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Design

Viaggio nelle gallerie milanesi, tra edizioni limitate e alto artigianato

Luisa Delle Piane, Rossella Colombari, Rossana Orlandi, Alessandro Palmaghini e Alessandro Padoan. Intorno alla curatrice di Salone Raritas, Annalisa Rosso, questi galleristi sono protagonisti della cover story di MFL-Magazine For Living 68, scattata alla Biblioteca Braidense di Milano. Componendo con le loro visioni un mosaico di stili, epoche e ispirazioni

di Cristina Cimato, Ilaria De Bartolomeis e Giada Cardo
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Da sinistra, Luisa Delle Piane, Rossella Colombari, Alessandro Palmaghini, Alessandro Padoan, Rossana Orlandi e Annalisa Rosso ritratti nella sala Maria Teresa della Biblioteca Braidense di Milano (foto Max @Max&Douglas)
Da sinistra, Luisa Delle Piane, Rossella Colombari, Alessandro Palmaghini, Alessandro Padoan, Rossana Orlandi e Annalisa Rosso ritratti nella sala Maria Teresa della Biblioteca Braidense di Milano (foto Max @Max&Douglas)

Annalisa Rosso, curatrice di Salone Raritas

Annalisa Rosso, editorial director e cultural events advisor per il Salone del mobile di Milano (foto Max @Max&Douglas)
Annalisa Rosso, editorial director e cultural events advisor per il Salone del mobile di Milano (foto Max @Max&Douglas)

Pezzi unici al centro. La 64ª edizione del Salone del mobile di Milano si apre con un debutto, quello di Raritas, uno spazio pensato per una selezione di 25 tra gallerie ed espositori che portano a Fiera Milano Rho creazioni fuori dagli schemi commerciali, antiquariato ed edizioni limitate, con l’obiettivo di colmare la distanza tra una produzione creativa e il mercato b2b del design. Il progetto è stato curato da Annalisa Rosso, editorial director e cultural events advisor per il Salone, mentre l’exibition design è firmata dal duo Formafantasma, che ne hanno raccontato così il progetto: «Raritas, per noi, non è un set museale ma un luogo vivo. Abbiamo immaginato un perimetro-lanterna, un segno luminoso che serva a orientarsi e una struttura modulare pensata per il riuso». Dentro questa novità risuona anche l’ambizione di portare in primo piano un territorio finora inesplorato in ambito fieristico, ossia una piattaforma di incontro e relazione che attivi una rete di relazioni e opportunità commerciali. Si configura anche come un atlante curatoriale di convergenza di molteplici geografie, come ha raccontato a MFL-Magazine For Living Annalisa Rosso.

Da dove parte Salone Raritas?

L’idea arriva da lontano. Da un po’ di anni è indubbiamente in atto un ragionamento sul cambiamento del settore: si stanno modificando le geografie di riferimento e gli interlocutori. Il contesto in cui ci troviamo oggi è in decisa evoluzione. Proprio all’interno di questa fase, Raritas è un collante che fa dialogare da vicino gli espositori che lavorano con pezzi unici, antiquariato, craft design di alto livello, edizioni limitate, progetti di ricerca e sperimentali con il mondo del business e con quello del contract, che rappresenta un’altra novità del Salone del mobile di Milano di quest’anno. Di fatto, abbiamo creato una piattaforma fieristica pensata per far dialogare le gallerie direttamente con la filiera internazionale del progetto.

Qual è il profilo dei player con cui vogliono entrare in dialogo le gallerie selezionate per Raritas?

Sicuramente tutto il mercato dell’hospitality, ma anche i grandi architetti che firmano residenze private in Paesi nevralgici per il comparto, come l’area del Golfo, in particolare l’Arabia saudita dove c’è molta ricerca di pezzi valoriali. Questo perché Raritas porta con sé un bagaglio anche identitario, oltre che economico. Si parla di collezionismo e si va anche al di là. Non lo considero un progetto disruptive perché, di fatto, intercetta un’evoluzione naturale dell’offerta.

Quali sono le realtà e le geografie che avete selezionato?

