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ALLA SCOPERTA DI... ARCA

a cura di Gian Marco Giura
Milano Finanza - Numero 008 pag. 66 del 11/01/2014

Giuliano Palumbo, responsabile Obbligazioni mercati emergenti, spiega come questi stiano reagendo al tapering messo in atto dalla Fed da maggio. Domanda. Dall’annuncio le perdite sono state significative e non più recuperate. Quali i motivi, in sintesi? Risposta. I Paesi emergenti hanno beneficiato, per tanti anni, di una massiccia iniezione di liquidità da parte degli investitori globali, specialmente americani. A partire dal 2008, queste economie hanno infatti conosciuto una lunga fase di crescita sostenuta principalmente dai capitali in fuga dalla recessione nelle economie avanzate e dal Quantitative easing da queste ultime messo in atto. Il trend ha cominciato a rovesciarsi proprio quest’anno, quando la Fed ha annunciato l’intenzione di ridurre il proprio programma di liquidità. Oggi il timore degli investitori è che la prospettiva di una ripresa degli Stati Uniti, associata all’eventuale aumento dei tassi, renda più appetibile l’investimento nella prima economia mondiale, favorendo così un rientro della liquidità investita nelle obbligazioni emesse dai Paesi emergenti. D. Come stanno reagendo le autorità di quei paesi, India e Indonesia in particolare, le cui valute hanno subito le maggiori perdite durante la crisi della scorsa estate? R. In India persiste un problema di natura strutturale: la domanda aggregata non viene adeguatamente soddisfatta dall’offerta, in un Paese in cui la qualità delle infrastrutture risulta carente ed il costo del capitale è drammaticamente alto. Per ottenere un miglioramento concreto occorrerebbero riforme strutturali, ma al contempo la Banca centrale sta aumentando i tassi – attualmente al 7,75% – allo scopo di ancorare le proprie aspettative di inflazione. Nel corso degli ultimi mesi la Banca centrale e il nuovo governatore hanno di fatto intrapreso una linea di politica monetaria piuttosto restrittiva, allo scopo non solo di combattere l’inflazione – quest’anno salita fino al 7,5% – ma anche di sostenere il valore della rupia. Per ciò che concerne l’Indonesia, invece, il crollo della valuta ha spinto la Banca centrale a riunirsi in diverse occasioni durante l’anno. L’aumento dei tassi è arrivato subito dopo un pacchetto di misure annunciato durante il terzo trimestre. Tra queste, figura l’aumento del tenore dei depositi in valuta estera, mentre saranno allentate al contempo le regole sul debito estero e le restrizioni sull’acquisto di valuta straniera. Le misure del governo hanno come obiettivo il miglioramento del quadro macroeconomico e il sostegno agli investimenti. Sebbene tutti questi provvedimenti vadano nella giusta direzione, è in dubbio che possano riuscire a essere qualcosa di più di un sollievo temporaneo. Dopo tutto, la ragione per la quale la rupia indonesiana è sotto pressione è che il mercato sta ripensando a come investire in un quadro generale di aumento dei rendimenti Usa. D. Le previsioni sono ancora difficili per tutti i Paesi emergenti o si intravedono degli ambiti in cui ci potrebbero essere delle opportunità di investimento? R. Basta guardare le previsioni di crescita per capire che le economie emergenti resteranno la locomotiva del mondo, seppur risentiranno della crisi finanziaria globale. Il cammino sarà tuttavia irto di ostacoli e le turbolenze in corso potranno continuare, specie nel breve periodo. La crescita dovrebbe essere in media di poco superiore al 4% per quest’anno per aumentare a circa il 6% nel 2015: livelli che sono comunque inarrivabili per i Paesi più sviluppati. Ci sono pertanto tutti i presupposti affinché, nel corso dei prossimi anni, i Paesi emergenti possano rappresentare in assoluto l’area del mondo più attraente dove investire. Questa prospettiva ottimistica, tuttavia, non è stata ancora recepita dai mercati finanziari, dove gli emergenti continuano a soffrire, correggendo in parte gli eccessi del passato. Credo però che appena la politica delle banche centrali dei Paesi del G-7 inizierà a tornare alla normalità, il focus si sposterà nuovamente sui fattori che contano davvero e che favoriscono le economie emergenti rispetto a quelle sviluppate. Mi riferisco, quindi, a una migliore situazione fiscale, alle dinamiche di forte crescita a lungo termine e al basso livello di debito.


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