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Banche, chi ha più buy a Piazza Affari e chi rende di più dopo la tassa sugli extraprofitti. La classifica

11 agosto 2023, 20:00 Ultimo aggiornamento: 12 agosto 2023, 08:27

La tassa sugli extraprofitti coglie in contropiede la borsa. Gli istituti dovrebbero pagare 2 miliardi, in media il 10% dei risultati. Ecco, titolo per titolo, l’impatto atteso sugli utili e sui dividendi dei gruppi creditizi quotati a Piazza Affari e tutti i giudizi degli analisti. Che cosa accadrebbe poi se l’imposta fosse deducibile? | Tassa sugli extraprofitti, l'Abi ora punta sulla deducibilità

Banche, chi ha più buy a Piazza Affari e chi rende di più dopo la tassa sugli extraprofitti. La classifica

Che bella e succosa notizia per i fondi hedge leggere che il governo italiano ha deciso di porre una tassa sugli extraprofitti delle banche, inserita nel decreto Asset. Capital Fund Management ha colto l’occasione, il 9 agosto, dopo l’annuncio, per accendere una posizione netta corta (scommettendo cioè sul ribasso) su Bper Banca per lo 0,6% delle azioni dell’istituto di credito di Modena, seguendo l’esempio di Marshall Wace che è titolare di un’esposizione simile (0,7%). Un fatto del tutto comprensibile se si pensa che l’indice Ftse Italia Banche, a quota 12.863 punti alla chiusura di lunedì 7 agosto, prima dell’ufficializzazione della tassa, ha poi perso 10 miliardi di valore il giorno dopo a 11.887 punti, per recuperare venerdì attorno al valore di 12.497 venerdì, circa il 3% sotto il valore d’inizio settimana.

Nel frattempo il governo ha emendato la portata dell’intervento, rivendendo più volte la modalità di calcolo sul prelievo e omettendo poi nella relazione tecnica di definire una cifra sulle attese di incasso dell’imposta. Il Mef ha stabilito quindi un tetto dello 0,1% sugli asset delle banche su cui gli analisti di Equita hanno costruito una tabella che evidenzia i potenziali effetti, banca per banca, sull’utile atteso nel 2023 e nella distribuzione ai soci fra cedole e buyback. La somma totale arriva a 2,15 miliardi di tassa complessiva attesa, ovvero circa il 10% dell’utile di 22,7 miliardi atteso per il 2023 che la casa d’analisi ha calcolato su un campione di 14 grandi banche nazionali.

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Tuttavia in questi giorni l’Abi, l’associazione bancaria, sta lavorando ad alcune proposte da sottoporre al governo fra cui la deducibilità fiscale della tassa nel corso dei prossimi 5 anni, da chiarire poi se anche il margine di interesse prodotto dai Btp vada incluso nel conteggio. In quest’ultimo caso, hanno scritto gli analisti di Mediobanca Securities, il prelievo scenderebbe da 2 miliardi a circa 1,3 miliardi, con un impatto sull’utile per azione a cifra singola e un peso sul Cet 1 da 30 punti base a 10-20.

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Banche, chi è strong buy

Intanto Milano Finanza è andata a guardare come sono posizionate le banche italiane fra gli analisti, per capire chi detiene ora più giudizi buy sul titolo e chi ha il maggiore consensus rating di Bloomberg. Quest’ultimo indica, su una scala da 1 a 5, i titoli strong sell (da vendere) con un punteggio di 1 e quelli strong buy (da comprare) con un punteggio di 5. Che cosa emerge dunque?

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Unicredit. Le due banche con il maggior numero di buy sono Unicredit e Intesa Sanpaolo. Per Unicredit (25) ci sono due giudizi hold (tenere) e nessuno sell (vendere), con un punteggio di consensus rating pari a 4,81. Equita stima che la banca potrebbe pagare 500 milioni di tassa (-7% sull’utile atteso nel 2023) con un rendimento comunque del 13,9% fra dividendo e buyback, tenendo fermo il payout (la percentuale di profitti girata ai soci). Se la mediazione dell’Abi andrà a buon fine, questo impatto potrebbe calare fino forse a dimezzarsi. Berenberg ha un prezzo obiettivo di 31 euro su Unicredit, Mediobanca di 30, Bnp Paribas di 35 euro.

Intesa Sanpaolo. La banca guidata dal ceo Carlo Messina ha 23 buy, 5 hold e 1 sell, con un consensus rating di 4,52. L’impatto sugli utili potrebbe essere di 857 milioni, ovvero dell’11%, ma il titolo renderebbe comunque il 10,5% fra cedole e riacquisti. Gli analisti di Goldman Sachs, andando a guardare solo agli asset italiani di Ca’ de Sass, si aspettano un impatto del 9%, 715 milioni, sugli utili attesi al 2024, confermano il rating buy con un prezzo obiettivo di 4 euro. Kbw ha un prezzo obiettivo di 3,75 euro, Redburn e Bnp Paribas 3,5 euro.