Tra i 25 espositori ci sono la galleria italiana Nilufar, pioniera nel dialogo tra design contemporaneo e pezzi dei grandi maestri del passato, e la piattaforma emiratina Collectional che affianca a pezzi in edizione limitata un progetto speciale firmato dalla designer olandese Sabine Marcelis. Ma abbiamo anche Salviati, la storica fornace di Murano che ha affidato a Draga & Aurel il compito di reinterpretare il vetro in chiave attuale. Dal Middle east arriva poi Mouromtsev design editions, realtà esordiente che presenta una nuova collezione di Job Smeets curata da Maria Cristina Didero, mentre Mercado moderno rappresenta il Sud America in quanto punto di riferimento per il modernismo tropicale e il collectible design locale. Tornando in Italia c’è Bianco67, nuova generazione di alto artigianato che combina marmi e nuovi tecnologie con una collezione di Parasite 2.0. Infine, Brun fine art che ha sedi a Londra, Milano e Firenze ed è attiva nel panorama dell’antiquariato europeo di alta gamma.

Quale spazio occupa il collectible design oggi che l’abitare accoglie molteplici identità ed è sempre più eclettico?

Trovo che ci sia anche una lettura antropologica dietro questo fenomeno. Oggi ognuno è alla ricerca della propria specificità e quindi ha senso accostare linguaggi e oggetti diversi. Questo vale per il privato ma anche per il pubblico, tanto è vero che l’hospitality oppure gli hub aeroportuali stanno abbandonando l’uniformità e favorendo una personalizzazione legata magari al territorio o ai loro target. La direzione intrapresa è quella di un’autorialità forte.

Anche in mercati come Middle e Far east si ricerca sempre di più il su misura. A cosa si deve questo mutamento di gusto?
Se in passato la tendenza a uniformarsi rispondeva più che altro al desiderio di trovare un linguaggio comune, oggi le persone cercano l’unicità non per un principio solo legato al collezionismo, ma come elemento riconducibile al riconoscere se stessi nelle cose di cui si circonda. È una scelta culturale e anche l’industria si sta adattando a questa domanda, quindi è necessario declinare una dimensione progettuale a seconda dei Paesi e degli interlocutori.

La piattaforma avrà un’evoluzione e tornerà il prossimo anno?

Stiamo già ragionando in un’ottica di medio termine e la porteremo anche all’interno dei nostri eventi nel mondo. Non sarà mai identica a se stessa, perché vuole mantenere il concetto fondativo dello scambio e della creazione condivisa. (riproduzione riservata)

Rossella Colombari, Galleria Rossella Colombari

Rossella Colombari, founder della Galleria Rossella Colombari (foto Max @Max&Douglas)
Rossella Colombari, founder della Galleria Rossella Colombari (foto Max @Max&Douglas)

Uno sguardo unico sul design e sull’arte, una visione multidisciplinare che abbraccia architettura, fotografia e scultura. Come si dice, il sangue non è acqua. E Rossella Colombari, terza generazione di una dinastia torinese di antiquari e collezionisti visionari, ne è la prova. Da oltre 40 anni, l’energica gallerista porta avanti la divulgazione del design italiano del ’900. Una missione che a Milano ha fulcro nella galleria che porta il suo nome, aperta nel 1991, e nella casa museo fondata con il marito, il collezionista Ettore Molinario: uno spazio insieme abitativo, espositivo e culturale che la coppia intende lasciare in eredità alla città. L’architettura come ossessione è del resto una costante nella vita di Colombari: a quattro anni costruiva grattacieli con le scatole di scarpe, a venti fu tra le prime a intuire il valore e a ricostruire l’opera di Carlo Mollino, gettando le basi per la fortuna postuma dell’architetto, oggi tra i designer con i più alti record d’asta a livello internazionale. A lui ha dedicato i volumi Carlo Mollino. Catalogo dei mobili (2005) e Carlo Mollino: architetto, designer, fotografo (2025), un progetto, quest’ultimo, di cui va orgogliosa come di un figlio. «È un lavoro che parla anche ai più giovani, con un linguaggio semplice», racconta a MFL-Magazine For Living. Carlo Mollino, Gio Ponti, Osvaldo Borsani, Ico Parisi, Franco Albini, Ettore Sottsass: sono solo alcuni dei nomi promossi dalla gallerista negli ultimi 30 anni, passando per fiere come Design Miami, Pad London e Tefaf Maastricht, dove a marzo è ritornata dopo 20 anni. E il Salone del mobile? «Al Salone direi di rallentare, di fare meno ma meglio. Le cose fatte bene danno sempre risultati. Io nel mio lavoro continuo a farlo: scegliere poco, ma eccezionale».

