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Culture

Tutti i the best delle sfilate donna fall-winter 2026/27

Dalle fashion week di Milano, Parigi, Londra e New York, le migliori collezioni femminili della prossima stagione fredda dal nuovo MFF-Magazine For Fashion 127

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Il finale della sfilata Dior fall-winter 2026/27 (foto Francesc Ten/MFF)
Il finale della sfilata Dior fall-winter 2026/27 (foto Francesc Ten/MFF)

Junya Watanabe

«Que a paz prevaleça no mundo». Che la pace regni nel mondo. Una scritta in portoghese attraversa come un’insegna quell’abito-scultura immaginato da Junya Watanabe, che porta a una riflessione sul mondo oggi. Perché ogni vestito che il designer jap crea per la fall-winter 2026/27 è una composizione naïf di oggetti, un luogo d’incontro di pensieri e ricordi. Il mantra? «The art of assemblage», recitano le parole che accompagnano il défilé. Che ha una nuova vena sentimentale e dramatic insieme. Non sono più spigolose regine punk, ma femmes dall’anima latina che si muovono sulle musiche di Astor Piazzolla e il suo Libertango. Esce per prima Irina Shayk, perché in questo regno concettuale nipponico servono modelle che sanno muoversi con un fare da attrice. I dress sono delle composizioni artistiche, layering di guanti e protezioni di tute da moto, carene metalliche e frammenti di maschere, pezzi di giacche e avanzi di oggetti sportivi. Ma anche stole di peluche, mantelle di stivali di pelle, argenti e specchiature, miniature di Marilyn Monroe by Andy Warhol, pellicce e parrucche per creare volumi quasi couture. Ecco il touch che aggiunge brivido. Capelli raccolti da ballerina, occhi che hanno pianto con mascara e rimmel colati. Ogni gesto che compiono è teatrale. Il cappotto gettato sulla sedia, la stola abbandonata sul lato della passerella, la posa statuaria mentre le luci si spengono. Perché l’anima concettuale di Watanabe è pronta a sorprendere con un colpo di scena. E in un momento dove tanti brand sembrano strategicamente confusi, divisi tra la paura di non vendere e quella di non essere relevant, ecco il coraggio del Sol levante. Collezione forte, moda, fashion seguendo una linea personale.

Un look Junya Watanabe fall-winter 2026/27 (foto Francesc Ten/MFF)
Un look Junya Watanabe fall-winter 2026/27 (foto Francesc Ten/MFF)

Celine

Michael Rider: «Ho ricreato un mix di vecchio e nuovo che è urgente e sognante allo stesso tempo»

I grandi altoparlanti e la sala candida suggeriscono una cosa, prestare attenzione a quella jam session vestimentaria che Michael Rider ha creato per Celine. Pronta a dare un nuovo statement di eleganza che strizza l’occhio a effetti monocromo e soffi di aria 60s e 70s. «Al suo meglio, Celine è uno stile», ha spiegato lo stesso Rider in quella lettera che accompagna il défilé, «un mix di vecchio e nuovo che sembra urgente e sognante. Creare le cose che tutti sogniamo di trovare e indossare». Il messaggio si affianca a quella sfilata che racconta non di un uomo o una donna Celine, ma una diversità di vibrazioni che compongono la collezione. Un incipit tutto black, pantaloni a trombetta nei tailleur, grandi sciarpe rigide che coprono in parte il viso, abiti di grandi tessere circolari specchiate che sorprendono sotto un trench, linee super stondate nei capospalla e improvvise fiammate vitaminiche nei completi, fino a drappeggi peplo. «Amo quando vite interiori disordinate, complesse, stratificate emergono da sotto grandi abiti», ha continuato Rider. «Pensare a persone con stile che indossano abiti bellissimi in modo personale. Persone che vuoi guardare, avvicinare, con cui passare le vacanze. Persone con brio. Persone con mordente». E, in effetti, quello che sale in passerella è un classico «with bite», che rilegge ed esagera alcuni pezzi iconici del guardaroba con tocchi di controllata stravaganza di collane e di cappelli in tante uscite. E nella venue, ricavata in una scatola di legno nel cortile dell’Institut de France, i grandi altoparlanti in legno e acciaio di Matéo Garcia audio impongono quella vibe che spazia da Prince al Pastor T.L. Barrett con la The youth for Christ orchestra. Il ritmo qui è tutto.

