Elettrico sì, ma con più tempo e più paletti. Il compromesso raggiunto da Bruxelles sullo stop ai motori termici dal 2035 sembra concedere una boccata d’ossigeno ai costruttori europei, ma non cancella il destino dell’auto elettrica, che resta al centro della traiettoria industriale Ue.
È il quadro delineato dagli analisti nelle ricostruzioni di Reuters e Financial Times dopo la decisione della Commissione europea di ammorbidire il bando totale, sotto la pressione delle lobby dell’auto e di alcuni governi.
La Commissione ha proposto di superare il divieto dei motori a combustione dal 2035, consentendo la vendita di ibride plug-in, di veicoli elettrici con range extender e persino di modelli tradizionali, a condizione però che le emissioni residue - fino al 10% di quelle del 2021 - vengano compensate con acciaio a basse emissioni prodotto nell’Unione europea e carburanti sostenibili. Una svolta che concede più tempo ai gruppi storici europei per monetizzare gli investimenti sull’ibrido, senza però rinunciare all’obiettivo di lungo periodo della decarbonizzazione.
Secondo gli analisti, la scelta apre uno spazio competitivo soprattutto contro i rivali cinesi, che stanno avanzando rapidamente sul mercato europeo con modelli elettrici a basso costo. «La Commissione ha dato all’industria la possibilità di scegliere e di recuperare terreno rispetto alla Cina», ha commentato Phil Dunne di Grant Thornton Stax.
I marchi premium come Mercedes-Benz e Bmw avranno quindi più tempo per continuare a vendere ibride plug-in prima del passaggio completo all’elettrico. I gruppi con una forte presenza nel segmento delle citycar, come Stellantis e Renault, potrebbero invece beneficiare della nuova categoria di piccoli veicoli elettrici sovvenzionati e costruiti in Europa, pensata per favorire la mobilità urbana e rafforzare la filiera continentale.
Il contesto resta però complesso: nel 2025 le vendite di auto elettriche in Europa sono cresciute del 25,7% fino a ottobre, ma rappresentano solo il 16,4% del totale e restano marginali nel Sud e nell’Est del continente. Una transizione più graduale, osservano le società di consulenza, potrebbe dare tempo ai Paesi membri di colmare il gap infrastrutturale, a partire dalle colonnine di ricarica.
Se l’allentamento del bando era stato inizialmente accolto come una vittoria, il dettaglio delle misure ha raffreddato l’entusiasmo. Secondo il Financial Times, diversi dirigenti definiscono il pacchetto «disastroso» perché rischia di rendere le auto più care. Hildegard Müller, presidente della lobby tedesca Vda, ha parlato di un’apparente apertura «piena di ostacoli» che potrebbe rivelarsi inefficace nella pratica.
Anche Stellantis ha espresso riserve, sottolineando che le proposte non affrontano a sufficienza la transizione dei veicoli commerciali leggeri e non garantiscono flessibilità adeguata per gli obiettivi 2030. Secondo l’analista Matthias Schmidt, con i costi aggiuntivi di acciaio verde e carburanti rinnovabili, le auto a benzina rischiano di diventare «orologi svizzeri d’alta moda dell’industria automobilistica».
Il compromesso riflette anche le profonde divisioni tra gli Stati membri. Germania, Italia e Repubblica Ceca hanno spinto per maggiore neutralità tecnologica, mentre altri Paesi, come ad esempio la Spagna, temono un rallentamento nella corsa globale all’elettrico. Sullo sfondo, la richiesta dei costruttori di stabilità normativa: cambi di rotta troppo frequenti rendono difficile pianificare investimenti miliardari su piattaforme e batterie.
Nonostante l’annunciata retromarcia dell’Ue sul divieto di vendite di auto termiche dal 2035, secondo gli esperti, la marcia verso l’elettrico in Europa può solo rallentare ma non si ferma. E il rischio, secondo l’industria, è che l’eccesso di compromessi e condizioni faccia lievitare i costi e indebolisca ancor di più quel settore, l’automotive, che Bruxelles punta a difendere nella competizione con Cina e Stati Uniti. (riproduzione riservata)