Partiamo dalle origini con la sua storia familiare. Possiamo dire che questo lavoro ce l’ha nel sangue?

Vengo da tre generazioni di antiquari torinesi. Mio nonno Giovanni, nato nel 1880, era figlio di un grande scultore. Da ragazzo cercava modelli antichi per il padre, finché un giorno restò folgorato da quattro poltrone e decise di volere gli originali. Da lì iniziò una vera e propria caccia al tesoro. I primi clienti erano tedeschi e americani, allora la borghesia italiana non comprava ancora antiquariato. Poi è arrivato mio padre, infine io e mia sorella Paola: oggi lei si occupa di design contemporaneo, io sono rimasta nel design storico.

Lei ha iniziato molto presto.

Ho iniziato a vent’anni, partendo da Carlo Mollino. Ma già a quattro costruivo grattacieli con le scatole di scarpe. L’architettura era già un’ossessione e quello sviluppo tridimensionale è diventato il mio lavoro.

Che tipo di formazione ha ricevuto in famiglia?

Ho avuto la fortuna di avere dei genitori visionari. Amavano il cinema, la montagna, lo scialpinismo. Mi hanno insegnato a viaggiare nel mondo. Torino aveva una borghesia illuminata, oggi purtroppo quasi scomparsa, custode di un sapere colto, silenzioso, profondo. Lo stesso che ritrovo qui alla Biblioteca Braidense.

Lei dice spesso di non aver mai voluto fare questo mestiere per ragioni economiche.

In 47 anni di carriera ho venduto pezzi a grandi collezionisti internazionali, ma non ho mai voluto fare questo mestiere per soldi. Questo lavoro si fa per gratificazione culturale. Se si vuole soltanto comprare e vendere, allora si scelgono oggetti più facili.

La sua visione multidisciplinare si muove liberamente tra design, fotografia, scultura e ha un centro preciso, la Casa museo Molinario Colombari a Milano.

Carlo Mollino, Gio Ponti, Ico Parisi sono una parte del mio lavoro, ma nelle mie mostre e nella casa museo che ho aperto con mio marito c’è sempre un dialogo tra discipline: arte, design, architettura e grande fotografia in un unico ambiente. La casa sarà un lascito per Milano, verrà donata e diventerà un museo.

Nel 2025 ha firmato Carlo Mollino: architetto, designer, fotografo, libro che ha scelto di portare con sé su questo set. Su quali aspetti della figura dell’architetto torinese si è concentrata per questo volume?

È un libro narrativo, discorsivo, ricco di fotografie inedite e con una grafica e un’impaginazione molto contemporanee. È un progetto che si rivolge anche ai più giovani con un linguaggio semplice.

Quali saranno le novità della sua design week?

Al Fuorisalone sveliamo un camino multifunzionale, sviluppato in collaborazione con Eligo studio. È un progetto che supera la dimensione tecnica per assumere una valenza artistica e simbolica in dialogo con altri due grandi camini, un manufatto innovativo anni 90 di Ingo Maurer e un camino antico, costruendo un racconto che attraversa il tempo.

Che cosa si aspetta da questa edizione del Salone del mobile?

