Non c’è pace per gli affitti brevi. Dopo l’aumento della cedolare secca al 26% (ma solo dalla seconda casa affittata) previsto dalla legge di bilancio, arrivano le grane con il fisco per alcuni host di Airbnb.
Martedì 7 la Guardia di finanza ha annunciato il sequestro di 779 milioni di euro alla piattaforma di affitti, accusata di aver evaso le tasse sui soggiorni svolti tra il 2017 e il 2021. Airbnb, che nel periodo sotto esame ha generato un giro d’affari di 3,7 miliardi di euro, per la legge italiana avrebbe dovuto fare da sostituto di imposta e trattenere il 21% della cedolare secca dovuta al fisco. Ma la piattaforma, che è andata fino alla Corte di Giustizia europea per sottrarsi alla norma, ha prelevato solo la sua commissione. Di conseguenza, spiega un esperto contattato da Milano Finanza, gli host avrebbero dovuto saldare la cedolare o dichiarare gli affitti tra i redditi diversi e pagare l’Irpef. Chi non lo ha fatto rischia una verifica dell’Agenzia delle Entrate e, vista la manifesta opposizione di Airbnb, non potrà dire di non sapere del mancato pagamento.
Per il fisco però non sarà automatico stabilire l’ammontare dell’evasione perché alcuni immobili, come quelli gestiti da property manager, probabilmente hanno pagato. In più, la cedolare secca non si applica a tutti gli host. Gli immobili delle società, per esempio, sono esclusi. Il mercato italiano degli affitti brevi varrà circa 11 miliardi di euro (più 44 miliardi di indotto) nel 2023 secondo le stime dell’Associazione Italiana Gestori Affitti Brevi. Con l’aumento della cedolare secca al 26% il governo punta a disincentivare l’affitto breve per aumentare gli immobili disponibili per le locazioni lunghe. (riproduzione riservata)