Borse cinesi deboli dopo che la Banca Popolare Cinese (PboC) ha sì tagliato il tasso di riferimento sui prestiti a un anno nel tentativo di aumentare gli sforzi per stimolare la domanda di credito, ma ha sorpreso i mercati mantenendo invariato il tasso a cinque anni, mentre l'attesa per tassi più alti più a lungo negli Stati Uniti ha mantenuto il sentiment depresso. Ora l’attenzione è rivolta al Symposium di Jackson Hole in programma questa settimana dal 24 al 26 agosto, soprattutto dopo che i dati macro recenti hanno mostrato un aumento dell'inflazione in Usa. I futures di Wall Street sono poco mossi (-0,05% quello sul Dow Jones e -0,07% quello sull’S&P500).
Così gli indici cinesi Shanghai Shenzhen CSI 300 e Shanghai Composite hanno registrato, rispettivamente, un rialzo modesto dello 0,28% e un calo dello 0,01%, mentre l'indice Hang Seng di Hong Kong è calato dell’1,05%. Il tasso di riferimento per i prestiti a un anno (LPR) è stato abbassato di 10 punti base al 3,45% dal precedente 3,55%, mentre il LPR a cinque anni, quello utilizzato per determinare il costo dei mutui, è stato lasciato al 4,20%. In un sondaggio Reuters condotto su 35 osservatori del mercato, tutti i partecipanti avevano previsto tagli a entrambi i tassi. Il taglio di 10 punti base del tasso a un anno è stato inferiore a quello di 15 punti base previsto dalla maggior parte degli intervistati. «Probabilmente la Cina ha limitato l'entità e la portata dei tagli dei tassi perché è preoccupata per le pressioni al ribasso sullo yuan», ha dichiarato Masayuki Kichikawa, chief macro strategist di Sumitomo Mitsui DS Asset Management. «Le autorità cinesi si preoccupano della stabilità del mercato valutario». Lo yuan onshore, sceso a 7,3078 per dollaro rispetto alla chiusura precedente di 7,2855, ha perso quasi il 6% rispetto al dollaro quest'anno, diventando una delle valute asiatiche con le peggiori performance.
Per gli economisti la pressione al ribasso sullo yuan significa che Pechino ha uno spazio limitato per un allentamento monetario più profondo, in quanto un ulteriore ampliamento dei differenziali di rendimento della Cina rispetto alle altre principali economie potrebbe innescare una svalutazione dello yuan e una fuga di capitali. La banca centrale cinese si è anche impegnata a mantenere un’ampia liquidità e la sua politica "precisa e vigorosa" per sostenere la ripresa economica. Tuttavia, la mossa ha indicato che la più grande economia dell'Asia ha una limitata capacità di allentare ulteriormente la propria politica monetaria, il che non va bene per il paese mentre lotta con una ripresa post-Covid in rallentamento a causa dell'aggravarsi della crisi del settore immobiliare (la scorsa settimana Evergrande China, il colosso immobiliare che da anni si trova di fronte a una montagna di debiti, ha presentato a New York istanza di protezione dal fallimento in base al Chapter 15), della debolezza dei consumi e del calo dei prestiti. In ogni caso le perdite sui listini azionari cinesi sono state in parte contenute dalla proposta della Commissione di regolamentazione dei titoli di intraprendere ulteriori misure per stabilizzare il mercato azionario. Lo sviluppatore immobiliare Country Garden Holdings è salito di quasi il 3%, anche se le sue azioni sono rimaste vicine ai minimi storici toccati la scorsa settimana. Il titolo sarà rimosso dall'indice Hang Seng di Hong Kong dal 4 settembre.
Le perdite in Cina si sono riversate anche sull'indice ASX 200 dell'Australia, in calo dello 0,1%. Viceversa, l'indice Nikkei del Giappone è salito dello 0,54% a 31.619 punti, favorito dai guadagni dei titoli energetici: Inpex si è apprezzata del 2% ed Eneos Holdings dell'1,2%. Sotto pressione, al contrario, i titoli bancari di riflesso al calo del rendimento del Treasury Usa a 10 anni. Japan Post Bank è scese dello 0,9% e Sumitomo Mitsui Trust Holdings dello 0,6%. Anche il Kospi della Corea del Sud ha guadagnato lo 0,37%.
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