Dal Salone mi aspetterei una riflessione più interessante, più dinamica e propositiva. Da tempo le fiere sono diventate contenitori privi di veri contenuti, e in ciò riflettono un cambiamento nel ruolo della progettazione, che è sempre più al servizio del mercato e della brandizzazione. Al Salone direi di rallentare, di fare meno ma meglio. Le cose fatte bene danno sempre risultati. Io nel mio lavoro continuo a farlo: scegliere poco, ma eccezionale. (riproduzione riservata)

Luisa Delle Piane, Galleria Luisa Delle Piane

Luisa Delle Piane, founder della Galleria Luisa Delle Piane (foto Max @Max&Douglas)
Luisa Delle Piane, founder della Galleria Luisa Delle Piane (foto Max @Max&Douglas)

Dal design del ’900, tra storico e modernariato, all’apertura verso il contemporaneo con maestri come Gaetano Pesce o nuove leve come Finemateria. È a Milano che la galleria Luisa Delle Piane da 30 anni indaga e racconta i nuovi linguaggi dell’abitare e del sé. L’elegante gallerista ha inaugurato il suo progetto omonimo nel 1994, ma è dal 1970 che conduce un’intensa attività di ricerca sul design d’autore. Il risultato è una vera e propria istituzione sullo scenario internazionale: un’avventura che si è evoluta attraverso esperimenti produttivi e materici, senza mai distogliere lo sguardo dalla storia fatta dai progettisti, senza cui la ricerca perderebbe la sua ragion d’essere. Dopo tanto tempo, è lei stessa a raccontare a MFL-Magazine For Living che il suo sguardo sul design «non è mai cambiato, ma si è evoluto con i tempi mantenendo una costante, cioè la necessità di comprendere la spinta progettuale di ogni autore». Centrale, in questa visione, è anche lo spazio espositivo, inteso come esperienza viva, pur nella consapevolezza del peso crescente del digitale. Oggi come ieri, per Delle Piane fare galleria significa fare cultura: «Custodire la memoria del passato e sostenere con fiducia le nuove generazioni».

Dal 1970 lei porta avanti un’attività di ricerca sulle arti decorative del ’900. Com’è cambiato nel tempo il suo sguardo sul design?

Il mio sguardo sul design in realtà non è mai cambiato, ma si è evoluto con il tempo mantenendo la necessità di comprendere la spinta progettuale di ogni autore. All’inizio stabilivo legami con gli arredi e mi piaceva capire chi fosse l’autore e in quale contesto operasse. Esaurita quella fase, e influenzata dai linguaggi più moderni e contemporanei, ho iniziato ad appassionarmi al design industriale.

La sua galleria ha ospitato mostre che spaziano dal design all’arte contemporanea, al gioiello. Che tipo di dialogo cerca di creare tra questi linguaggi apparentemente diversi?

La verità è che ho sempre pensato che creare relazioni tra mondi diversi sia l’unico modo utile per costruire una visione culturale e condividere un gusto che sia a me affine.

La sede milanese di via Giuseppe Giusti è diventata un punto di riferimento culturale. Quanto conta per lei lo spazio espositivo nella costruzione dell’esperienza finale?

Inevitabilmente, lo spazio fisico dà l’opportunità al pubblico di vivere in maniera immediata il messaggio che si vuole trasmettere. Io credo molto a questo strumento e mi impegno a cambiare ciclicamente gli allestimenti in galleria. D’altra parte, però, oggi che le immagini digitali raggiungono comunque l’interesse in modo profondo, è chiaro che il luogo fisico perda di interesse reale.

Il suo lavoro unisce ricerca culturale e attività commerciale. Come si mantiene l’equilibrio tra sperimentazione e mercato?

L’equilibrio è sempre precario, perché pilotato dal sentire e dalle contingenze del momento. In più si sono aggiunti altri strumenti che, apparentemente, sembrano supportare il lavoro culturale delle gallerie, ma in realtà creano riferimenti che spesso confondono i collezionisti.

La galleria cura anche la realizzazione di pezzi d’arredo in esclusiva. Che ruolo ha oggi l’edizione limitata nel design?

Sempre più spesso i progettisti sentono la necessità di sottrarsi alle dinamiche di mercato legate alle richieste delle aziende, andando oltre il prodotto industriale. La galleria si pone il fine di fare cultura dando l’opportunità ai designer di esprimersi in modo libero. Questo è un aspetto del mio lavoro che mi conquista e mi appassiona sempre molto.

Che cosa rappresenta per lei la Biblioteca Braidense?

In tempi come i nostri, in cui la cultura sembrerebbe non più essere considerata un valore, è bene che luoghi come la Braidense rappresentino in modo totalitario un punto di riferimento culturale concreto.

