Dopo un inizio di settimana caratterizzato da forti vendite e quindi da un rimbalzo, l'Asia chiude in netto rosso. Alle ore 6:50 italiane il Nikkei perde l'1,6%, l'Hang Seng il 2,10% e Shanghai lo 0,6%, con oro e petrolio in ribasso (1.827 dollari l'oncia e 73,15 dollari il barile). Valute poco mosse ma acquisti sul T bond Usa decennale, il cui rendimento passa dall'1,27% all'1,253% e i futures su Wall Street in forte calo (S&P 500 -0,8%, Nasdaq -1,3%).
L'indice Shanghai Composite, fra lati e bassi, sta per lasciare sul terreno il 6,2% a luglio dopo che Goldman Sachs ieri ha abbassato il suo outlook sui mercati azionari cinesi a causa delle forti vendite in seguito alla stretta regolatoria da parte del governo di Pechino, spiegando il che il selloff recente è stato una correzione importante da febbraio. Nel frattempo, il Wall Street Journal ha scritto che Didi Global sta riflettendo su un delisting. Il gruppo cinese quotato a Wall Street ha tuttavia negato il report. Dal lato Covid-19, la Cina ha registrato 64 nuovi casi ieri rispetto ai 49 del giorno prima, con la città di Nanchino che sta attualmente affrontando un focolaio della variante Delta.
I mercati asiatici stanno ignorando il fatto che sia il Dow Jones che l'S&P 500 hanno toccato ieri nuovi record dal momento che l'economia statunitense ha ora superato il livello pre-pandemico, crescendo del 6,5% anno su anno nel secondo trimestre, aiutata dalle vaccinazioni e dagli aiuti del governo. E tuttavia i futures americani sono in netto rosso anche perché il Pil al +6,5% è risultato sotto le attese degli economisti di un +8,5%, che si abbina al dato delle richieste di disoccupazione settimanali in calo meno del previsto e alle vendite di case che hanno registrato una flessione inattesa per la prima volta in quattro mesi. A offuscare il sentiment dei mercati, la notizia che la crescita delle vendite di Amazon rallenterà nei prossimi trimestri poiché i clienti si stanno muovendo di più fuori casa in seguito a un'accelerazione delle vaccinazioni.
Secondo Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity, la stretta cinese non è finita, le modifiche normative apportate dal governo cinese nel settore dell’educazione sono solo un altro passo per "reprimere le industrie monopolistiche e sensibili al governo". Tutto è iniziato nel novembre 2020, con i regolatori che hanno fermato la quotazione da 34 miliardi di dollari di Ant Group, poi lo stop nel luglio 2021 alla fusione di DouYu Int e Huya Inc, "due delle migliori aziende cinesi di video streaming, controllate da Tencent, infine nuovi regolamenti per le aziende cinesi che vogliono quotarsi negli Stati Uniti. Tutto questo fa parte di una tendenza generale a indebolire il dominio delle grandi aziende tecnologiche globali, che è visibile anche negli Stati Uniti e in Europa, dove i governi cominciano a mettere in discussione il dominio economico e l'influenza intellettuale di queste aziende". In Cina, a causa della struttura politica e del potere del governo, gli interventi di questo tipo sono chiaramente più radicali e diretti, spiega il gestore.
Il governo cinese vuole che le sue società attingano ai mercati locali dei capitali con un grande bacino di liquidità, aggiunge l'esperto. Inoltre, "la sua capitalizzazione di borsa combinata vale più di 12.000 miliardi di dollari, la seconda più grande dopo gli Stati Uniti e abbastanza grande da assorbire nuove emissioni". Il sistema politico cinese "non cambierà e gli attuali commenti negativi sul suo operato probabilmente lo spingeranno ad agire nella maniera più indipendente possibile", conclude Zimmermann. (riproduzione riservata)