Chanel

Matthieu Blazy: «Il paradosso della maison è essere sia funzione che finzione, sia bruco che farfalla»

Just dance. Un remix della celebre hit firmata Lady Gaga conferma quella solarità, quella voglia di leggerezza che Matthieu Blazy ha portato a Chanel. Una formula che ha riacceso in modo deciso l’interesse per il brand, che nei giorni precedenti allo show è diventato fenomeno social, con i video girati dalle clienti che si recavano nei negozi di Parigi per acquistare la prima collezione by Blazy. E l’entusiasmo sembra aver accolto anche la seconda prova al p-à-p del designer. Il Grand Palais diventa il suo playground, con un riferimento all’infanzia con quelle enormi gru da costruzione in colori pop come un Meccano. Accolgono quelle rielaborazioni sapienti di tailleur, trench e maglieria che non perdono mai di preziosità. Anni 20. Cinture maschili che stringono i fianchi, esperimenti trompe l’oeil, metal mesh e fiori. «È come la seconda parte dello scorso show», ha spiegato Blazy pochi minuti dopo la fine del défilé. «Cos’è Chanel? Come è noto Mademoiselle rispose: Chanel, sono io. Ho trovato questo articolo su Le Figaro. Dove lei ha descritto in poche frasi il suo marchio, l’intero paradosso di Chanel che è una funzione e una finzione. Questo è ciò che ho fatto. Disse che la moda è sia bruco che farfalla». E davanti a un parterre con Margot Robbie, Teyana Taylor e Kylie Minogue, la partita si gioca su sapienti abilità, di tubini con paillettes che cambiano direzione o piccole catenelle maison che tintinnano negli orli di gonne e giacche. Spuntano fantasie astratte e concrete di tartan e check in maglia metallica, tra effetti iridescenti da nuove butterfly. Che non hanno paura del nero di un maglione o di un tubino ridotti ai minimi termini. Perché Chanel non è at work solo nell’allestimento, ma è in una felice evoluzione.

Un look Chanel fall-winter 2026/27 (courtesy Chanel)
Un look Chanel fall-winter 2026/27 (courtesy Chanel)

Gucci

Demna: «La mia visione è quella di creare capi e accessori che si affermano per ciò che sono»

Il G string è fatale, non perdona. Non perdonava 30 anni fa, quando l’aveva portato in passerella Tom Ford, mettendo quel sottile filo a sostenere un logo metallico in zona coccige. Non lo fa oggi, che a richiamarlo è Demna per il suo debutto con la prima sfilata Gucci. E la sorpresa è affidata a Kate Moss, che svela schiena e oltre nell’ultimo look da sera. Il messaggio è chiaro, come scrive lo stesso stilista nella lettera affidata ai social per scaldare i motori della sfilata-evento. «Heritage e fashion». Due parole chiave, una collisione. Ed ecco che il primo catwalk ufficiale prende corpo in una scenografia come una galleria di un museo. Musica italiana, musica techno, il mix sonoro e il remix vestimentario fra tradizione e spirito today davanti a un parterre dove spiccano Luca de Meo e Francesca Bellettini, rispettivamente numero uno di Kering e ceo di Gucci. In passerella spuntano amiche stylish come Vittoria Ceretti ed Emily Ratajkowski. Indossano creazioni costruite intorno al corpo, esibito e sfacciato. Capi seamless iper aderenti, giacche con velli intarsiati, due pezzi bling bling con morbidezza pyjamas. E tante borse, riletture di classici verniciate di nero o con flash metallizzati, portate come borghesi snob di L.A., sfacciate come nuove Lady Gaga in House of Gucci. Tra ragazzi palestrati inguainati in maglie second skin, ciabatte di pelliccia e marsupi. D’altronde, la dichiarazione d’intenti non era un mistero. «La mia visione per Gucci si fonda su un principio di pragmatismo», ha spiegato Demna, «creare oggetti desiderabili e autentici per persone diverse. Prodotti che esistono e si affermano per ciò che sono, senza bisogno di giustificazioni pseudo-intellettuali». Ossia, voli pindarici? Anche meno.