Sul set di questo shooting ha portato la Umbrella chair di Gaetano Pesce. Che valore dà a questo oggetto?

Ho scelto la Umbrella chair per la sua funzione di oggetto portatile, ma, se avessi potuto osare con un oggetto più ingombrante, avrei comunque scelto un pezzo di Pesce. Nel mio percorso è una costante, fin dal nostro primo incontro nel 1998, quando decisi di far conoscere in Italia il linguaggio di un designer italiano che viveva a New York.

Che cosa si aspetta dall’iniziativa Salone Raritas del Salone del mobile? Quali saranno le novità della sua design week?

In tempi complessi e confusi, il Salone Raritas è per me una vera sorpresa e sono curiosa di capire che tipo di riscontro sortirà. In galleria quest’anno promuoviamo il lavoro dello studio Finemateria, un duo di giovani designer, con un progetto di arredi modulari.

Quale pensa sia oggi la responsabilità di una galleria di design nei confronti della memoria del ’900 e delle nuove generazioni?

La responsabilità di una galleria è quella di fare cultura, difendendo la memoria del ’900 e promuovendo con fiducia le nuove generazioni. (riproduzione riservata)

Rossana Orlandi, Galleria Rossana Orlandi

Rossana Orlandi, founder della Galleria Rossana Orlandi (foto Max @Max&Douglas)
Rossana Orlandi, founder della Galleria Rossana Orlandi (foto Max @Max&Douglas)

Un Compasso d’oro alla carriera e un’infinità di talenti scoperti in ogni angolo del mondo, che oggi sono grandi nomi del design come Nacho Carbonell, Maarten Baas e Formafantasma. È questa la traiettoria di Rossana Orlandi, gallerista che con spirito pionieristico ha iniziato quasi trent’anni fa a proporre il design da collezione nel suo spazio milanese di via Bandello, trasformandolo in un punto di riferimento internazionale. A lei si deve anche un forte impegno nel promuovere un uso più consapevole dei materiali, attraverso pratiche di riuso e riciclo. Una mission che si è tradotta nel progetto Ro guiltlessplastic, ideato assieme alla figlia Nicoletta Orlandi Brugnoni e declinato in una collezione e in un premio.

Il collectible design è arte, investimento o esperienza culturale?
Direi che può essere tutte e tre le cose. Il termine collectible si riferisce a pezzi in serie limitata o a oggetti rari, moderni o storici, che acquisiscono valore nel tempo. In questo senso possono certamente diventare un investimento, ma allo stesso tempo sono anche oggetti culturali e, spesso, veri e propri lavori artistici.

Che cosa ha contribuito alla crescita del design da collezione nel corso degli ultimi anni?
Per molto tempo il collectible design ha rappresentato un ambito piuttosto ristretto, frequentato da un numero limitato di collezionisti. Oggi, invece, sempre più persone si avvicinano al design con lo stesso interesse con cui si avvicinano all’arte, per cercare oggetti che abbiano carattere, identità e una forte presenza estetica.

Il valore di un pezzo di design è dato dall’autore, dalla sua storia oppure dalla rarità?
Sono tutti elementi importanti, ma alla base c’è sempre l’autore. Il nome del designer ha un peso enorme: legittima il prezzo. Poi, naturalmente, entrano in gioco anche la rarità dell’oggetto e la sua storia. Quando dietro a un pezzo c’è una visione forte e riconoscibile, il suo valore tende a consolidarsi nel tempo.

Quali sono i mercati più interessanti per il design da collezione?
Gli Stati Uniti e l’Europa restano fondamentali, ma ci sono alcune sorprese, come ad esempio l’Austria. Ho diversi collezionisti austriaci con un gusto straordinario e un grande interesse per questo settore. Anche i Paesi dell’Oriente stanno crescendo molto, in particolare la Corea del sud è tra i più evoluti e sensibili al collectible design. È un Paese che ha sempre dimostrato una grande apertura verso la cultura del progetto.

Dal punto di vista dei designer, invece, quali aree del mondo sono più fertili nello scenario attuale?
Talenti interessanti arrivano da tutto il mondo. Il vero problema, semmai, è trovare oggetti che siano davvero originali. Oggi c’è una produzione enorme, spesso molto bella ma altrettanto omologata. Io cerco pezzi con una forte identità, che abbiano potenza e autenticità.

