I mercati di private equity e private credit sono in rapida crescita, così come i loro legami con le banche. Perciò, secondo la presidente della Vigilanza Bce Claudia Buch, «la gestione del rischio, la trasparenza e la regolamentazione devono tenere il passo con l’aumento della complessità e della leva al di fuori del perimetro normativo».
Francoforte ha invitato le banche europee a migliorare risk management, aggregazione dei dati, stress test interni e governance. Ma anche le normative Ue devono fare passi avanti.
Secondo Buch, la consultazione lanciata dalla Commissione Ue sul settore bancario ombra è «un’opportunità per affrontare il mismatch di leva e liquidità, per introdurre stress test a livello di sistema e per migliorare l’accesso ai dati e il coordinamento tra le autorità».
I fondi private hanno spesso sostituito le banche nei finanziamenti, anche approfittando di un arbitraggio normativo.
Gli istituti di credito sono stati regolati in modo attento dopo la crisi del 2007-2008, mentre non è avvenuto lo stesso per il comparto private (che pure può avere un ruolo positivo per il sistema finanziario). Così una parte dei rischi si è soltanto trasferita da un settore all’altro.
Inoltre le interconnessioni sono molto aumentate, facendo salire i rischi per la stabilità finanziaria, legati anche alla scarsa trasparenza e alla mancanza di dati.
I pericoli sono stati evidenziati per esempio nel «dash for cash» all’inizio della pandemia, nella vicenda di Archegos nel marzo 2021 e nella crisi dei titoli del Regno Unito nel settembre 2022.
Il settore di private equity e private debt è così cresciuto in modo rilevante: a livello globale ha raggiunto i 13.200 miliardi di asset in gestione, in gran parte nel ramo equity. I fondi di private credit (che fanno prestiti invece di acquistare azioni) hanno toccato i 2 mila miliardi, con un aumento di cinque volte negli ultimi dieci anni.
In Europa i private equity hanno asset under management per 1.200 miliardi (da 400 miliardi del 2014) e quelli credit per 430 miliardi (da 150 miliardi).
La forte crescita degli ultimi anni è legata a fattori di domanda e offerta. Gli investitori sono andati alla ricerca di rendimenti più elevati e di una maggiore diversificazione del portafoglio durante il periodo di bassi tassi.
Le società sono state attratte dalla flessibilità e rapidità delle transazioni e dal risparmio del costo dei rating (richiesti invece nei prestiti bancari sindacati).
Buch ha rilevato che la Vigilanza Bce ha condotto un’indagine per valutare le esposizioni e la gestione del rischio di un campione di banche europee significative.
Dall’analisi sono emerse le crescenti interconnessioni tra istituti di credito e fondi private. Alcune banche specializzate e di grandi dimensioni interagiscono con fondi di private equity e private credit attraverso un’ampia gamma di rapporti di finanziamento.
Le banche per esempio prestano denaro direttamente ai fondi, agli investitori dei fondi e alle società detenute nei portafogli dei fondi.
Inoltre le banche vendono derivati che i fondi e le società in portafoglio utilizzano per coprire il rischio di tasso di interesse o di cambio. Questo crea esposizioni al rischio di credito di controparte.
Alcune banche stanno entrando nel settore del credito privato anche attraverso società di asset management proprie o di terzi.
«La crescente interconnessione complica la gestione del rischio da parte delle banche», ha osservato Buch. «L’esposizione al private equity e al private credit può apparire limitata se considerata isolatamente, ma può comportare una leva finanziaria stratificata».
Per esempio «quello che potrebbe apparire come un semplice prestito garantito da attività può rivelarsi un insieme complesso di esposizioni correlate che condividono fattori di rischio e vulnerabilità sottostanti».
Perciò le banche devono monitorare i rischi, anche quelli legati a fondi non-Ue dove sono concentrate le maggiori esposizioni. (riproduzione riservata)