Gli Stati Uniti mettono mano al portafoglio per salvare l’Argentina, e forse anche qualche vecchio amico di Wall Street. Con un’operazione che ha pochi precedenti, il Tesoro americano ha deciso di finalizzare l’accordo annunciato a inizio mese per una linea di swap valutario da 20 miliardi di dollari con la banca centrale di Buenos Aires e di acquistare direttamente pesos argentini.
A comunicarlo è stato il segretario al Tesoro, Scott Bessent, che ha spiegato: «Se l’Argentina riuscirà a liberarsi del peso morto dello Stato e a smettere di spendere alimentando l’inflazione, grandi cose diventeranno possibili». E ha aggiunto: «Il successo dell’agenda di riforme argentina è di importanza sistemica».
L’iniziativa mira a dare respiro alla valuta argentina, sotto pressione a poche settimane dalle elezioni di metà mandato del 26 ottobre, decisive per il destino politico del presidente Javier Milei e della sua rivoluzione liberista.
L’operazione ha avuto effetti istantanei: il peso si è rafforzato sul dollaro e sull’euro, i bond argentini in valuta estera sono saliti del 10% e la Borsa di Buenos Aires (indice S&p Merval) ha chiuso in rialzo del 5,80%.
Milei, che si definisce un «ammiratore fervente» di Donald Trump, ha ringraziato il presidente americano per il suo «potente sostegno», parlando di un’alleanza capace di «costruire un emisfero di libertà economica e prosperità».
Ma non tutti condividono l’entusiasmo. L’economista premio Nobel Paul Krugman ha criticato duramente l’intervento, definendolo «un salvataggio ideologico, non un investimento strategico».
Secondo Krugman, sostenere artificialmente il peso argentino equivale a offrire una via d’uscita agli hedge fund che avevano puntato su Milei e ora vogliono disinvestire prima dell’inevitabile crollo. «I soldi dei contribuenti americani stanno tenendo in piedi un peso sopravvalutato», scrive, «consentendo ai grandi investitori di vendere i loro titoli a prezzi gonfiati e fuggire dal Paese. Quando la musica finirà, il conto lo pagheranno i cittadini americani».
Krugman cita l’analista Matthew Klein, secondo cui il denaro proveniente da prestiti internazionali o da swap come quello annunciato da Bessent «esce immediatamente dal Paese» sotto forma di fuga di capitali per rimpinguare le posizioni dei fondi speculativi «amici di Bessent».
Il riferimento è alla precedente carriera del segretario al Tesoro, che è stato gestore di hedge fund e partner di George Soros. Klein ha inoltre ricordato che l’Argentina continua a bruciare riserve per difendere la sua valuta e ha già fatto default nove volte nella sua storia. (riproduzione riservata)