Nel mondo bancario italiano sta emergendo una frattura sempre più evidente tra gli istituti tradizionali e la nuova generazione di operatori digitali. Realtà come Revolut, Hype e piattaforme di investimento come Interactive Brokers stanno conquistando milioni di clienti grazie a un’offerta costruita per essere il più possibile immediata e conveniente.
Questi nuovi player, osserva Stefano Achermann, ad di Be Shaping The Future, gruppo Engineering ed esperto di tecnologia finanziaria, «giocano in un campionato diverso» rispetto a gruppi come Intesa Sanpaolo e Unicredit, che hanno costruito la loro forza su un’ampiezza di servizi e una struttura pensata per tutte le tipologie di clienti.
La differenza è strategica: le grandi banche offrono decine di servizi, mentre le fintech si concentrano su una decina di funzioni mirate e ottimizzate per pochi casi d’uso ad alto impatto, come trasferimenti internazionali di denaro a basso costo, pagamenti digitali, accesso semplificato a piccoli prestiti.
Achermann sottolinea che la chiave del successo di questi operatori sia la combinazione di semplicità e storytelling: si presentano come «la banca per chi viaggia», «la banca dei giovani», «la banca per chi investe da smartphone». Questa specializzazione viene rafforzata da un marketing mirato al pubblico di riferimento. È un modello leggero, costruito per far crescere rapidamente la base di utenti e solo in un secondo momento provare a monetizzare.
Ma dietro la crescita delle fintech si celano fragilità: molti utenti usano solo i servizi gratuiti e abbandonano la banca appena compaiono costi. La redditività resta lontana e, nota Achermann, Revolut è «forse l’unico vero campione emerso da centinaia di tentativi falliti, come accadde con Fineco nei primi anni Duemila».
La forza di queste società è nella crescita rapida degli utilizzatori, non nei profitti. E anche il mercato tende a valutarle in base al numero di utenti più che al margini generati. Proprio per questo, osserva Achermann, sottraggono alle banche tradizionali solo clienti a bassa marginalità lasciando sostanzialmente intatti i segmenti più redditizi.
Di fronte a questa sfida, sottolinea il manager, per gli istituti italiani sarebbe controproducente imitare integralmente le fintech o ingaggiare con loro uno scontro diretto: significherebbe snaturare il proprio modello di banca universale e compromettere le fonti di reddito più solide.
La via d’uscita, suggerisce, è un’altra: «Se hai una grande fabbrica di abiti di lusso, puoi creare una seconda linea innovativa e per i giovani, rafforzando così il marchio principale». In concreto, ciò significa che gruppi come Intesa Sanpaolo o Unicredit potrebbero lanciare marchi paralleli, banche digitali autonome e specializzate per target specifici, con app dedicate, pochi servizi semplificati e pricing aggressivo.
È il modello portato avanti da Intesa Sanpaolo con Isybank: una banca digitale distinta dalla principale, pensata per un pubblico giovane e tecnologico, senza filiali fisiche e con costi ridotti. La strategia, spiega Achermann, permetterebbe ai grandi istituti di presidiare i segmenti più sensibili a costi e semplicità d’utilizzo, senza erodere i ricavi derivanti dai clienti che utilizzano servizi avanzati o richiedono prestiti ingenti. Questi ultimi resterebbero infatti legati alla banca madre. (riproduzione riservata)
??????