Made in Italy agroalimentare in grande evidenza, a dispetto dei dazi e dell’agropirateria (il falso Made in Italy) al Fancy Food Show che si è tenuto al Javits Center di New York. Il Salone, giunto alla sua 70esima edizione, è incentrato su cibo e bevande per un pubblico di operatori di settore, produttori, distributori e esportatori da tutto il mondo, con un accento crescente anche sull’innovazione.
Il padiglione italiano, organizzato dalla Universal Marketing, agente esclusivo per l’Italia della Specialty Food Association (Sfa) che organizza il salone, e dall’Italian Trade Agency, ha fatto la parte del gigante con oltre 300 aziende e 318 stand differenti, visto che in vari casi erano presenti direttamente anche diverse regioni italiane.
L’Italia ha partecipato nel segno del recente riconoscimento dell’Unesco del valore immateriale della cucina italiana, alla presenza del ministro dell’Agricoltura e della sovranità alimentare Francesco Lollobrigida e di molte organizzazione di categoria, oltre a un folto gruppo di chef italiani. Al salone, la più grossa fiera di settore negli Usa, erano presenti 65 Paesi con stand dedicati e si sono registrati 32mila visitatori in tre giorni, con la presenza complessiva di 2.500 aziende, comprese numerose start-up anche locali e regionali americane, e il lancio di 900 nuovi prodotti.
Al padiglione italiano si sono tenute degustazioni, masterclass, e incontri promossi, fra gli altri, da Coldiretti, Campagna Amica e Filiera Italia. E da un’analisi di Coldiretti su dati Deloitte risulta che la cucina italiana nel mondo vale oggi 251 miliardi di euro con una crescita del 5% sull’anno precedente. Molte aziende hanno colto l’occasione per fare party e presentazioni nelle serate del salone: dal Consorzio del Parmigiano Reggiano, all’Anicav (associazione di categoria dei produttori di conserve alimentari vegetali), al Grana Padano, con una serata finale per Giallo Zafferano che, sbarcato negli Usa da qualche tempo con un sito dedicato, ha ispirato clienti e amici presentando una serie di chef e prodotti italiani.
I temi dominanti del salone erano quest’anno quelli di «sensormaxxing», ovvero di massimizzare le esperienze sensoriali dei consumatore, ma anche un forte accento sul ruolo delle proteine, dappertutto nei nuovi prodotti, delle bevande funzionali e sempre più piene di nutrimento, ma anche di etichette sempre più chiare e dettagliate sui prodotti stessi. Un altro trend è quello degli chef che lanciano linee al dettaglio dei loro prodotti, e il boom di vini, birre e cocktail non alcolici.
La presenza italiana con il Made in Italy, andava anche al di là del padiglione ufficiale. Molte aziende italiane avevano stand in altre parti della fiera, così come li avevano diversi importatori di prodotti italiani e molti produttori che hanno una presenza diretta negli Usa.
Lo scorso anno il valore dell’export italiano di agroalimentare e bevande, vino incluso, ha toccato negli Usa gli 81,9 miliardi di dollari (di cui il 23% è rappresentato dal vino) con un leggero calo sull’anno precedente e rappresenta circa il 10% dell’export complessivo dall’Italia agli Usa.
Nei primi quattro mesi dell’anno, secondo i dati dell’Italian Trade agency, l’export ha toccato i 24 miliardi di dollari e l’Italia vanta quote di mercato (rispetto al totale delle importazioni Usa) pari al 31,9% nel vino, la prima voce dell’import americano nel settore, al 30,1% per l’olio di oliva, al 37,2% per la pasta, al 27,9% per i formaggi, al 42,8% per l’acqua (minerale), e picchi al 61,8% per l’aceto e al 79,5% per il vermuth. L’Italia è il terzo esportatore in assoluto verso gli Usa per l’alimentare dopo Messico e Canada e davanti al Brasile, e vanta una quota complessiva di poco superiore al 3% del totale di importazioni Usa. (riproduzione riservata)