Louis Vuitton

Nicolas Ghesquière: «I vestiti ci uniscono. E ci trasportano nel mondo quasi come persone nomadi»

«Era più una sublimazione della natura. Quando abbiamo iniziato la collezione, volevamo lavorare su un abbigliamento quasi architettonico, capace di esprimere diverse forme di cultura legate agli abiti». Così Nicolas Ghesquière racconta l’incipit di quella sfilata che ha portato Louis Vuitton nel Cour carrée del Museo del Louvre. Dove lo scenografo Jeremy Hindle ha ricreato un neo paesaggio tra vetri, passerella candida e dislivelli geometrici coperti di vero muschio. Un paesaggio che accoglie quel viaggio estetico che fa pensare a montagne, foreste incantate, film epici, Il signore degli anelli o delle fairy tale in chiave video game. Ecco le prime mantelle-corazza per combattere il freddo, bastoni da viandante per sostenere le borse annodate come fazzoletti, cappelli di montone e chocker metallici, grandi ceste portate per ripararsi dal sole e giubbini di pelle con pelliccia vera o illusioni furry. «Penso che i vestiti ci uniscano, è quasi una forma di antropologia della moda», ha continuato Nicolas Ghesquière, «perché permette di vedere come persone in diverse parti del mondo trovino elementi in comune nel loro modo di vivere e di vestirsi da sempre, fin dall’inizio della storia». E quella «super nature» che viene citata prende le forme e cita gli animali. Flora e fauna lasciano impronte sui capi, ispirando creazioni che possono vivere in un paesaggio. Motivi animalier rivisitati vengono intrecciati su tela e denim, fiori modellati nella pelle come decorazione, a volte come protezione. «Le fairy tale, le fiabe, per esempio, sono un viaggio, e in un certo senso lo è anche Louis Vuitton. Alcuni capi possono trasportarti liberamente attraverso il mondo, quasi come persone nomadi. C’era davvero l’idea di un folklore universale».

Prada

Miuccia Prada e Raf Simons: «Ogni look appare quattro volte, ma proposto in modo diverso, togliendo uno strato alla volta»

La musica techno trance della colonna sonora irrompe nella sala che Prada ha pensato come una casa tagliata, a mostrare le tante vite che l’hanno abitata. Sono piani sezionati, tra quadri, caminetti, porte e boiserie per magioni ormai fantasma. E quel sound da rave party provoca la prima collisione con la sfilata immaginata da Miuccia Prada e Raf Simons per la maison. Un inno speciale al Dna della maison, con layering di capi indossati da 15 modelle che escono quattro volte ciascuna, senza cambi impossibili ma semplicemente togliendo il primo strato, sbucciando il look. Togliere, un concetto di neo minimal, una sottrazione successiva che mostra passioni vintage e lavorazioni effetto d’antan. «Invece di mostrare 60 look su 60 donne, abbiamo scelto di mostrare 15 look su 15 donne», spiega Raf Simons. «Ogni look appare quattro volte, ma proposto in modo diverso». Calze ricamate, sportswear e leggerezza anni 90, triangoli-logo e increspature nei materiali croccanti. «La stratificazione ha un significato preciso», aggiunge Miuccia Prada. «I capi vengono sovrapposti e poi rimossi, e in questo processo la nostra percezione dei singoli pezzi, degli abbinamenti e delle donne che li indossano si trasforma». Indossati da top come Bella Hadid, Amanda Murphy o Julian Nobis, con quell’underessing uscita dopo uscita, tra grandi polsini e frammenti di mantelle come all’ultima sfilata uomo. E nel front row, alcuni sguardi lasciano il segno. Come quelli di Mark Zuckerberg, numero uno di Meta, con la moglie Priscilla Chan, che si siede tra Lorenzo Bertelli e Andrea Guerra. In fondo, il progetto degli smart glasses firmati Prada, di cui si è parlato a metà dello scorso anno, probabilmente è sempre più vicino.

