Borse asiatiche contrastate. Giappone e Corea del Sud hanno proseguito i loro rally record grazie ai rialzi nel settore tecnologico, mentre i listini cinesi sono scesi dopo che dati deboli sull’attività manifatturiera hanno evidenziato difficoltà economiche persistenti. Gli operatori hanno, inoltre, valutato i dati sull’inflazione e sulla produzione industriale di Tokyo, il giorno dopo che la Banca del Giappone ha mantenuto invariati i tassi di interesse, come ampiamente scontato dagli economisti.
I principali indici di Wall Street sono scesi bruscamente nella seduta del 30 ottobre a causa dei timori legati alla spesa per l’intelligenza artificiale, mentre i futures stamani rimbalzano (+0,13% quello sul Dow Jones e +0,70% quello sull’S&P500), sostenuti dai solidi risultati trimestrali di Apple (ha previsto che le vendite di iPhone nell'attuale trimestre, incentrato sulle festività natalizie, crescano a due cifre rispetto all'anno precedente e che i ricavi complessivi aumentino del 10-12% rispetto all'anno precedente) e Amazon (ha previsto ricavi tra 206 e 213 miliardi di dollari nel quarto trimestre, mentre gli analisti si aspettavano in media 208,12 miliardi).
L’indice Nikkei giapponese è salito fino al 2,1%, toccando un nuovo massimo storico a quota 52.393,82 punti, mentre l’indice più ampio Topix ha guadagnato lo 0,95%. I rialzi sono stati sostenuti dai titoli legati ai semiconduttori e all’intelligenza artificiale. L’indice principale si avvia a chiudere il mese di ottobre con un incremento superiore al 15%.
Anche l’indice Kospi sudcoreano è salito dello 0,68%, rimanendo poco sotto i massimi storici toccati nella sessione precedente, trainato dai colossi dei semiconduttori come Samsung Electronics (+3,58%) e SK Hynix (+1,79%). Ed è sulla buona strada per registrare un rialzo del 20% a ottobre. Altrove, l’indice Asx 200 australiano non si è mosso, viceversa l’indice indiano Nifty 50 è sceso dello 0,31%.
In Giappone l’indice core dei prezzi al consumo di Tokyo è aumentato del 2,8% a ottobre su base annua, superando le attese e mettendo in evidenza pressioni inflazionistiche persistenti. Mentre la produzione industriale a settembre è cresciuta del 2,2% rispetto al mese precedente, oltre le previsioni, viceversa le vendite al dettaglio sono aumentate di un modesto 0,5% su base annua, segnalando una domanda interna ancora fragile.
I dati sull’inflazione più forti del previsto potrebbero mantenere la Banca del Giappone sotto pressione per irrigidire la politica monetaria prima del previsto, anche se i responsabili politici hanno ribadito che la crescita dei salari dovrà restare sostenuta per giustificare ulteriori aumenti dei tassi di interesse.
Nel frattempo, il governo giapponese sta monitorando lo yen, come ha dichiarato la ministra delle finanze, Satsuki Katayama, lanciando il suo primo chiaro avvertimento sui movimenti valutari da quando ha assunto l’incarico. «Di recente abbiamo visto movimenti valutari molto unilaterali e rapidi», ha detto Katayama. «Il governo sta monitorando da vicino movimenti eccessivi o disordinati nel mercato dei cambi, inclusi quelli guidati da speculazioni, con un elevato senso di urgenza», ha aggiunto, precisando che è importante che le valute si muovano in modo stabile, riflettendo i fondamentali economici.
Dopo l’avvertimento di Katayama, lo yen è rimbalzato a 153,65 contro il dollaro dal minimo da otto mesi dopo che la Bank of Japan ha mantenuto invariati i tassi d'interesse il 30 ottobre. Sebbene il governatore Kazuo Ueda abbia lasciato intendere che un rialzo dei tassi potrebbe essere vicino, i mercati sono scettici. Se la BoJ continuerà a non intervenire, lo yen potrebbe indebolirsi ulteriormente, aumentando la possibilità che il Ministero delle Finanze debba intervenire sul mercato valutario. Katayama probabilmente intensificherà gli avvertimenti verbali prima di adottare misure concrete.
I dati macro hanno mostrato che l’indice Pmi manifatturiero della Cina è sceso a 49 a ottobre, rispetto al 49,8 di settembre, sotto le previsioni degli economisti e il settimo mese consecutivo di contrazione, con la produzione in calo per la prima volta in sei mesi (49,7 contro 51,9 a settembre) e i nuovi ordini in discesa a un ritmo più rapido (48,8 contro 49,7). Invece, l'indice Pmi non manifatturiero è salito a ottobre da 50 a 50,1 con l'indice composito che si è contratto a quota 50 da 50,6. I dati rafforzano le preoccupazioni sul ritmo lento della ripresa cinese e alimentano le aspettative che Pechino possa presto annunciare ulteriori misure di stimolo.