Banco Bpm. Sono 15 i buy sul gruppo milanese, un hold e nessun sell, con un onsensus rating di 4,88, il massimo fra le banche italiane considerate. Al momento la tassa potrebbe incidere per 190 milioni, con un impatto del -15% sugli utili 2023. A parità di payout ratio, il titolo, grazie al dividendo, renderebbe all’8,1% senza contare per ora un ulteriore addolcimento della norma. Sul titolo, Mediobanca ha un target price di 5,6 euro, Intesa Sanpaolo di 5,8 euro, Kbw di 6,7 euro, Bnp Paribas di 6,9 euro e Barclays di 7 euro.

Bper Banca, Credem, Mediobanca. Il gruppo modenese ha 8 buy e 5 hold, con un consensus rating di 4,23. Nonostante la tassa possa incidere per il 12%, il titolo offre, grazie al dividendo, un interessante 11,5%. Quanto al Credem, su cui vi sono 7 buy e 3 hold con un consensus rating di 4,3, l’impatto atteso dovrebbe essere del 16% sugli utili 2023 (65 milioni), che porterebbe il rendimento al 3,6%. Più contenuto l’impatto su Mediobanca, al 9% per 91 milioni per un rendimento del 6,8%. La merchant bank ha 6 buy, 8 hold e 3 sell per un punteggio di 3,24. Gli analisti di Alpha Value hanno un target price di 12,7 euro sul titolo, Autonomous di13,58, Kbw di 14,4, Equita Sim di 14,7 euro.

Illimity, Mps, Popolare di Sondrio. L’istituto guidato dal Corrado Passera detiene 2 buy e 2 hold, con un punteggio di 3,75 e dovrebbe pagare 6 milioni di tasse sugli extraprofitti (-7% sull’utile, per un rendimento del 4,6%). Mps, invece, in mano al Mef, lo Stato, per il 64%, ha 7 giudizi hold e un punteggio di 3. La nuova norma dovrebbe incidere per 120 milioni, l’11% dei profitti attesi nel 2023. Il gruppo, guidato dall’ad Luigi Lovaglio, non stacca ancora dividendo, essendo appena uscito da una lunga ristrutturazione.

La Popolare di Sondrio ha zero buy e 4 hold per un punteggio di 3. L’impatto dell’imposizione fiscale sulla banca sarebbe del 15% per 58 milioni di euro, con un rendimento finale da dividendo dell’8,5%.

Gestori patrimoniali, Banca Mediolanum in testa

Banca Mediolanum detiene 13 buy, 1 hold e zero sell, con un rating consensus di 4,86, FinecoBank ha 10 buy, 6 hold e 1 sell, e un rating consensus di 4,06. Più in là, Banca Generali ha 3 buy, 8 hold e 1 sell, con un punteggio di 3,25. L’impatto atteso al momento sull’utile netto delle tre società, in base alle attese di Equita, è di 36 milioni per Fineco (-6% circa sull’utile) che porta a un rendimento da cedole e buyback del 4,1%; di 37 milioni (-5% sull’utile, rendimento del 7,6%) per Banca Mediolanum e di 17 milioni (-5% sull’utile, rendimento del 5%) per Banca Generali.

Buyback difensivo

Adesso però il rischio è che le banche riducano il monte dividendi aumentando i riacquisti di azioni proprie a titolo difensivo. Un modo pratico per proteggersi dall’ingerenza dello Stato nei bilanci. È il monito che lanciano gli analisti di Deutsche Bank: «le banche rimangono per definizione esposte a shock esterni, il cambiamento del contesto normativo e la possibile introduzione di nuove tassazioni rappresentano un chiaro esempio di shock».

La percezione degli esperti è che «in futuro, per fornire ancora più fiducia agli investitori che sono rimasti sorpresi dalla rapidità con cui l’ambiente normativo del settore può cambiare in Italia rispetto ad altri Paesi, le banche possono decidere di favorire i buyback rispetto ai dividendi pagati in contanti».

Sebbene il processo di introduzione dei riacquisti di azioni proprie richieda più tempo (serve un’autorizzazione da parte dell’assemblea straordinaria degli azionisti oltre che della Bce), il buyback offre «maggiore flessibilità in caso di eccesso di capitale, stabilizzando così le politiche di remunerazione degli azionisti in caso di shock esterni che potrebbero incidere sulla generazione di utili», ragiona Deutsche Bank.

Analisti contro

La tassa sugli extraprofitti bancari non è stata accolta molto bene dal mondo degli analisti. Moody’s ha detto che è una decisione credit negative sul settore bancario italiano, S&P Global ha commentato che il governo alla fine «non perderà troppi voti alzando le imposte alle banche», mentre gli esperti di BofA hanno fatto un ragionamento sotto il profilo legale. E hanno spiegato in un report che l’aumento dei profitti bancari non è straordinario, perché legato al naturale aumento dei tassi a causa dell’inflazione. È piuttosto una normalizzazione rispetto ai recenti anni di tassi zero durante l’epoca della deflazione in Europa. In quegli anni i profitti delle banche erano «straordinariamente bassi». A questo si aggiunga che la Robin Hood Tax del 2008 e la tassa all’energia del 2022 sono state dichiarate incostituzionali. (riproduzione riservata)



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