Un look Louis Vuitton fall-winter 2026/27 (courtesy Louis Vuitton)
Un look Louis Vuitton fall-winter 2026/27 (courtesy Louis Vuitton)

Matières fécales

Hannah Rose Dalton e Steven Raj Bhaskaran: «Questa collezione racconta che non sempre la ricchezza è glamour come appare vista dall’esterno»

Che cosa indossa il potere quando sa di essere osservato? La risposta di Matières fécales è teatrale ma lucidissima. Sulla passerella, che segna un anno dal debutto alla Paris fashion week, Hannah Rose Dalton e Steven Raj Bhaskaran immaginano frac, cilindri e giacche doppiopetto allungate. Eppure nulla qui è semplicemente un classico. Perché ogni codice viene esasperato, deformato, reso a tratti inquietante. Le gonne in tulle si gonfiano in volumi elisabettiani, claustrofobici. Il rosa shocking si fa ostentazione isterica, trasformando il glamour in caricatura persino quando è declinato sui gown dagli orli slabbrati. Il nero, invece, è controllo assoluto. E poi ci sono le maschere: banconote da un dollaro che coprono gli occhi come fossero bende, a dire che il denaro non è accessorio ma filtro. Poi, accanto all’élite, ecco comparire figure incappucciate, come ombre che incedono nel set già cupo. Ogni look racconta una tappa della storia dei designer, che hanno background opposti. «Ricordo quando ero bambino alla fermata dell’autobus, le buste della spesa tra le mani, durante i rigidi inverni canadesi. Un’auto di lusso si fermava al semaforo. Osservavo dietro i vetri oscurati quella famiglia perfetta», ricorda Bhaskaran. «Chissà, forse Hannah era in quell’auto. Ma lei direbbe che quella ricchezza non è così glamour come appare dall’esterno». Esplorando privilegi e privazioni, Matières fécales costruisce un théâtre du pouvoir, dove ogni silhouette è un personaggio. In un fashion system sempre più dominato da un’estetica senza posizione, la collezione sceglie una direzione chiara. Tracciando un immaginario che non è pensato per piacere, ma per essere letto. E questo, oggi, è un vero atto di potere.

Tom Ford

Haider Ackermann: «C’è consapevolezza, ogni look porta con sé una storia diversa»

Androgine. Siderali. Erotiche. Sono le virago che Haider Ackermann ha immaginato per Tom Ford. Con un’estetica che guarda a quel taglio modernista del suo fondatore, ma esaltato da un feeling quasi cinematografico. Sono attori e attrici di un film alieno popolato da uomini e donne dalle silhouette disegnate e allungate. Capelli tirati indietro, bocche con rossetti rossi e viola che vibrano. Per dare il colpo di grazia dopo essere stati stregati da completi con pantaloni stretti da una cintura-harness ed effetti voyeur con la plastica completamente trasparente per le gonne e per un cappotto indossato sopra un abito formale. Svelano con malizia, con seduzione, quell’intimo mixato a camicie maschili fino a mischiarsi con coccodrillo. «Rappresentano le persone che ho intorno a me, sono i miei eroi», ha spiegato lo stesso Ackermann, che dal 2024 disegna per la casa di moda, nell’orbita del gruppo americano Estée Lauder, la cui divisione fashion è in capo a Zegna group. E ha raccontato come, all’inizio, fosse quasi intimorito. «L’ispirazione nasceva dall’idea di persone che stanno dritte, salde nella propria vita, mentre tutto accade intorno a loro. Persone che hanno avuto un passato, un’altra vita prima di trovarsi lì. C’è una consapevolezza profonda, ognuno porta con sé una storia. All’improvviso sono lì, basando tutto su una nuova sicurezza». C’è pathos, c’è il fiato sospeso. C’è la voglia di entrare in quella storia mentale che è una via di mezzo tra un frame di Stanley Kubrick in qualche odissea spaziale e le fotografie beauty astratte uscite dalla mente di un maestro come Serge Lutens. Di sicuro, Haider Ackermann sa come creare un fashion moment e ha riportato Tom Ford sul piedistallo.

