Borse asiatiche in rosso dopo la chiusura contrastata di Wall Street in una seduta volatile, in seguito al forte calo del 3 settembre, condizionata dal dato sulle offerte di lavoro inferiori alle stime e in attesa di quello sull'occupazione negli Stati Uniti di venerdì. I future statunitensi scendono: -0,09% quello sul Dow Jones e -0,13% quello sull’S&P500.
L'indice Nikkei è stato il peggiore con un calo dell’1,32% a 36.559 punti, appesantito dal rafforzamento dello yen (il cross dollaro/yen scambia a 143,46, -1,36%) e dalle perdite delle azioni legate ai semiconduttori, mentre gli investitori attendono i dati sui salari non agricoli degli Stati Uniti previsti per venerdì per valutare la forza della più grande economia del mondo. «I dati sull'occupazione diffusi finora questa settimana non hanno davvero placato le preoccupazioni sull'economia statunitense ed è aumentata l'aspettativa che il primo taglio dei tassi della Fed sarà di maggior entità (da 50 punti base, ndr), ciò rende il cambio dollaro/yen incline a ulteriori ribassi», afferma Charu Chanana, a capo della strategia valutaria presso Saxo. «Questo potrebbe continuare a ridurre parte dell'eccesso speculativo sulle azioni giapponesi». Lo yen ha già guadagnato quasi il 2% in settimana rispetto al dollaro. Mentre in India la banca centrale sta vendendo dollari statunitensi per impedire alla rupia di indebolirsi oltre la soglia psicologica di 84. La rupia è quotata a 83,976 per dollaro rispetto a 83,9650 della sessione precedente. Le altre valute asiatiche salgono a fronte delle crescenti aspettative che la Fed deciderà un importante taglio dei tassi nella riunione del 18 settembre.
Di riflesso all’ennesima caduta del gigante dei chip Usa, Nvidia (-1,7%), che già martedì ha subito una perdita pesante di 279 miliardi di dollari, a Tokyo sono scese le azioni dei principali produttori di semiconduttori: Tokyo Electron e Advantest hanno perso, rispettivamente, il 2,5% e il 2,1%. Advantest annovera Nvidia tra i suoi clienti. Mentre Renesas Electronics è arretrata del 3,6%.
Invece, Nippon Steel ha recuperato le perdite iniziali ed è salito dell'1,4%. Alcune fonti hanno detto a Reuters mercoledì che il presidente statunitense, Joe Biden, è vicino a bloccare l’offerta da 15 miliardi di dollari di U.S. Steel da parte di Nippon Steel per rischi legati alla sicurezza nazionale. In una lettera il Committee on Foreign Investment in the United States (CFIUS) ha avvertito l'azienda giapponese che l'accordo avrebbe danneggiato la produzione di acciaio americana. «Sebbene l'acquisizione di U.S. Steel possa essere positiva nel lungo termine, il rischio di diluizione azionaria se Nippon Steel acquisterà la società è negativo nel breve termine. Queste preoccupazioni si sono attenuate dopo la notizia», ha detto a Reuters Seiichi Suzuki, analista presso il Tokai Tokyo Intelligence Laboratory. Con l'acquisizione, Nippon Steel spera di portare la sua capacità globale di acciaio grezzo a 86 milioni di tonnellate all'anno, avvicinandosi all'obiettivo di 100 milioni, e di aggiungere 30-40 miliardi di yen al suo utile nel trimestre gennaio-marzo del 2025.
Sottotono l’indice Kospi della Corea del Sud (-0,49%), i listini cinesi (Ftse China -0,21%) e Hong Kong, scivolata dello 0,49% con le perdite dei titoli delle società petrolifere e di quelle del carbone che hanno compensato gli acquisti nel settore immobiliare. Pesano le preoccupazioni per l'indebolimento della domanda di petrolio che al momento vede il prezzo del Wti recuperare quota 69,44 dollari al barile (+0,35%) e quello del Brent quota 72,91 dollari al barile (+0,29%) dopo essere scesi ai minimi plurimensili perché i principali produttori potrebbero ritardare l'aumento della produzione previsto per il mese prossimo e le scorte di greggio e di carburante degli Stati Uniti sono diminuite la scorsa settimana.
Comunque, i guadagni sono limitati dalle persistenti preoccupazioni sulla domanda. «Il pessimismo sui mercati petroliferi sembra essersi attenuato dopo i dati solidi dell'American Petroleum Institute e la notizia che l'Opec+ sta riconsiderando l'aumento della produzione», spiega Priyanka Sachdeva, analista di Phillip Nova. L'Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio e gli alleati guidati dalla Russia, noti come Opec+, stanno discutendo di ritardare l'aumento della produzione di petrolio previsto per ottobre dopo il crollo dei prezzi, hanno dichiarato mercoledì a Reuters alcune fonti del Cartello. La scorsa settimana l'Opec+ avrebbe dovuto procedere all'aumento della produzione di 180.000 barili al giorno a ottobre, nell'ambito di un piano per ridurre gradualmente i tagli più recenti di 2,2 milioni di barili al giorni. Ma la probabile fine della disputa che blocca le esportazioni libiche e la debolezza della domanda cinese hanno spinto il gruppo a riconsiderare la questione. (riproduzione riservata)