Banche, non sempre le fusioni funzionano. Ecco quali operazioni in Italia hanno mantenuto le promesse e quali no
L’obiettivo principale delle aggregazioni è fare sinergie. Secondo un report di Excellence Consulting tra il 2007 e il 2017 il deal più efficace è stato quello tra Popolare di Milano e il Banco Popolare, mentre in Unicredit-Capitalia i costi sono cresciuti
Le sinergie di costo sono una delle voci che gli analisti monitorano più attentamente quando valutano un’aggregazione, specie in ambito bancario. Una fusione può essere la strategia migliore per ridurre le inefficienze di un gruppo, intervenendo sulla rete commerciale e inevitabilmente sul personale.
Anche nelle operazioni lanciate in questi mesi le sinergie sono una componente importante e il dibattito tra banker e investitori si sta concentrando proprio sulla loro consistenza e soprattutto sulla loro attuabilità.
Anche nel penultimo round di aggregazioni il taglio dei costi ha giocato un ruolo chiave, sebbene con risultati differenti come dimostra una ricerca appena pubblicata da Excellence Consulting, la società di consulenza strategica fondata dall’ex McKinsey Maurizio Primanni.
L’analisi mette sotto la lente un panel di banche italiane che hanno fatto operazioni di m&a nella decade 2007-2017, escludendo quindi l’ultima tornata di deal aperta dalla fusione Intesa Sanpaolo-Ubi Banca del 2020.
Excellence Consulting confronta l’andamento dei costi operativi a 24 mesi dalla fusione con la variazione registrata da banche non coinvolte in operazioni straordinarie nello stesso periodo.
Dallo studio risulta che, in media, le banche che hanno fatto una fusione hanno registrato a 24 mesi un calo del 5,21% dei propri costi, mentre per gli istituti che non hanno partecipato a operazioni di m&a i costi sono rimasti quasi invariati (+0,64% in media). Tuttavia non mancano i casi di gruppi che, pur avendo scelto la strada dell’autonomia, hanno tagliato i costi più di chi ha preferito sposarsi.
Dallo studio risulta che, in media, le banche che hanno effettuato una fusione registrano a 24 mesi un calo del 5,21% dei costi operativi, mentre per gli altri principali istituti che non hanno partecipato a operazioni di m&a i costi sono rimasti alquanto invariati (+0,64% in media).
Tuttavia non mancano i casi di istituti che non sono stati coinvolte in operazioni straordinarie ma che hanno comunque registrato un decremento di costi superiore rispetto a chi ha scelto l’incerta strada delle nozze.
Guardando alle singole operazioni straordinarie, spiega la società di consulenza, la fusione del 2007 tra Banca Intesa (allora guidata da Corrado Passera) e il Sanpaolo Imi ha ridotto i costi operativi del 2,44% in due anni, contro un incremento di oltre il 15% registrato dalle altre banche nello stesso periodo.
Un caso ancora più interessante è quello delle nozze tra la Popolare di Milano (già allora retta da Giuseppe Castagna) e il Banco Popolare del 2017 che ha portato in 24 mesi a una riduzione dei costi operativi del 21,64% rispetto al taglio dell’11,59% fatto dalle banche non coinvolte in operazioni straordinarie.
Per l’operazione tra Mps e Antonveneta del 2008 il beneficio in termini di calo degli oneri è stato del 9,5% (sebbene sui tagli registrati dal nuovo gruppo abbia inciso anche la forte crisi degli anni successivi).
Nel panel esaminato solo l’operazione Unicredit-Capitalia del 2007 ha prodotto esiti deludenti in termini di efficienza. In questo caso infatti i costi sono saliti quasi quanto la media dei player con strategie stand-alone, mettendo a segno un +12,7%, percentuale che va comunque contestualizzata all’interno delle fortissime turbolenze che hanno interessato il sistema finanziario internazionale tra il 2008 e il 2010.
«I dati - spiega Primanni, ceo di Excellence Consulting - evidenziano che le banche coinvolte in fusioni hanno registrato una riduzione dei costi superiore alla media del settore nei 24 mesi successivi, ma anche che i nostri principali istituti di credito hanno raggiunto ormai una posizione di leadership internazionale grazie soprattutto a un’eccellente guida manageriale. Esistono le condizioni per costruire un sistema bancario italiano capace di giocare un ruolo da protagonista nel prossimo consolidamento europeo».
Rispetto alla precedente fase di consolidamento comunque, molto è già stato fatto in termini di efficienza nel sistema creditizio italiano. L’analisi di Excellence Consulting si sofferma sull’andamento del rapporto costi/ricavi per le grandi banche europee. Nel 2024 l'Italia ha registrato un valore medio virtuoso per le prime tre banche pari al 41,2%, con una riduzione di 13,8 punti percentuali rispetto al 2020.
La Spagna è l’unico paese ad avere i primi tre player con un cost/income medio inferiore alle italiane (40,7%), mentre Uk, Francia e Germania seguono rispettivamente con un rapporto del 55,8%, del 62,8% e del 70,5%. «Questi dati evidenziano come le principali banche italiane si posizionino su scala internazionale oramai ai primi posti per efficienza bancaria in termini di cost/income, con una riduzione particolarmente significativa ottenuta negli ultimi quattro anni», conclude lo studio. (riproduzione riservata)