Sono meno di quattro imprese ogni mille, ma valgono un quinto dell’economia italiana. Le imprese a controllo estero rappresentano appena lo 0,4% del totale delle aziende attive nel Paese, eppure generano il 21% del fatturato nazionale, il 17,5% del valore aggiunto e oltre un terzo delle esportazioni. Una presenza sempre più centrale per la competitività italiana, destinata a pesare ancora di più in uno scenario internazionale segnato da tensioni geopolitiche, riorganizzazione delle catene globali del valore e crescente competizione tra Paesi per attrarre capitali.
È quanto emerge dal Rapporto 2026 dell’Osservatorio Imprese Estere, presentato nel corso dell’Annual Meeting del Gruppo Tecnico Confindustria Imprese Estere alla Luiss di Roma. Lo studio, intitolato «Territori che attraggono. Regioni, imprese e istituzioni per consolidare gli investimenti esteri», propone anche un cambio di prospettiva: misurare l’attrattività dell’Italia non solo attraverso i flussi annuali di investimenti diretti esteri, ma soprattutto dalla capacità di trasformare quei capitali in presenza produttiva stabile, ricerca, occupazione qualificata e sviluppo delle filiere.
Nel 2023 le imprese a controllo estero presenti in Italia sono salite a 18.825, con una crescita del 38,7% rispetto al 2014. In dieci anni il loro peso sull’economia è aumentato in modo costante: il contributo al fatturato nazionale è passato dal 17,8% al 21%, raggiungendo 887 miliardi di euro, mentre quello sul valore aggiunto è cresciuto dal 14,1% al 17,5%, pari a 188 miliardi.
Anche l’occupazione è aumentata più rapidamente rispetto al resto del sistema produttivo: prendendo il 2014 come base 100, gli addetti delle imprese estere hanno raggiunto quota 149,5, contro 113,2 delle altre imprese italiane. Sul fronte dell’internazionalizzazione il loro ruolo è sempre più rilevante. Le esportazioni riconducibili alle imprese estere sono salite dal 27,4% del 2014 al 35,8% nel 2023, per un valore superiore ai 200 miliardi di euro, confermando il loro ruolo di ponte tra il sistema produttivo italiano e le catene globali del valore.
Il rapporto evidenzia anche un profilo qualitativo superiore rispetto alla media del sistema produttivo nazionale. Le imprese a controllo estero realizzano il 38,1% della spesa privata in ricerca e sviluppo, pari a circa 6,5 miliardi di euro, consolidando il loro ruolo nei comparti ad alta intensità tecnologica come farmaceutica, elettronica, chimica e Ict.
Sul mercato del lavoro, le multinazionali garantiscono occupazione più qualificata e meglio retribuita. Le unità locali estere producono mediamente 107 mila euro di valore aggiunto per addetto, contro i 59 mila euro della media nazionale, mentre le retribuzioni risultano superiori del 47,7%. Anche confrontando soltanto le grandi imprese, la produttività delle controllate estere supera del 29,5% quella delle grandi aziende italiane.
Attraverso fornitori, servizi, logistica e rapporti con le piccole e medie imprese, le aziende estere attivano un effetto moltiplicatore lungo tutta la filiera. Secondo il rapporto, ai 188 miliardi di valore aggiunto diretto corrispondono 398,3 miliardi di valore aggiunto complessivamente sostenuto, pari a oltre il doppio dell’impatto iniziale. Sul fronte occupazionale gli 1,83 milioni di addetti diretti sostengono complessivamente 6,22 milioni di posti di lavoro nell’intero sistema economico italiano.
La geografia degli investimenti resta fortemente concentrata. Lombardia, Lazio, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna raccolgono il 76% del valore aggiunto prodotto dalle imprese estere, con la sola Lombardia che pesa per il 37,9% del totale nazionale.
Il rapporto evidenzia però una differenza tra competitività e capacità di attrarre capitali. Alcune regioni, come Lombardia, Piemonte, Liguria, Basilicata, Molise e Abruzzo, riescono a trasformare il proprio potenziale economico in presenza estera più efficacemente di quanto suggerirebbero i loro fondamentali, mentre territori con una forte base industriale, come Emilia-Romagna, Veneto e Marche, mostrano margini ancora inespressi nell'attrazione degli investimenti internazionali.
La conclusione del Rapporto è anche una proposta di politica industriale. In un contesto in cui gli investitori valutano sempre più tempi autorizzativi, infrastrutture, disponibilità di competenze, costo dell’energia e certezza normativa, l’Italia deve passare da una logica di semplice promozione del Paese a una strategia di accompagnamento dell’investitore lungo tutto il ciclo di vita del progetto. Per questo Confindustria Imprese Estere indica come priorità un maggiore coordinamento tra Mimit, ministero degli Esteri, Regioni e sistema della rappresentanza. (riproduzione riservata)