A Long Island, un rifugio sulla scogliera
Un progetto architettonico che porta la firma dello studio Saota, dove natura, paesaggio e design sono protagonisti
Cinquant’anni fa lo scrittore svizzero Max Frisch pubblicò Montaux, uno dei suoi testi-chiave che, a partire dal nostalgico ricordo di due giorni trascorsi sulle rive dell’Atlantico, affrontava una serie di riflessioni profonde ed esistenziali sulla vita, la felicità, il desiderio, la malattia, la fama e il denaro. Il romanzo è ambientato a Long Island, località nello Stato di New York frequentata dai surfisti, dagli sportivi che amano il trekking e dai turisti romantici in cerca di tramonti mozzafiato.

Qui, inerpicata su un promontorio, sorge una proprietà di 10mila metri quadrati con il retreat strutturato su tre livelli e destinato a una giovane famiglia. Il progetto architettonico porta la firma dello studio Saota, che ha incontrato quella del designer Rafael De Cardenas e del suo atelier multidisciplinare basato a New York per il lavoro sull’interior design e sugli arredi.

Il risultato è quello di un edificio strettamente connesso alla natura circostante, alla vegetazione e all’acqua, attraverso sistemi di ampie vetrate scorrevoli, una vasta zona outdoor da vivere in ogni stagione con piscina, solarium e zona lounge ideale per i momenti di riposo e di conversazione all’aperto.

«La prima cosa essenziale da tenere in considerazione per un simile progetto è il rapporto tra la luce e il luogo e poi tra l’esterno e l’interno della casa», ha spiegato Mark Bullivant, architetto e uno dei direttori di Saota, studio di progettazione sudafricano con all’attivo progetti in tutti i Continenti, «l’uso del vetro ci permette di espandere gli ambienti, aumentando la versatilità e lo scambio visivo tra indoor e outdoor. Un altro elemento utile è l’uniformità del rivestimento dei pavimenti che crea un continuum visivo».

Questo rifugio circondato dalla natura e affacciato sull’Oceano ha un impianto contemporaneo suddiviso in tre piani e addossato alla scogliera: nella sua parte più alta, l’unica visibile dalla strada, si riconnette architettonicamente alle farm house tradizionali di questa zona degli Stati Uniti, con tetto spiovente. Uno dei materiali d’elezione utilizzati insieme alla pietra granitica è un pregiato legno giapponese lavorato con la tecnica Shou Sugi Ban che, grazie a uno speciale processo di carbonizzazione, lo scurisce e gli conferisce una consistenza squamosa, simile alla pelle di un alligatore.

«Questo rivestimento esterno crea un contrasto potente con l’interno dominato dall’uso del legno chiaro come la quercia bianca e dei marmi, tra cui il Crema Valencia», ha precisato il progettista. Una serie di persiane, anch’esse scorrevoli, scherma dal sole le stanze e gli ambienti-bagno e, al contempo, crea un gioco di seducenti ombre sottili al loro interno.

Sebbene la zona giorno si sviluppi in un unico grande spazio, un saliscendi di gradini definisce due zone principali: la cucina a scomparsa insieme alla zona breakfast con i Cab-stool di Cassina disegnati da Mario Bellini e, a un livello appena più basso, la dining room con una coppia di sospensioni by Paavo Tynell degli anni 30, affiancata dalla lounge area in cui si intravede una lampada da tavolo anch’essa storica, del lighting designer Felix Agostini. Qui ci sono anche due camere nascoste alla vista.

Il piano centrale della villa si connette grazie a una scenografica scala a zig zag agli altri due livelli. Quello superiore ospita la camera padronale e uno studio, mentre al piano terra ci sono tre camere da letto per i bambini e una sala-teatro con le pareti e le sedute rivestite con pregiati tessuti Dedar.(Riproduzione riservata)

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