la guerra in Ucraina, Lagarde ha dovuto fare un rapido dietrofront sulla politica monetaria, ha osservato Global Finance. L'era dei tassi di interesse negativi e degli acquisti di asset è ormai alle spalle. La Bce sta andando avanti con la cosiddetta
«normalizzazione». A luglio la banca centrale ha aumentato i tassi di 50 punti base, a settembre di 75 e a ottobre è atteso un nuovo rialzo di 75 punti. Viste le sfide in arrivo, a cominciare dalla probabile recessione in arrivo nell'Eurozona, la Bce sta adottando un approccio di definizione dei tassi «riunione per riunione», nella speranza di raggiungere rapidamente gli obiettivi di inflazione, considerando l'andamento dell'economia.
Le differenze tra Usa ed Eurozona
Il cammino di Fed e Bce è comunque destinato a essere diverso. Le due aree sono in un differente scenario economico, che richiederà una risposta monetaria calibrata in modo diverso. Negli Usa l'inflazione è scesa a settembre per il terzo mese consecutivo all'8,2% su base annua, dopo l'8,3% di agosto, l'8,5% di luglio e il 9,1% di giugno. Il dato Cpi (consumer price index) dell'ultimo mese è stato comunque più alto dell'attesa di mercato dell'8,1%. Anche l'inflazione core, cioè al netto di cibo ed energia, è arrivata al 6,6% (dal 6,3% di agosto), un valore superiore rispetto alle previsioni del 6,5%.
Questi dati fanno capire non solo che l'inflazione americana è persistente ma anche che è alta la componente core, non legata direttamente ai prezzi di gas e petrolio, mentre è maggiore la componente strutturale legata al surriscaldamento del mercato del lavoro e alla domanda (spinta anche dal forte stimolo fiscale).
Nell'Eurozona, dove l'inflazione ha raggiunto il 10% a settembre (4,8% core) è invece molto più forte l'impatto sull'economia della guerra in Ucraina, data la dipendenza dei Paesi europei dalle fornitura di energia dalla Russia. I prezzi del gas sono aumentati molto più di quelli negli Stati Uniti e l'Ue è lenta nel trovare contromisure come il price cap e la disconnessione del prezzo del gas da quello dell'elettricità. Perciò la Bce dovrebbe essere più cauta della Fed nei rialzi dei tassi, in modo da evitare conseguenze troppo pesanti per l'economia.
Le previsioni sulle prossime mosse
«Al momento nessun dato potrebbe dissuadere la Fed dall'effettuare un nuovo rialzo dei tassi di 75 punti base», ha osservato Allianz Global Investors. Per Silvia Dall'Angelo, senior economist di Federated Hermes, «i dati recenti hanno continuato a delineare un quadro di inflazione elevata e di mercato del lavoro rigido, suggerendo che è necessario un ulteriore inasprimento monetario per raffreddare la domanda e riallinearla a un'offerta limitata». Inoltre, «la Fed deve anche ripristinare la propria credibilità. Nel complesso, la posta in gioco è così alta che la Fed è disposta a correre il rischio di esagerare e provocare una recessione». Di conseguenza per Dall'Angelo «la Fed, a meno che non si verifichi qualche incidente di percorso nei mercati, probabilmente realizzerà un ulteriore aumento di 125 punti base entro la fine dell'anno».
Quanto alla Bce, invece, oltre al rialzo da 75 punti base è sempre più probabile a ottobre un intervento sulle condizioni delle riserve bancarie (divenute troppo favorevoli per gli istituti) mentre le decisioni sulla riduzione del bilancio dovrebbero arrivare l'anno prossimo. «La Bce per ora continua la stretta monetaria, seguendo la Fed sul sentiero del rapido rialzo dei tassi di interesse, con il rischio però che l'inflazione europea non scenda come si vorrebbe, dato che è per due terzi da offerta e solo per un terzo da domanda. «Se nel Vecchio continente si realizzasse uno scenario di stagflazione, la Bce potrebbe essere costretta a ripensare le mosse di politica monetaria». (riproduzione riservata)