L’Italia è a tutti gli effetti un player siderurgico. In termini di produzione è dodicesima al mondo e seconda in Europa, dopo la sola Germania. Eppure il rischio di perdere il primato è alto. E sta avvenendo proprio mentre l’economia globale ridisegna le sue filiere tra reshoring e decarbonizzazione.
Nel 2024 l’industria siderurgica italiana ha realizzato 20 milioni di tonnellate di acciaio (dati Federacciai), segnando un calo del 5% rispetto all’anno precedente. Flessione divenuta strutturale: la produzione su base annua era scesa del 2,3% nel 2023 e dell’11,5% nel 2022.
Un accenno di ripresa arriva dai numeri del primo trimestre. Le acciaierie nazionali, nel periodo tra gennaio e aprile, hanno consolidato una ripresa tendenziale del 3,8%, riportando i volumi produttivi, pari a 7,3 milioni di tonnellate, sui livelli dello stesso periodo del 2023. Eppure la fotografia, positiva nel breve, nasconde problemi più profondi e duraturi.
A livello geografico il cuore della siderurgia italiana si trova al Nord e oltre l’85% di quel che viene prodotto è «acciaio secondario», così chiamato perché ottenuto fondendo rottame ferroso all’interno di forni elettrici.
Proprio questa dotazione impiantistica, frutto di un percorso avviato nel dopoguerra, ha reso l’Italia la prima elettrosiderurgia dell’Unione Europea, alla quale contribuisce per il 30% del totale, davanti a Germania (18,5%) e Spagna (12%).
Un recente paper realizzato da Cassa Depositi e Prestiti evidenzia come l’applicazione di questo modello abbia consentito all’Italia di diventare un’eccellenza in termini di sostenibilità: il Paese vanta la più bassa intensità emissiva tra i primi 15 produttori globali (0,7 tonnellate di CO2 per tonnellata di acciaio contro una media mondiale di 1,5), ed è primo per volumi di rottame riciclato.
In Italia la produzione di acciaio primario – fondamentale per settori come la meccanica, i mezzi di trasporto e gli elettrodomestici – rappresenta meno del 15% dell’output nazionale. L’unico stabilimento a «ciclo integrale» in grado di produrre questa tipologia di acciaio è quello della ex Ilva, oggi Acciaierie d’Italia, a Taranto, dotato di altoforni.
Ma oggi il gruppo, in amministrazione straordinaria, sta attraversando l’ennesima crisi industriale con la produzione che nel 2024 non è andata oltre 2 milioni di tonnellate. La crisi dell’ex Ilva, però, ne genera almeno altre due.
La quasi inattività dell’unico stabilimento a ciclo integrale sul territorio nazionale equivale a una scarsa produzione dei laminati piani: prodotti fondamentali per auto, elettrodomestici, apparecchi elettrici ed edilizia. Da qui la seconda crisi: a fronte di un consumo interno pari a 15 milioni di tonnellate, nel 2023, il Paese ha dovuto importare oltre 11 milioni di tonnellate di prodotti piani.
La dipendenza dall’estero non rappresenta un sano stato di salute per le filiere coinvolte. Ma nel settore siderurgico il problema diventa ancor più grande perché, al livello mondiale, non c’è già più spazio per essere auto-sufficienti. L’industria siderurgica globale tutta deve fare i conti con l’eccesso di capacità produttiva della Cina che rappresenta il 55% della produzione mondiale di acciaio e occupa il posto di primo fornitore europeo e italiano.
Pechino, che nel 2024 ha prodotto oltre 1 miliardo di tonnellate di acciaio (si veda tabella in pagina), è una delle cause del sottoutilizzo degli impianti europei e della perdita di quote di mercato per i relativi produttori. L’eccesso di capacità ha determinato un peggioramento significativo del saldo commerciale, con le vendite extra-Ue di prodotti in acciaio che tra il 2014 e il 2023 si sono ridotte del 45%. E una forte crescita della capacità produttiva nei prossimi anni è prevista anche per l’India, oggi secondo produttore al mondo con quasi 150 milioni di tonnellate annue.
A completare il quadro c’è l’America, che nel 2018 ha introdotto dazi volti a penalizzare la penetrazione dell’industria europea (poi sostituiti con un sistema meno punitivo e oggi nuovamente minacciati da Donald Trump).
In un settore dove contano volumi, investimenti e politica industriale, all’Italia servono interventi a sostegno del comparto. Definire misure commerciali coordinate nell’Ue, ampliare la dotazione produttiva e accompagnare le imprese nella decarbonizzazione e trasformazione digitale sono, secondo Cdp, le prime tre direttrici da seguire.
«Per il 2025, la siderurgia italiana si attende una graduale stabilizzazione, favorita da politiche monetarie meno restrittive e dalla speranza di soluzioni diplomatiche ai conflitti, che potrebbero rilanciare la fiducia e gli investimenti globali. Tuttavia», ha spiegato a MF-Milano Finanza il presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, «le difficoltà attuali non sono solo congiunturali, ma riflettono anche problematiche strutturali».
«La crisi dei consumi e il riposizionamento dei prezzi verso valori storici evidenziano la necessità di adeguamenti strategici. L’industria siderurgica europea soffre una progressiva perdita di competitività rispetto a mercati come quello statunitense e asiatico, complice anche un approccio talvolta ideologico alla sostenibilità. È essenziale correggere il tiro, bilanciando la transizione ecologica con il supporto alla capacità produttiva e alla competitività industriale». (riproduzione riservata)