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Azioni pericolose: dopo il crollo di Novo Nordisk, seguirà anche Eli Lilly?

di Fabio Pavesi
09 agosto 2025, 02:00 Ultimo aggiornamento: 10:06

La danese Novo Nordisk, arrivata a essere la società più capitalizzata d’Europa grazie al suo prodotto anti-obesità, in borsa è tornata ai nastri di partenza. Stessa parabola per l’americana Eli Lilly? 

Dalla scalata all’Everest, il tetto del mondo, al ritorno frettoloso al campo base. E ci vorrà tempo prima di provare a risalire. È in questa metafora la rappresentazione della parabola borsistica amara di Novo Nordisk, l’azienda danese assurta sul trono di titolo a maggior capitalizzazione di Europa solo un anno fa e tornata in soli 12 mesi ai nastri di partenza.

In questi giorni il titolo della società farmaceutica di Copenhagen, divenuta re dei listini del Vecchio Continente grazie al mirabolante successo dei suoi farmaci anti-obesità, è tornata a quotare poco sopra le 300 corone danesi, quando solo a fine giugno del 2024 raggiungeva il suo Zenith borsistico a 1.000 corone per azione.

Un crollo repentino del 70% che ha fatto rientrare rapidamente sulla Terra le quotazioni da record che avevano permesso alla «piccola» società pharma di battere per valore di mercato il colosso del lusso francese Lvmh, che fattura tuttora il doppio di Novo Nordisk.

Magie di certa euforia borsistica, ora raffreddatesi di colpo, legate all’indubbio successo dei due farmaci di punta, l’Ozempic e il Wegovy a base di semaglutide, il principio attivo anti-diabete che si è scoperto agire anche sul peso e che ha avuto un esaltante successo soprattutto negli Usa come rapido rimedio anti-dimagrante.

Prima la corsa, ora lo stop

Le vendite fin dal 2021, anno di lancio del Wegovy, si sono subito impennate consentendo a Novo di raddoppiare il fatturato nei successivi tre anni con tassi di crescita dei ricavi di oltre il 25% annuo. E con gli utili netti anch’essi al raddoppio, passati da 47 miliardi di corone danesi a oltre 100 miliardi a fine del 2024 con un peso sui ricavi salito al 35%.


Ma quest’anno la corsa si è fermata. L’azienda guidata fino a poco tempo fa da Lars Jorgenson, che si è dovuto dimettere a maggio (al suo posto è arrivato David Ricks) dopo il primo allarme utili, ha di fatto annunciato ben due profit warning, abbassando le stime di ricavi e utili operativi sia a maggio che nei giorni scorsi, all’indomani della semestrale pubblicata giovedì 7. Mentre a febbraio il management prevedeva tassi di crescita del fatturato per l’intero anno in una forchetta tra il 16 e il 24%, in linea con gli anni precedenti, a maggio a sorpresa una prima sforbiciata al 13-21% e ora fa la guidance è stata portata a un range tra l’8 e il 14%. Copione analogo per l’utile operativo: previsto a febbraio tra il 19 e il 27% di crescita, è stato tagliato prima al 16-24% e ora è sceso tra il 10 e il 16%.

Valeva 50 volte gli utili

Come si vede, un drastico cambiamento di prospettiva, di fatto un dimezzamento della crescita che ha indotto il mercato a vendere a piene mani. Lo hanno fatto soprattutto gli investitori istituzionali che hanno compreso che quel rapporto prezzi-utili di oltre 50, toccato nel picco massimo delle quotazioni, era diventato insostenibile.

Ora l’azione è tornata ai livelli del 2021, prima dell’introduzione sul mercato del Wegovy che aveva letteralmente fatto impazzire il mercato Usa con i consumatori in preda alla febbre del dimagrimento rapido senza l’incubo di massacranti diete.

E anche le valutazioni implicite sono così tornate sulla Terra, in linea con un business che, raggiunto un anno fa il suo picco, ora viaggia a tassi di vendite meno esplosive. Il titolo ai prezzi attuali tratta infatti a 12 volte gli utili, più o meno in linea con gran parte dei colossi del pharma Usa ed europei. Annullando nei fatti l’unicità di quei prodotti che hanno fatto correre sul listino quella che, prima della scoperta degli effetti sul peso dei farmaci anti-diabete, una era piccola società produttrice del prodotto povero insulina.

Ovviamente lo sboom è tutto borsistico, figlio di aspettative di crescita infinite. L’azienda pur con le revisioni al ribasso resta un’ottima, solida e profittevole realtà. Solo che la sua corsa si sta stabilizzando. Come del resto va a saturazione il business dei farmaci anti-peso.

Resta molto reddizia

Nel primo semestre di quest’anno Novo Nordisk ha portato a casa ricavi per 155 miliardi di corone e utili netti per 55 miliardi, con una redditività netta ancora molto sostenuta.nMa sono le prospettive, come indicato dalla stessa azienda, a essere poco toniche.

Novo Nordisk deve fronteggiare almeno tre ordini di problemi. In primo luogo, la concorrenza delle farmacie, che hanno messo in vendita preparati simili agli stessi principi attivi usati per i farmaci brevettati e sui cui la Fda americana pare aver lasciato correre. L’azienda ha avviato cause legali finora senza esiti. I preparati delle farmacie hanno il vantaggio di costare assai meno e stanno erodendo quote di mercato ai prodotti di punta.