Che consiglio darebbe a un progettista che vuole iniziare una collezione di design d’autore?
La prima regola è scegliere ciò che emoziona. Non bisogna seguire le mode o le tendenze del momento, ma innamorarsi dei pezzi. Quando un oggetto ti colpisce davvero, è molto più probabile che rimanga significativo nel tempo. La seconda cosa è affidarsi a gallerie serie, con una storia e una credibilità consolidate.

Come sceglie i designer o gli oggetti da presentare in galleria?
La cosa migliore è vedere il pezzo dal vivo. Le fotografie possono ingannare: cambiano le proporzioni, si perdono dettagli. Lavorando con designer di tutto il mondo, però il primo contatto spesso avviene online.

I social media hanno cambiato il modo di fare talent scouting?
Sì, molto. Instagram è tra gli strumenti più utili: permette di intercettare rapidamente nuovi designer e idee. Poi ci sono i collaboratori, i designer che ne segnalano altri e i progetti che mi vengono proposti direttamente.

In molti anni di lavoro lei ha scoperto numerosi designer. Ce n’è qualcuno a cui è particolarmente legata?
A dire la verità, sono davvero tanti. Recentemente a Madrid mi hanno consegnato un premio alla carriera e mi ha fatto molto piacere vedere quanti designer spagnoli ho contribuito a lanciare. Il premio mi è stato consegnato da Nacho Carbonell, che considero quasi come un figlio. È stato un momento davvero emozionante.

Viviamo in un’epoca molto eclettica dal punto di vista estetico. Come si costruisce una collezione coerente che resista anche alle mode?
Ancora una volta direi seguendo l’istinto. E poi facendo dialogare i pezzi tra loro. Amo le case eclettiche, dove convivono oggetti di epoche e stili diversi. Non mi piacciono gli interni troppo rigidi, dove si sente più la voce dell’architetto che quella di chi abita lo spazio. Una collezione dovrebbe raccontare la personalità di chi la costruisce.

Il design può anche trasmettere messaggi sociali o ambientali.
Non solo può, ma deve farlo. Sono molto felice di vedere che sempre più designer affrontano temi come il riciclo e i nuovi materiali. Negli ultimi anni c’è stata un’evoluzione tecnologica incredibile. Materiali che prima non erano riciclabili oggi lo sono e questo apre possibilità creative straordinarie. (riproduzione riservata)

Alessandro Padoan e Alessandro Palmaghini, Galleria Fragile

Da sinistra, Alessandro Padoan e Alessandro Palmanighi, soci proprietari della galleria Fragile (foto Max @Max&Douglas)
Da sinistra, Alessandro Padoan e Alessandro Palmanighi, soci proprietari della galleria Fragile (foto Max @Max&Douglas)

Una ricerca simile a quella archeologica, l’antiquariato che incontra il modernariato e una riscoperta dei grandi nomi del design italiano. Le molte anime di Fragile, galleria nata a Milano nel 2000 dall’incontro di Gino Bosa e Alessandro Padoan, che ora la guida e gestisce con Alessandro Palmaghini, raccontano il desiderio di ripercorrere le tracce del passato per costruire assieme ai clienti collezioni che rispecchino il momento attuale, dominato dall’eclettismo. Situata in un ex spazio industriale, progettato nel 1950 da Elio Frisia, Fragile è un ecosistema che porta avanti il concetto di fucina creativa collettiva grazie alla selezione di pezzi dei maestri dagli anni 50 del ’900 a oggi, come Gio Ponti e Angelo Mangiarotti, Franco Albini e Gino Sarfatti, Carlo Scarpa e Gae Aulenti, e le collaborazioni con autori come Marco Zanuso jr, Carla Venosta e Anna Gilli. La vocazione documentale ha portato i galleristi all’acquisizione del marchio di lighting storico Arredoluce, poi ceduto ma di cui custodiscono l’archivio, e alla realizzazione di mostre monografiche, come quella appena inaugurata e visitabile fino al 29 maggio, «Property of Sergio Asti. A design heritage», che fa luce su un grande interprete del panorama milanese che non ha ancora ricevuto la giusta consacrazione, come hanno raccontato in questa intervista a MFL-Magazine For Living.

