Altra seduta negativa per le borse asiatiche dopo che dai verbali dell’ultima riunione della Federal Reserve è emersa la necessità di un ulteriore rialzo dei tassi, il che ha causato pesanti perdite per le azioni tecnologiche, mentre altri dati economici deboli hanno alimentato le preoccupazioni sulla frenata dell'economia cinese. I mercati hanno risentito anche della debolezza dei principali indici di Wall Street, che hanno chiuso in ribasso la seduta del 16 agosto. Stamani il future sul Dow Jones sale dello 0,04%, viceversa quello sull’S&P500 scende dello 0,03%.
Gli indici asiatici con una forte presenza di aziende tecnologiche hanno subito le perdite più pesanti: l'indice Hang Seng di Hong Kong è sceso dello 0,37%, mentre il Kospi della Corea del Sud ha perso lo 0,34%. I verbali della riunione del 25-26 luglio del Fomc (ha annunciato un rialzo dei tassi d'interesse di 25 punti base al 5,25%-5,5%, ai massimi dal 2001), l'organismo della Federal Reserve responsabile della politica monetaria degli Stati Uniti, hanno evidenziato rischi in aumento sull'inflazione, che resta a un livello «inaccettabile» secondo la maggior parte dei banchieri della Fed, che vedono quindi la «potenziale necessità di tassi d'interesse più alti». In meno di un anno e mezzo, la Fed ha alzato i tassi in undici riunioni su dodici. I banchieri non prevedono una recessione nel 2023 e valutano come "solido" il sistema bancario.
Invece, gli indici Shanghai Shenzhen CSI 300 e Shanghai Composite della Cina si sono mossi a due velocità segnando, rispettivamente, un progresso dello 0,39% e un calo dello 0,19%, estendendo le perdite per la quinta sessione consecutiva a seguito dell'avviso dell'agenzia di rating Fitch su un possibile rischio per il rating sovrano della Cina. L'agenzia di rating ha, infatti, detto a Bloomberg che qualsiasi estensione del debito pubblico potrebbe portare a una rivalutazione del rating A+ del Paese. Tuttavia, sebbene Fitch non si aspetti che una simile situazione si verifichi, prevede che il governo fornisca un supporto limitato al settore immobiliare in difficoltà. Le paure per un crollo del debito nel settore immobiliare cinese continuano a pesare sul sentiment, mentre Country Garden Holdings, il maggior sviluppatore cinese, fatica a soddisfare i propri obblighi sul debito. Anche le perdite delle azioni del settore immobiliare hanno pesato sull'Hang Seng, portandolo al minimo da nove mesi. Il CSI 300 e lo Shanghai Composite si trovavano entrambi sui minimi degli ultimi due mesi.
Anche l'indice Nikkei 225 del Giappone è sceso dell'1,52% a 31.600 punti, trascinato al ribasso dai titoli dei macchinari e della tecnologia (Makita -3,7% e Rakuten Group -3,4%) dopo che i dati hanno mostrato che il Paese ha registrato un deficit commerciale inatteso a luglio. Le esportazioni del Giappone sono diminuite per la prima volta in due anni, con una forte diminuzione delle spedizioni verso la Cina. A luglio le esportazioni nipponiche hanno registrato una flessione di 0,3%, contro attese per un incremento dello 0,8%, dopo il +1,5% del mese precedente. L'import è sceso del 13,5% su anno contro attese per un calo del 14,7%. La bilancia commerciale ha visto un deficit di 78,7 miliardi di yen, ben oltre le attese di un surplus di 24,6 miliardi.
Inoltre a giugno gli ordini per macchinari sono aumentati del 2,7% rispetto al mese precedente mentre su anno hanno registrato una flessione di 5,8%. Un calo maggiore del previsto delle esportazioni non petrolifere di Singapore ha anche indicato una maggior debolezza della Cina, dato che il paese è la destinazione più importante delle esportazioni di questo Stato. Le preoccupazioni sul rallentamento economico cinese hanno trascinato al ribasso pure l'indice ASX 200 dell'Australia dello 0,9%, mentre i dati macro hanno indicato un certo raffreddamento nel mercato del lavoro del Paese.
In campo valutario lo yen è poco mosso nei confronti del dollaro (cross dollaro/yen a 146,386, +0,04%) e l’euro scivola dello 0,10% a 1,086 sul biglietto verde. Quotazioni in calo per il petrolio. Il Wti scende dello 0,28% a 79,16 dollari al barile, mentre il Brent dello 0,17% a 83,31 dollari al barile. La scorsa settimana, le scorte di petrolio negli Stati Uniti sono diminuite molto più delle attese, -5,96 milioni di barili a 439,662 milioni di unità, secondo i dati diffusi dal dipartimento dell'Energia (le previsioni erano per un ribasso di 1,7 milioni di barili).