Borse asiatiche contrastate, mentre l’incertezza sui dazi commerciali statunitensi e sui tagli dei tassi d’interesse mantiene gli investitori cauti. Wall Street era chiusa per festività il 1° settembre lunedì. I futures sull’S&P 500 scendono dello 0,12% con l’attenzione rivolta anche ai dati, importanti in chiave Fed, sui salari non agricoli negli Stati Uniti, attesi per venerdì 5 settembre, che probabilmente incideranno sul tanto atteso taglio del costo del denaro negli Stati Uniti. I trader si attendono, infatti, un taglio a settembre, nonostante il dato sull’inflazione ostinatamente alta pubblicato la scorsa settimana.
L’indice Nikkei 225 del Giappone è sceso dello 0,11%, viceversa l’indice più ampio Topix ha guadagnato lo 0,31%. Il rendimento dei titoli di Stato giapponesi a 10 anni è sceso all’1,59% dopo la miglior asta dal 2023. Il rapporto di copertura è balzato a 3,92 rispetto al 3,06 dell’asta del mese di agosto, ben al di sopra della media degli ultimi 12 mesi. Il successo del collocamento ha rassicurato gli investitori, dopo che il ritiro della BoJ dai suoi massicci acquisti di titoli di Stato, unito alle preoccupazioni per la spesa pubblica, ha spinto i rendimenti dei titoli di Stato giapponesi ai massimi da anni.
Il mercato deve ancora assorbire i nuovi titoli trentennali giovedì 4 settembre, e settembre è storicamente un mese insidioso per le obbligazioni a lunga scadenza a livello globale, trend che potrebbe essere amplificato dall’inflazione persistente e dall’incertezza politica. Il partito al governo renderà pubbliche le sue conclusioni sul perché abbia perso così tanti seggi alle elezioni della Camera alta di luglio, un rapporto che probabilmente indicherà per quanto tempo ancora il primo ministro, Shigeru Ishiba, potrà restare in carica. In molto ipotizzano che il premier giapponese possa essere sostituito da un politico favorevole ad aumentare la spesa, il che manterrebbe elevati i rendimenti dei titoli di Stato giapponesi.
L’asta è arrivata anche dopo che il vicegovernatore della Bank of Japan, Ryozo Himino, ha ribadito la linea della banca sull’aumento dei tassi di interesse se le condizioni lo permetteranno, evitando però di dare indizi su quando ciò potrebbe accadere. Gli swap sull’indice overnight mostrano il 64% di probabilità di un rialzo dei tassi entro la fine dell’anno rispetto al 74% di una settimana fa.
Nel frattempo, le aziende giapponesi sono vicine a superare per la prima volta i 100 miliardi di dollari di emissioni obbligazionarie in dollari e in euro in un solo anno (98 miliardi il record precedente). Almeno sette società giapponesi, guidate da istituzioni finanziarie come Nomura e Mitsubishi Ufj Financial Group, hanno avviato emissioni di bond in dollari, in quella che si prevede sarà una delle settimane più intense dell’anno per le offerte globali di debito, segnala Bloomberg.
«Stiamo assistendo a un’ondata di emissioni obbligazionarie offshore dal Giappone, sostenuta da un aumento delle operazioni di m&a, da grandi necessità di spese in valuta estera e da investimenti in nuove aree tecnologiche come l’AI e i data center», ha dichiarato Daniel Kim, esperto di Hsbc Holdings. Ad esempio, il colosso giapponese delle telecomunicazioni Ntt ha realizzato a luglio la più grande emissione di obbligazioni in dollari ed euro mai vista nell’Asia Pacifico, per un valore di 17,7 miliardi di dollari, al fine di rifinanziare i prestiti ponte legati a un’operazione di m&a. Gli emittenti giapponesi hanno collocato finora 93 miliardi di dollari in bond in dollari ed euro quest’anno, con un aumento del 67% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, secondo i dati raccolti da Bloomberg.
Il Kospi della Corea del Sud è stato il miglior performer in Asia, con un rialzo dello 0,78% dopo che il dato sull’indice dei prezzi al consumo ad agosto è risultato più debole del previsto, aprendo la strada a ulteriori tagli dei tassi da parte della Bank of Korea. Invece l’indice Asx200 australiano ha perso terreno (-0,32%), appesantito dai dati più deboli del previsto sulle esportazioni nel secondo trimestre. I dati hanno, infatti, mostrato che le principali esportazioni di materie prime hanno contribuito meno del previsto al pil del secondo trimestre. I dati sul pil saranno pubblicati mercoledì 3 settembre e potrebbero risultare inferiori alle attese. Il consenso si aspetta un aumento dello 0,5% trimestre su trimestre.
