Un’intesa fra l’Acri, l’associazione delle fondazioni di origine bancaria, e il Tesoro sulla revisione del protocollo Acri-Mef - il sistema di regole del 2015 che norma il settore su cui Via XX Settembre vigila - pare essere a portata di mano. In platea al congresso nazionale dell’Acri in corso a Gorizia c’è addirittura chi qualche settimana fa si attendeva che il presidente Giovanni Azzone avesse potuto riservare qualche annuncio dal palco. Timing che solo l’avvicendamento fra l’ex dg del Tesoro, Marcello Sala e il suo successore Francesco Soro avrebbe ritardato.
I toni usati da Azzone e dal sottosegretario del Mef Federico Freni nel corso dei lavori sembrano confermare questa lettura. In ballo ci sono la durata del doppio mandato da presidente (8 anni) e, soprattutto, la gestione della partecipazione nella conferitaria che per le grandi fondazioni azioniste di Intesa Sanpaolo o di Unicredit ha superato ampiamente il limite del 33% del valore del patrimonio dopo il biennio di rally dei titoli bancari che non si sgonfia con il risiko in corso.
Freni ha elogiato le fondazioni come «asset strategico di interesse nazionale», a cui ha chiesto di «non abdicare al ruolo di investitore del sistema Paese». Un assist che il numero uno dell’Acri non si è lasciato sfuggire. Azzone ha chiesto «maggiore flessibilità nelle regole» per consentire a soggetti che complessivamente gestiscono oltre 50 miliardi di euro di patrimonio e girano ogni anno al territorio oltre un miliardo di continuare a svolgere il proprio ruolo. Un ruolo che ormai «ha superato il modello di Bancomat erogatore» e che è anche quello di «coordinamento di interventi complessi» non solo nelle comunità di riferimento, ma anche a livello nazionale.
«Se riusciamo a recuperare degli spazi di flessibilità facciamo un favore non alle fondazioni, ma al Paese», è stata la chiosa di Azzone. Il numero uno dell’Acri deve portare a casa un sistema di modifiche applicabile al variegato mondo delle 86 fondazioni dell’associazione, soggetti che vanno da pochi milioni di patrimonio agli oltre 11,5 miliardi di Cariplo.
Sulla concentrazione del patrimonio si starebbe lavorando a un doppio meccanismo che prevederebbe un coefficiente che misura il profilo di rischio dei singoli titoli, da affiancare a una valutazione sull’operato dell’ente che dovrebbe dimostrare di aver lavorato negli anni per diversificare gli investimenti.
Sulla governance, invece, si starebbe convergendo sulla possibilità per i presidenti di fare due mandati consecutivi di sei anni, a fronte dell’impossibilità però di ricandidarsi in seguito, dopo uno stop. Il Tesoro è d’accordo sulla necessità di preservare un presidio di azionisti italiani stabili nelle banche e di rendere agevoli le collaborazioni fra soggetti del territorio su progetti di sistema. (riproduzione riservata)