Albert Watson e la Roma segreta: un atlante visivo tra ombra e luce
C’è qualcosa di profondamente romano nell’occhio di Albert Watson. Non l’ovvietà delle cartoline, né il compiacimento barocco che spesso ingabbia lo sguardo sulla Capitale, ma una tensione quasi metafisica tra permanenza e trasformazione. Roma Codex, in mostra dal 29 maggio al 3 agosto al Palazzo delle Esposizioni di Roma, è la più imponente retrospettiva italiana mai dedicata al fotografo scozzese naturalizzato newyorkese. Curata da Clara Tosi Pamphili, la mostra è un pellegrinaggio laico attraverso l’inconscio urbano della città.
Watson, che dagli anni 70 firma immagini entrate nel nostro immaginario, da Alfred Hitchcock con un’oca viva in mano a Steve Jobs ritratto come un monaco zen del capitalismo, abbandona qui il glamour patinato e abbraccia la polvere e il sudore di una Roma vissuta. Nessun itinerario, nessun cliché: solo la pazienza di chi cammina senza meta, lasciando che siano i luoghi a chiamare l’obiettivo.
Per oltre due anni, Watson ha seguito l’intuizione più che il programma, il caso più che il controllo. Il risultato sono duecento fotografie, molte in grande formato, in bianco e nero e a colori che non compongono una mostra, ma una mappa. Un atlante emotivo dove convivono l’anfiteatro del Colosseo e una scuola di danza, il Foro Romano e un club underground, un cardinale e Roberto Bolle. Il sacro e il profano si intrecciano con naturalezza, perché, come scriveva Pasolini, «a Roma tutto è contemporaneo».

La sua visione è potente, chirurgica, a tratti brutale. Non cerca la bellezza, la inchioda. In un’epoca in cui l’immagine è consumo rapido, lui restituisce peso allo sguardo. Ogni scatto è un frammento di verità: il gesto trattenuto di Eleonora Abbagnato, l’ironia tragica di Paolo Sorrentino, la Roma minore di Porta Portese o della Cripta dei Cappuccini. «Ho fotografato ciò che accade tra i monumenti», ha dichiarato Watson. È lì che si annida, per lui, la vera grandezza.

Il percorso espositivo evita la linearità. Le fotografie non sono ordinate per temi, ma accostate secondo logiche sotterranee, quasi psicoanalitiche. L’effetto è immersivo: ci si muove come in un sogno lucido, attraversando epoche e identità che solo Roma riesce a contenere senza implodere.

Roma Codex è più di una mostra: è una confessione visiva, uno scavo tra le pieghe della città e, forse, del fotografo stesso. Watson appare qui meno maestro e più uomo. Il suo sguardo si fa fragile, ricettivo, quasi devoto. E proprio in questa vulnerabilità , così rara nell’arte contemporanea sta la forza del progetto.

In un tempo in cui la fotografia è spesso ostaggio dell’algoritmo, Watson ricorda che l’immagine è ancora uno strumento di conoscenza. E Roma, con la sua stratificazione interminabile di storie, è il soggetto perfetto per questa archeologia del presente. (Riproduzione riservata)
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