C’è chi dà la colpa alla «vecchia gestione» (quella della famiglia Mittal). Chi lega il futuro delle Acciaierie al prossimo sindaco di Taranto (che ha da venire con il ballottaggio dell’8-9 giugno). E c’è chi, indipendentemente da proprietari e da governatori, punta il dito contro il governo. E alla fine dei conti hanno tutti ragione perché, da qualsiasi lato la si prende, la storia dell’ex Ilva appare come un susseguirsi di scelte sbagliate.
Nel pomeriggio di lunedì 9 giugno si svolgerà l’ennesimo tavolo a Palazzo Chigi, quello tra sindacati e governo. Un tavolo per cui l’esecutivo sembra essersi preparato con attenzione. Non a caso giovedì 5 giugno il sottosegretario Alfredo Mantovano ha convocato e ascoltato tutti i ministri coinvolti: Adolfo Urso (Imprese e Made in Italy), Gilberto Pichetto Fratin (Ambiente), Marina Calderone (Lavoro), Giancarlo Giorgetti (Economia e Finanza). Presente, anche l’amministratore delegato di Invitalia, Bernardo Mattarella.
Un parterre necessario per gestire i tanti dossier che animeranno le stanze che affacciano su Piazza Colonna. Primo fra tutti il nodo economico: gli stabilimenti sono a rischio stop e la cassa integrazione destinata ai lavoratori è raddoppiata, superando ampiamente quella autorizzata nell’ambito del Piano di Ripartenza.
Motivo per cui il governo, secondo quanto trapela, avrebbe allo studio un nuovo decreto per intervenire sulle nuove urgenze, a partire dalla finanza che serve all’azienda per restare in piedi e operativa. Sembrano in arrivo 100 milioni di euro dal Tesoro per la continuità aziendale, i famosi fondi legati al prestito ponte da 320 milioni approvato dalla Commissione europea.
Tuttavia il tesoretto stanziato dal Mef non può bastare, visto che la trattativa con il gruppo azero Baku Steel è bloccata. E lo ha ammesso lo stesso Adolfo Urso: «Gli azeri sono comunque della partita perché la nostra procedura è competitiva. Altri attori sono ancora in campo e potrebbero eventualmente rilanciare perché la nostra procedura è competitiva».
Nello sfondo resta il prossimo sindaco di Taranto. Che, come ha ribadito Urso, è «cruciale» per il futuro dell’ex Ilva. «Il primo atto per poter sviluppare un progetto siderurgico green a Taranto è l’accordo di programma che va sottoscritto da tutti gli attori, innanzitutto dal Comune, in merito alla realizzazione di un rigassificatore e di impianti di desalinizzazione che possano supportare l’attività che lì dovrà essere realizzata, per esempio il Dri per la fornitura del preridotto ai forni elettrici».
I tarantini dovranno decidere chi tra Piero Bitetti, candidato del centrosinistra, e Francesco Tacente, candidato di una colazione che vede insieme civici e centrodestra, dovrà amministrare la città per i prossimi 5 anni.
«All’incontro ci aspettiamo che i commissari straordinari e il governo ci dicano come intendono andare avanti perché sono fondamentali le risorse per gestire la fase transitoria e la manutenzione degli impianti. Siamo tornati alla situazione di un anno fa, quando l’azienda era sull’orlo del baratro», ha detto il coordinatore nazionale siderurgia per la Fiom-Cgil, Loris Scarpa.
«La situazione è preoccupante sotto ogni punto di vista e noi non possiamo accettare che le difficoltà vengano scaricate sui lavoratori, con ulteriori lavoratori in cassa integrazione. Ci aspettiamo di conoscere piani e progetti concreti, dopo l’assenza di reali risposte dalla trattativa con Baku», ha aggiunto il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella. «L’aspetto prioritario è la questione delle risorse perché diversamente non ci sarebbero le condizioni per garantire la continuità produttiva dell’ex Ilva. E sono necessarie le autorizzazioni ambientali per andare avanti», chiude il segretario generale della Fim-Cisl, Ferdinando Uliano. (riproduzione riservata)