Alfa Romeo Giulietta 1955: compie 70 anni la berlina che ha motorizzato i sogni degli italiani
Un simbolo capace di rappresentare il desiderio di un ceto medio potenziale, con il fascino di più anime, dalle forme alle prestazioni, dalla tecnologia alla sportività, dall’abitabilità per uso di famiglia all’accessibilità economica, segna la svolta industriale di Alfa Romeo e marca un’epoca, con stile senza tempo
Nel 1955 la Guerra era finita da dieci anni ma, a parte le cicatrici morali, sembrava appartenere al passato: la ricostruzione in pieno corso aveva portato il Paese in pieno boom economico. Al cinema i maggiori incassi sono per «L’amore è una cosa meravigliosa», mentre la televisione trasmette «Lascia o raddoppia?» condotto dal giovane Mike Bongiorno. Sognare era bello, desiderando oggetti e stili di vita che potevano essere, se non per tutti, alla portata di molti, anche a breve.

In campo automobilistico il 10 marzo al Salone di Ginevra Fiat presenta la 600, che motorizzerà l’Italia, ma è poco più di un mese dopo, il 20 aprile al Salone di Torino, con l’apparizione di Alfa Romeo Giulietta che qualche sogno vola più alto, ammiccando a un ceto medio che non sa ancora di essere tale.

La nuova nata del Biscione è destinata a cambiare il panorama automobilistico nazionale, diventando fino al 1964 la «fidanzata degli Italiani»: i clienti le saranno felicemente fedeli, a parte coloro i quali avevano già identificato la perfetta «amante» nella versione coupé: la splendida Giulietta Sprint che curiosamente l’aveva preceduta di un anno.
Alfa Romeo, dopo l’apprezzamento per la consistente 1900 da 80 e più cavalli del 1950, con la quale avviò la produzione con catena, fu pronta per l’industrializzazione, passando dai 21 mila esemplari in totale di Alfa 1900 ai 132 mila di Giulietta, su un arco temporale analogo.

Giulietta già dal nome sedusse per l’abbinamento a Romeo: oltre che parte del marchio, appartiene a furgoncino e camioncino prodotti dal 1954, per una contrapposizione tra maschile e femminile. Ma il fascino della nuova Alfa consisteva nell’eleganza ancorché sbarazzina, nel temperamento sportivo grazie alla tecnologia avanzata e nell’accessibilità.

Il motore a quattro cilindri di 1,3 litri da 50 cavalli (al lancio, già 65 con la versione TI, a seguire addirittura 74: quasi 50% più della prima); realizzato in alluminio come le scatole di cambio e differenziale, aveva distribuzione bialbero in testa, albero a gomiti montato su cinque supporti e prestazioni entusiasmanti. Le sospensioni erano a ruote indipendenti con molle elicoidali: anteriori a quadrilateri trasversali e barra stabilizzatrice, il retrotreno con triangolo superiore e puntoni, per interagire al meglio con la trazione posteriore.
Veloce, raggiunge i 140 km/h, leggera con soli 780 kg e ben frenata, era sportiva, abitabile e con ampio bagagliaio. La presenza di Giulietta sul numero 1 della rivista Quattroruote fu la consacrazione per la prima berlina di serie con simili prestazioni e caratteristiche.

Il momento era favorevole anche per il marchio, che all’inizio del decennio vinse per due anni consecutivi (1950-51) il neonato Campionato mondiale Formula 1 con la 159 Alfetta guidate da Nino Farina e Juan Manuel Fangio. Poteva aspirare all’aumento della produzione mirando a più vasti orizzonti, forte dei contenuti di stile, tecnologia e prestazioni. Giulietta Berlina era la sportiva da famiglia, dalle dimensioni contenute, che arrivò al momento giusto.
Giulietta cominciò subito a correre, mietendo successi con gentleman driver e futuri campioni su strada e in pista, con importanti riflessi sulle vendite. In quella fase il costruttore la identificò, citando alcuni slogan dell’epoca, come: «L’auto per la famiglia che vince le corse», con «Il piacere della guida sportiva alla portata di tutti», arrivando alla frase tipica per il mercato nazionale di allora: «La guida anche la mamma».
Roberto Giolito, capo di Heritage Stellantis, la ricorda oggi con queste parole: «Giulietta Berlina portò il dna sportivo Alfa Romeo nel quotidiano degli italiani. Questo modello riuscì a fondere il prestigio delle vetture sportive del Biscione con la funzionalità di un’auto familiare, affermandosi come simbolo di progresso e rinascita nell’Italia del dopoguerra».

Semplicemente nel 1955 non esisteva al mondo una berlina di serie con le caratteristiche meccaniche, le prestazioni e, non scordiamolo, la personalità simpatia istintiva di Giulietta. Elementi che hanno fatto scuola. Unitamente, giova ricordarlo, alla caratura dei personaggi coinvolti: il direttore generale di Finmeccanica (che controllava Alfa Romeo) Giuseppe Luraghi (nonché editore e scrittore), il responsabile della produzione: l’ingegnere boemo Rudolf Hruška (progettista formatosi nello studio Porsche, a capo di sviluppo e produzione di VW Maggiolino, poi coinvolto nella realizzazione delle Cisitalia) fautore della modernizzazione della fabbrica del Portello, i progettisti Giuseppe Busso per i motori, Orazio Satta Puliga per meccanica e telaistica, Giuseppe Scarnati al Centro stile. Grandi firme che hanno marcato un’epoca, portando Italia e Alfa Romeo alla ribalta.(Riproduzione riservata)
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