L’auto è in crisi. È stato detto, scritto e raccontato, anche da questo giornale, in tutti i modi negli ultimi mesi. E il 2024 lo ha certificato in pieno. A partire dal 2023 inflazione e tassi in aumento hanno frenato la domanda in un mercato in ripresa dopo il Covid ma caratterizzato da modelli con prezzi in costante aumento e diventati troppo cari per il consumatore medio, che spesso ha preferito rimandare l’acquisto. Una dinamica aggravata dalla transizione forzata verso l’elettrico (soprattutto in Europa, dove sono mancate le condizioni adeguate tre prezzi eccessivi dei veicoli e infrastruttura inadeguata), che ha imposto e impone ai produttori investimenti miliardari nella riconversione delle fabbriche, aumentando costi e incertezza.
Finita qui? No, perché intanto la Cina sta esportando auto elettriche a basso costo, minacciando le case tradizionali occidentali, che sono anche alle prese con un problema di sovrapproduzione: la capacità, soprattutto in Europa, supera la domanda reale, portando a possibili chiusure di stabilimenti. E nel Vecchio Continente i produttori europei sono gravati da regolamenti stringenti sulle emissioni, con le multe Ue per lo sforamento dei limiti di Co2 pronte a penalizzare chi vende ancora troppe auto termiche. Completa il quadro il rischio dazi (dell’Ue contro la Cina e viceversa e quelli di Donald Trump contro Messico e Canada e forse Europa).
Ce n’è abbastanza perché, senza interventi politici e industriali efficaci, la fase di crisi dell’auto si prolunghi, con il settore strozzato dalla necessità di bilanciare transizione ecologica, competitività e redditività. Eppure a gennaio qualche segnale di risveglio il comparto e alcuni grandi gruppi lo hanno mandato, anche in borsa. E a livello politico in Europa qualcosa inizia finalmente a muoversi.
Qualche prova di quella che sembra una prima inversione di tendenza c’è anche in Italia, storico produttore di auto colpito dalla brusca frenata nella produzione (-45,7% a 283.090 vetture nel 2024, secondo dati del sindacato Fim-Cisl) dell’unico attore presente. Stellantis sembra però aver iniziato l’anno nuovo, annunciato comunque come «difficile» dai vertici aziendali, con un po’ di sprint: lo dimostra lo storico stabilimento Fiat di Mirafiori a Torino, dove la produzione della 500 elettrica, ferma da novembre, il 20 gennaio è ripartita e invece di fermarsi dopo pochi giorni (come si temeva), proseguirà per tutto febbraio, come ha scritto nei giorni scorsi MF-Milano Finanza, e potrebbe farlo anche a marzo.
Un segnale di rinascita per un impianto in crisi ma anche per un mercato dell’elettrico che resta debole quanto si vuole ma è forse più vivo del previsto. Un’altra prova? Gli ordini della nuova Grande Panda elettrica appena lanciata, che secondo quanto ha comunicato la stessa Stellantis nei giorni scorsi hanno già sfondato quota 15 mila in Europa in Paesi come Francia, Belgio, Germania e Olanda, esclusa l’Italia (ordinabile dal 28 gennaio).
Uscendo da Italia e Europa, negli Stati Uniti si trovano le uniche due grandi case automobilistiche ad aver già fornito i conti del 2024, dati non buoni come era prevedibile. General Motors ha riportato risultati sotto le attese, con un utile sceso del 40% a 6 miliardi, ma il colosso guidato da Mary Barra ha alzato le stime per il 2025: la società prevede profitti compresi tra 11,2 e 12,5 miliardi, una cifra superiore ai 10,8 miliardi attesi dagli analisti, e quindi si aspetta un anno migliore del 2024, durante il quale è comunque riuscita a raddoppiare la quota di auto elettriche vendute.
A proposito di elettrico, la regina Tesla è l’altra casa Usa ad aver pubblicato la trimestrale. Ha deluso perché anche per il gruppo di Elon Musk i profitti sono crollati (del 71%) così come ricavi (tranne che per i certificati verdi) e margini erano sotto le attese, ma il titolo in borsa ha reagito alla trimestrale giovedì 30 chiudendo in positivo. Il motivo è che in call Musk ha confermato che nuovi modelli più economici e a costo inferiore entreranno in produzione nella prima metà dell’anno. Anche senza dettagli specifici, questa conferma ha rassicurato gli investitori.
Chi invece soffre per l’elettrico (e per la Cina) è Volkswagen, che però è riuscita per il momento a evitare i tagli drastici che erano stati paventati e non a caso in borsa è il migliore titolo da inizio anno. Il colosso tedesco ha annunciato nei giorni scorsi di prevedere di dover pagare multe all’Ue per le emissioni minori del previsto, circa 1,5 miliardi rispetto a stime precedenti molto più alte e probabilmente errate: i 15 miliardi di sanzioni complessive per il settore evocate dall’Acea, l’associazione europea dei costruttori, sono calcolate sul venduto del primo semestre del 2024, ma nel 2025 l’offerta dei gruppi in Europa sarà molto diversa e si arricchirà di tanti nuovi modelli elettrici.
Inoltre, quello delle multe, e questa sarebbe un’ottima notizia per tutto il settore, è uno spettro che potrebbe anche svanire. E qui veniamo al piano politico: la Commissione si è ammorbidita su questo punto e potrebbe mantenere invariati gli obiettivi del 2025, ma consentire ai produttori di compensare eventuali sforamenti con risultati superiori nei successivi anni. Come segnala BofA in un report, un rinvio delle multe, insieme al piano d’azione sull’auto che l’Ue presenterà il 5 marzo, sono «catalizzatori positivi in arrivo» per il settore.
Tra questi potrebbe esserci anche un nuovo e inedito schema di incentivi per l’elettrico su scala europea: per BofA «potrebbe diventare un fattore chiave nella seconda metà del 2025» perché gli «incentivi ridurrebbero gli sconti che le case devono offrire per vendere i veicoli elettrici, rendendo la transizione più sostenibile per i produttori». (riproduzione riservata)