Banche, dall’Italia alla Spagna fino a Berlino. Ecco come i governi europei sono finiti al centro del risiko
Negli ultimi nove mesi il risiko bancario europeo è ripartito con un numero record di operazioni. Spinti dalla necessità di rafforzarsi e di sostenere i ricavi con tassi in calo, i grandi istituti hanno riaperto il cantiere del consolidamento. Ma oggi, più che con i vincoli patrimoniali o le regole della vigilanza, i banchieri devono fare i conti con un ostacolo nuovo e pervasivo: l’interventismo crescente dei governi nazionali.
«Esiste un fattore nuovo in Europa: l’influenza degli Stati sulle operazioni bancarie è diventata molto significativa», ha avvertito Andrea Orcel, ceo di Unicredit, intervenendo all’ultimo congresso nazionale della Fabi. «Anche Bbva in Spagna ha gli stessi problemi che stiamo avendo noi in Italia: non è una questione solo italiana».
Il consolidamento, un tempo regolato da logiche industriali e di mercato, si ritrova ora intrecciato a nuovi protezionismi, istanze sovraniste e ambizioni di politica industriale. Italia, Germania, Spagna e Portogallo offrono le casistiche più emblematiche – e probabilmente non le uniche – di questa nuova stagione.
In Italia il governo Meloni ha progetti ambiziosi in ambito finanziario. La privatizzazione di Mps con l’ingresso di una cordata italiana composta da Banco Bpm, Anima, Francesco Gaetano Caltagirone e Delfin ha inaugurato una fase di attivismo. Ora l’attenzione è concentrata su Mediobanca, oggetto di un’ops da 13,3 miliardi lanciata da Siena con il sostegno diretto del Tesoro, che ha l’11,7% dell’istituto guidato da Luigi Lovaglio.
Ma questi disegni sono stati parzialmente funestati dall’offerta che Unicredit ha promosso su Banco Bpm. L’operazione ha sottratto una pedina preziosa al risiko di Palazzo Chigi, al punto che i rapporti tra una larga compagine dell’esecutivo, a partire dalla Lega, e l’istituto di piazza Gae Aulenti non sono certo stati distesi.
L’arma messa in campo da Roma per contrastare Unicredit è stata il Golden Power. Venerdì 18 aprile il consiglio dei ministri ha vincolato l’offerta sul Banco a una draconiana lista di prescrizioni che spaziano dal credito alla presenza in Russia sino agli investimenti in titoli italiani. Una strategia volta a rallentare Unicredit e a preservare il progetto gradito al governo. Ma la controffensiva dovrà fare i conti con la Commissione Europea: la Direzione Servizi Finanziari ha avviato una procedura di scrutinio sul golden power e la Direzione Concorrenza indagherà sulla compatibilità antitrust per verificare la coerenza con il diritto Ue e la normativa di vigilanza.
Tra gli esiti possibili c’è anche uno scontro frontale tra Italia e Bruxelles con una procedura di infrazione. «Noto una maggiore spudoratezza nell’opporsi alle ragioni del mercato e rivendicare il primato della politica. È un segno dei tempi: gli elettori pagano i danni di un capitalismo sempre più selvaggio e lo scambiano per il mercato (che è il suo contrario), quindi guardano con simpatia a queste invasioni di campo», spiega Andrea Resti, professore di Economia alla Bocconi di Milano.
Ci sono aspetti che accomunano i diversi interventi? «Obiettivi legittimi (conservare l’occupazione e assicurarsi che l’erogazione del credito resti in mano a soggetti che conoscono l’economia nazionale) o magari illegittimi, ma non nuovi (il desiderio di avere interlocutori più sensibili alle esigenze di questo o quel partito)», puntualizza Resti.
Un altro fronte caldo è quello tedesco dove Unicredit ha scelto di crescere scalando Commerzbank. L’operazione è stata salutata favorevolmente dalle authority comunitarie ma non da quelle nazionali. Nonostante il diverso colore politico, sia il precedente cancelliere Olaf Scholz che l’attuale Friedrich Merz hanno criticato duramente la mossa di Unicredit bollandola come ostile. Ecco perché la banca si sta muovendo con cautela e non prevede sviluppi significativi prima del prossimo anno.
«Mi preoccupa l’interventismo stupido. Imporre vincoli al modo in cui le banche investono il risparmio dei clienti significa non capire che quel risparmio è degli italiani. Che possono riprenderselo e investirlo altrove se agli intermediari viene imposto di detenerlo in btp, versando l’oro alla patria», osserva Resti.
In Spagna sotto i riflettori ci sono Bbva e la sua ops ostile su Sabadell. Madrid si oppone da oltre un anno all’operazione, appellandosi a possibili rischi per l’occupazione. Il ministro dell’Economia, Carlos Cuerpo, ha appena annunciato la decisione di sottoporre l’offerta a un esame governativo, nonostante abbia già ottenuto il via libera sia dalla Bce sia dall’Antitrust. La mossa non è piaciuta alla Commissione Ue che non vede motivi per bloccare un’operazione rispettosa degli standard sui rischi e sulla concorrenza.
Infine c’è il Portogallo, dove Novo Banco si trova al centro dell’attenzione. Il governo di Lisbona ha manifestato forte preoccupazione per l’interesse della spagnola CaixaBank e della francese Bpce-Natixis per l’istituto. Già ogig del resto le banche spagnole rappresentano già circa un terzo del mercato portoghese, un livello di concentrazione giudicato eccessivo dal ministro delle Finanze Joaquim Sarmento che si è detto pronto a contrastarla. Anche qui insomma si profila braccio di ferro che coinvolge sensibilità nazionali e timori di dominanza estera nel settore bancario.
In pochi mesi, il panorama bancario europeo ha insomma rivelato un tratto inedito: i governi nazionali hanno iniziato a interferire con decisione nelle operazioni di m&a. L’Italia ha scelto una linea difensiva con il golden power. La Germania e il Portogallo sono salite sulle barricate contro l’avanzata degli istituti stranieri. La Spagna infine si sta opponendo con ogni strumento utile a un’operazione ostile non gradita.
Non è chiaro se questa stagione sarà una fase transitoria o l’avvio di una nuova era, in cui i governi useranno la mano pesante nel ridefinire la fisionomia del sistema bancario continentale. Molto dipenderà dalle prossime decisioni comunitarie: se la DgComp e la Bce riaffermeranno la libertà d’azione industriale o se, al contrario, sceglieranno di legittimare un controllo più stretto sugli equilibri nazionali. Di certo, il risiko bancario è ripartito con regole nuove: più politica, meno mercato. (riproduzione riservata)