L’indice CSI 300 di Shanghai e Shenzhen è sceso dell’1,36%, mentre il Composite di Shanghai ha perso lo 0,74%. Anche l’indice Hang Seng di Hong Kong ha ceduto lo 0,90%. Il sentiment degli investitori è stato, inoltre, influenzato dalla cautela dopo l’incontro di giovedì 30 ottobre tra il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e il presidente cinese, Xi Jinping. Trump ha definito il colloquio «straordinario», entrambe le parti hanno discusso di dazi commerciali ed esportazioni tecnologiche, ma hanno fornito pochi impegni concreti, lasciando i mercati riluttanti a scontare progressi chiari e rilevanti.
Gli esportatori cinesi sono incoraggiati dai dazi statunitensi più bassi (dal 57% al 47%) dopo il vertice tra i leader delle due superpotenze economiche ma, come sottolinea Bloomberg, vogliono comunque tutelarsi da eventuali nuovi contraccolpi nei rapporti commerciali bilaterali. Anche con la tregua commerciale, i rivenditori americani difficilmente riconsidereranno i piani per spostare le catene di approvvigionamento fuori dalla Cina e i produttori cinesi sono decisi ad ampliare le esportazioni verso mercati diversi dagli Stati Uniti.
«Il taglio dei dazi compra più tempo», ha dichiarato a Bloomberg Huang Lun, responsabile vendite di un’azienda di Guangzhou che vende biancheria intima e pantaloni da yoga tramite piattaforme online come Amazon, Shein e Temu. Mentre i buyer americani rappresentavano l’80% delle vendite annuali della sua azienda lo scorso anno, il piano iniziale di Huang era di ridurre questa dipendenza al 20%, sviluppando altri mercati. Un'impennata imprevista delle vendite prima dell'applicazione dei dazi ha, però, sconvolto questo obiettivo quest’anno, ma spostarsi dagli Stati Uniti rimane «l'unico modo per ridurre i rischi commerciali nel lungo termine», ha detto.
Se il dazio del 20% sul fentanyl verrà dimezzato, come annunciato da Trump dopo il vertice, l’aliquota media sui prodotti cinesi scenderà al 31%, secondo Bloomberg Economics. Decisamente meno rispetto ai dazi del 50% applicati dagli Stati Uniti a molti prodotti provenienti da Brasile e India, il che rende la produzione in Cina più competitiva rispetto a questi Paesi, almeno per ora, soprattutto considerando la maturità del suo ecosistema manifatturiero e la vasta disponibilità di lavoratori qualificati. Diversi esportatori cinesi intervistati da Bloomberg News si sono detti ottimisti che il miglioramento delle relazioni commerciali possa tradursi in un aumento degli ordini tra le due maggiori economie mondiali, migliorando la redditività delle imprese colpite negli ultimi mesi da dazi Usa superiori al 50% sulle importazioni dalla Cina.
Eppure, la prospettiva di fare più affari negli Usa non entusiasma più gli esportatori cinesi come un tempo. Molti affermano di aver imparato la lezione dalla tattica negoziale aggressiva di Trump e di aver capito che non possono dipendere esclusivamente dall'accesso al più grande mercato di consumatori al mondo. La spinta verso mercati oltre gli Usa è già evidente nei dati commerciali cinesi: il Paese è in rotta verso un surplus commerciale record di 1,2 trilioni di dollari quest’anno, grazie a spedizioni verso Europa, Africa e altre parti dell’Asia che compensano il calo delle esportazioni verso gli Stati Uniti.
Allo stesso tempo, molti acquirenti statunitensi stanno ripensando alla loro dipendenza da una strategia di approvvigionamento centrata su Pechino. Stanno chiedendo ai fornitori di creare stabilimenti produttivi fuori dalla Cina, anche se ciò significa costi più alti e minore efficienza nell’immediato. Per Lin Qian, che gestisce fabbriche di giocattoli a Shenzhen e in Vietnam, i dazi Usa più bassi significano che gli stabilimenti cinesi continueranno a gestire la maggior parte degli ordini americani nel breve termine. Ma nel lungo periodo vede un inevitabile spostamento dalla Cina per evitare nuove interruzioni. «Sia noi che i nostri clienti sappiamo bene che il ritmo della diversificazione non cambierà, dato che la relazione Cina-Usa resta complicata», ha affermato Lin Qian. (riproduzione riservata)