Anche gli indici cinesi Shanghai Shenzhen CSI 300 e Shanghai Composite sono scesi, rispettivamente, dello 0,43% e dello 0,30%, stornando dai massimi pluriennali toccati la scorsa settimana. Stessa sorte per l’indice Hang Seng di Hong Kong, arretrato dello 0,59%. I dati deboli sugli indici Pmi di agosto, pubblicati negli ultimi due giorni, hanno smorzato l’ottimismo verso i mercati cinesi: quelli ufficiali hanno mostrato un calo dell’attività manifatturiera maggiore del previsto, mentre quelli di un’indagine privata hanno indicato una crescita inattesa del settore manifatturiero ad agosto, seppur a ritmo contenuto. Le letture hanno evidenziato un rallentamento dell’attività economica cinese mentre il sostegno da parte di Pechino si è esaurito, il che potrebbe preludere a un’ulteriore debolezza per la seconda economia mondiale. Tuttavia, un indebolimento economico prolungato dovrebbe spingere Pechino a varare nuove misure di stimolo.
Le azioni legate ai semiconduttori a Hong Kong e in Cina sono state le peggiori, colpite dalle prese di profitto dopo i forti rialzi di agosto, sostenuti dalle scommesse su una maggior autosufficienza cinese nell’intelligenza artificiale. Il produttore di chip per AI Cambricon Technologies è cresciuto di un altro +2,1%, mentre Semiconductor Manufacturing International è crollata del 5,73% e Hua Hong Semiconductor del 9,29%.
L’indice indiano Nifty 50 è rimbalzato dello 0,42% dopo le forti perdite accumulate dalla fine di agosto, quando sono entrati in vigore i dazi commerciali del 50% imposti da Trump contro il Paese per ridurre gli acquisti indiani di petrolio russo. La rupia indiana si è stabilizzata dopo aver toccato il minimo storico contro il dollaro lunedì 1° settembre. Trump ha affermato che l’India si è offerta di azzerare tutti i dazi sulle merci statunitensi ma, secondo lui, è «troppo tardi»: Nuova Delhi avrebbe dovuto prendere questa decisione molti anni fa.
«Finora è stata una relazione totalmente unilaterale, e lo è stata per molti decenni. Il motivo è che l’India ci ha imposto, finora, tariffe elevate più di qualsiasi altro Paese, tanto che le nostre aziende non sono in grado di vendere in India. È stato un disastro!» ha scritto su Truth il tycoon.
Anche perché finora l’India ha in gran parte respinto le richieste degli Stati Uniti di limitare le importazioni di petrolio russo, poiché il Paese dipende fortemente dal petrolio estero. Trump ha criticato l’India per aver sempre acquistato la maggior parte degli armamenti dalla Russia e per essere il maggior acquirente di vettori energetici russi insieme alla Cina. Il Ministero degli affari esteri indiano ha definito infondati gli attacchi di Stati Uniti e Ue sull’importazione di petrolio russo perché i Paesi occidentali avevano precedentemente incoraggiato tale commercio.
Le esportazioni dell'India verso gli Stati Uniti rappresentano circa il 2,3% del pil del Paese e i nuovi dazi colpiranno circa il 60% delle merci spedite negli Stati Uniti. Ciò potrebbe comportare un calo dello 0,6-0,8% della crescita annuale dell'India, pari a circa il 6%, secondo Vivek Bhutoria, Senior Portfolio Manager, Global Emerging Markets di Federated Hermes.
Con aliquote tariffarie del 50%, le esportazioni indiane verso gli Stati Uniti risulterebbero significativamente meno competitive rispetto a quelle dei concorrenti. Inoltre, quasi il 50% delle esportazioni a valore aggiunto dell'India verso gli Stati Uniti riguarda settori ad alta intensità di manodopera come il tessile e l'abbigliamento, le pietre preziose e i gioielli. «Si tratta di settori che creano molti posti di lavoro, quindi un rallentamento delle esportazioni avrebbe un effetto a catena sull'occupazione e sui consumi», precisa Bhutoria.
L'impatto cumulato sulla crescita potrebbe essere ancora più alto: oltre all'effetto sulle esportazioni e sui consumi, il costo opportunità dell'aumento delle tariffe doganali finirebbe per ricadere sugli investimenti diretti esteri persi. «Sarà fondamentale monitorare le pressioni sulla bilancia dei pagamenti relative al conto corrente e al conto capitale. Per rafforzare la fiducia, il governo indiano ha promesso riforme di nuova generazione, a partire da una profonda revisione dell'imposta sui consumi», prevede il Senior Portfolio Manager, Global Emerging Markets di Federated Hermes. «I funzionari stanno, inoltre, lavorando a misure di sostegno per settori come quello tessile e calzaturiero, che rischiano di essere duramente colpiti dall'aumento delle tariffe doganali». (riproduzione riservata)