Poi c’è lo spettro dei provvedimenti sul fronte pharma decisi da Trump, che chiede alle aziende di abbassare i prezzi sul mercato Usa rispetto al mercato europeo. Novo è particolarmente esposta: di fatto oltre la metà del suo giro d’affari viene proprio dal mercato statunitense, dove i prezzi di Wegovy e Ozempic sono più del doppio rispetto a quelli praticati sui mercati europei. Se Trump andrà avanti nella sua battaglia, ciò ovviamente impatterà fortemente sui ricavi dell’azienda danese.

Il duello con Eli Lilly

Infine c’è l’assalto a quello che era il monopolio danese da parte del gigante americano Eli Lilly. L’azienda Usa ha in commercio due farmaci analoghi a quelli di Novo Nordisk, ossia il Mounjaro e lo Zepbound, che mostrano tassi di crescita ben più alti di Ozempic e Wegovy. I due prodotti di punta di Eli Lilly stanno correndo sul mercato Usa a tassi dell’80% contro un +11% dei farmaci dell’azienda di Copenhagen.

Del resto era inevitabile. Novo ha creato, a partire dalla sua esperienza di produttore di insulina, un mercato molto ricco che dal diabete si è espanso fino alla new wave dei farmaci anti-obesità. Una torta troppo succulenta per restare il dominus assoluto in questo business.

Eli Lilly non è stata a guardare e si è buttata anch’essa sul principio attivo, il semaglutide, e ora di fatto si sta spartendo il mercato con il vecchio first mover.

Il gigante Usa, partito dopo, sta ripercorrendo la strada di Novo. Inanellando lo stesso ritmo di crescita, che però sta proseguendo rispetto allo stop occorso a Novo. Nel 2024 i suoi ricavi sono saliti a 45 miliardi di dollari con un tasso di marcia del 32% sul 2023, chiuso a quota 34 miliardi. Dopo che rispetto al 2022 il tasso era cresciuto del 19%. E le stime di consenso, raccolte da S&P Global Market Intelligence, dicono che a fine 2025 il fatturato dovrebbe superare quota 60 miliardi con un'altra annata in marcia del 33% per ricavi da vendite.

Intanto il primo trimestre del 2025 ha mostrato un rialzo dei ricavi del 45%, trainato dalla folgorante crescita proprio dei due prodotti di punta Mounjaro e Zepbound, che da soli hanno prodotto 6,1 miliardi di ricavi, la metà di tutti i ricavi dell’azienda Usa.

Giovedì 7 maggio l’azienda di Indianapolis ha svelato i conti del semestre, che hanno visto un’ulteriore accelerazione dei numeri. Con un fatturato gennaio-giugno a 28,2 miliardi, in aumento del 41% sul semestre precedente. Con sempre i due farmaci di punta a totalizzare la metà del fatturato e con tassi di crescita per Mounjaro dell’85% e per Zepbound del 300%. La corsa del fatturato spinge la redditività, con gli utili netti dei sei mesi a 8,4 miliardi.

Perché, nonostante i buoni conti, Eli Lilly è crollata

Eppure il titolo Eli Lilly è crollato nella giornata dei conti di ben il 14%. Solo perché la sperimentazione di un nuovo farmaco Orforglipon ha dato risultati meno soddisfacenti sul piano della perdita di peso rispetto alle aspettative. Non solo: ha registrato abbandoni nella sperimentazione per i problemi di tollerabilità. E così nella stessa giornata, per la legge del contrappasso, la borsa che ha venduto le azioni Eli Lilly ha viceversa comprato azioni Novo, salita del 6,7%.

È davvero un duello borsistico tra i due primattori e padroni del mercato.A ben vedere, al di là delle reazioni di giornata dei mercati, Eli Lilly sembra aver preso il posto della Novo Nordisk pre-rallentamento quanto a tassi di crescita delle vendite. E anche sul fronte della redditività l’azienda Usa si sta portando sui livelli della rivale danese, con utili netti vicini al 30% dei ricavi. La guidance è stata alzata, portando la forchetta di fatturato per l’intero 2025 tra 60 e 62 miliardi di dollari, con il titolo che ha più che raddoppiato di valore negli ultimi tre anni, anche se è sceso del 30% dai suoi picchi massimi dell’agosto 2024.

Il rischio per gli investitori

Il mercato, vista la parabola di Novo Nordisk, dovrebbe prestare attenzione a corse troppo esuberanti di titoli il cui valore di business è legato a pochi prodotti di punta. Eli Lilly fa metà del fatturato solo con i due medicinali anti-peso. E, come Novo, è esposta alle problematiche della concorrenza delle farmacie. Meno ovviamente ai dazi che pare Trump voglia imporre alle farmaceutiche europee come Novo, ma esposta comunque alla politica di taglio dei prezzi propugnata dal presidente Usa.

E così anche per Eli Lilly c’è il rischio concreto di replicare la parabola borsistica della concorrente europea. Ricavi e utili che esplodono in breve tempo per il successo di solo una classe di farmaci. Investitori che, spinti dai tassi di crescita dei conti, si buttano a capofitto sui titoli. E appena arrivano segnali di frenata ecco che si corre a vendere quelle stesse azioni che hanno raggiunto multipli di prezzo non più compatibili con il rallentamento delle vendite. Non certo il luogo ideale per i cassettisti. Se presi contro tempo ci si fa male. E tanto. Copenhagen insegna. (riproduzione riservata)



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