In che modo la nascita di Fragile ha intercettato una trasformazione del mercato del design del ’900?

Alessandro Padoan. Il progetto è nato da una precedente esperienza antiquariale. Allora ero giovane e mi attiravano il ’900 e il modernariato. Il periodo era propizio, perché fino a quel momento l’attenzione era rivolta agli inizi del secolo: l’Art déco, il Liberty. Gli anni 50 e 60 erano del tutto fuori dai radar del mercato, ma erano pronti a sbocciare. Ci sono stati 20 anni di fulgore per questi due decenni, poi il trend è cambiato e ora la tendenza è più riconducibile a un eclettismo di stili e periodi storici.

La compresenza di due anime, cioè design storico e produzione contemporanea, è un elemento di forza o comporta il rischio di frastagliare un po’ la vostra identità?

Alessandro Palmaghini. Il fatto di mescolare, avendo sempre una linea guida chiara, ci permette di essere più flessibili e andare a toccare ambiti diversi e interlocutori nuovi. Ciò che facciamo oggi non è cambiato: tutto parte da una ricerca storica e poi andiamo a contestualizzare sul mercato contemporaneo ciò che abbiamo trovato.

A proposito di storia, dal 2015 gestite l’archivio dello storico marchio del lighting Arredoluce. Qual è il valore di questa operazione di tutela patrimoniale?

A.P. e A.P. Il valore è enorme, è stato un investimento a lunghissimo termine che continua a restituirci qualcosa. L’intento è stato soprattutto quello di lasciare traccia. La storia del design italiano del Novecento va valorizzata anche attraverso pubblicazioni, libri e mostre perché questo bagaglio non si disperda. Viviamo la nostra anche come una missione paragonabile a quella degli archeologi.

Tornando al concetto delle tracce, lo spazio della galleria è stato disegnato dall’architetto Elio Frisia. In che modo questo contenitore completa il vostro percorso espositivo?

A.P. e A.P. È uno spazio neutro, dove c’è dentro il nostro mondo: gli uffici, la galleria, il magazzino, e quindi è proprio uno luogo funzionale e intimo che si rapporta agli oggetti.

Nel vostro lavoro di lettura critica avete ospitato una mostra su Franco Albini e ora su Sergio Asti. Perché queste monografiche?

A.P. e A.P. Non vogliamo lasciare cose non dette. Se però Albini è un nome altisonante, Asti arriva dalle retrovie e non ha ancora ricevuto la giusta consacrazione, ma grazie a un’onesta e attenta divulgazione ha le chance di diventare una blue chip per il mercato. Portano la sua firma alcuni pezzi memorabili, come la lampada Profiterolle per Martinelli luce e il vaso Marco per Salviati, oppure il modello Demodé per Venini. Asti era un progettista totale che lavorava parallelamente al design di prodotto e sui rivestimenti ceramici, nel mondo dei gioielli e nell’automotive.

Come si costruisce un corpus di design?

A.P e A.P. È un processo di crescita all’interno di questo mondo, cui si aggiungono sia pezzi coerenti con il resto sia di rottura. Abbiamo clienti che sono partiti collezionando una sola cosa, altri insaziabili. Qui subentra anche il ruolo dell’art o design advisor che trasmette il piacere di possedere qualcosa di esclusivo e avere un arredo che ha segnato la storia del design. Oggi non ci sono regole e si ammettono anche errori. Dev’esserci sempre un pezzo sbagliato che rende giusto il resto.

Ce n’è uno a cui siete più affezionati?

Alessandro Padoan. Questa è una domanda impossibile. Forse un mosaico che Alessandro Mendini ha fatto per la galleria, un regalo a cui sono molto affezionato.

Alessandro Palmaghini. A livello di genere direi le lampade, per il dialogo che la luce instaura con l’ambiente. (riproduzione riservata)

Orario di pubblicazione: 23/04/2026 11:00
Ultimo aggiornamento: 11/05/2026 11:28
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