Fendi

Maria Grazia Chiuri: «Abbiamo lavorato insieme su uomo e donna per costruire un guardaroba condiviso»

Divinize. La voce di Rosalìa graffia dal soundtrack della nuova Fendi secondo Maria Grazia Chiuri, al suo debutto per il brand di Lvmh. Forse non è un caso, con quel messaggio che arriva come atto di purificazione e affermazione. Emancipatorio, abbraccia la complessità dell’identità femminile. E si fonde bene con la visione della designer, che per la maison romana sembra voler ripartire dal suo Dna. La sala è spoglia, per terra la scritta-mantra «Less I. More us. Meno io. Più noi». Primo indizio: il team, una factory un po’ come lo era la famiglia Fendi. Total black nei capi, quel nero di giacche, pantaloni e gonne che ripulisce la mente da sbavature. Nero preciso e nero pelle, maschile e sensuale, dark e cinematografico per segnare un inizio rigoroso, termine-chiave che aleggia nell’aria. «Da Fendi, con le cinque sorelle, c’è sempre stata creatività ma anche rigore», spiega Chiuri. Che sfila davanti a un parterre di celeb come Uma Thurman, Dakota Fanning, Saul Nanni. «Sono sicuro che Maria Grazia farà un gran lavoro», dice Bernard Arnault, numero uno del gruppo Lvmh, seduto accanto a Monica Bellucci e Valeria Golino. «Abbiamo lavorato insieme su uomo e donna per costruire un guardaroba condiviso», racconta la stilista. Velli vintage sono protagonisti di pezzi quasi one of the kind. I gilet vanno su tutto, i melange furry citano un sottobosco army, gli chemisier sono la base estetica di ogni vestito. Passando dal denim all over al pizzo, anche leather. E sempre dalle camicie arrivano i colletti, quelli vistosi che erano ossessione e vezzo narciso di Karl Lagerfeld, trasformati in choker per indurire un tailoring fluido. Con in mano icone come la Baguette e la Peekaboo, rilette nel segno di una nuova morbidezza.

Un look Fendi fall-winter 2026/27 (foto Francesc Ten/MFF)
Un look Fendi fall-winter 2026/27 (foto Francesc Ten/MFF)

Emporio Armani

Silvana Armani e Leo Dell’Orco: «Quali sono i nostri pezzi preferiti? Di sicuro, le camicie bianche nel finale»

L’Armani/Teatro di via Bergognone si trasforma in un palcoscenico vibrante. La collezione è il primo progetto congiunto di Silvana Armani e Leo Dell’Orco, che reinterpretano la lezione di Giorgio Armani in chiave contemporanea, con un dialogo naturale tra maschile e femminile, fondamento dello stile Armani, rivolto a un pubblico giovane e dinamico. Non a caso, lo show si intitola «Maestro». «Abbiamo immaginato studenti di conservatorio che escono con ragazze appassionate», dicono a fine show i creative director. Che a ringraziare chiamano con sé i designer Nicola Lamorgese e Marco Brunello. Spira un’aria più fresca e la sfilata tiene un passo svelto. «I nostri pezzi preferiti? Le camicie bianche nel finale». Nel front row, il glamour è internazionale e musicale. Kendall Jenner e Nicholas Galitzine accanto a Elodie, reduce dal suo quinto album Mi ami mi odi, e Blanco. Non mancano i volti più eclettici della scena italiana, Tananai, Tedua, Quevedo. E poi, alcune delle medaglie olimpiche più amate: Arianna Fontana, Lisa Vittozzi, Dorothea Wierer. La collezione si muove tra formalità british e sensibilità italiana. Tailcoat, gilet e berretti convivono con trench avvolgenti, completi morbidi, maglie e camicie ampie abbinate a pantaloni corti o bermuda con pinces profonde. Il denim, trattato come tessuto prezioso e quotidiano, punteggia la proposta. Piccoli stemmi richiamano i club. I materiali vanno dal tweed e jaspé alla lana/lino vissuta, dalla ciniglia alla pelle effetto used, fino al montone a pelo lungo. La palette di beige, greige e grigi si fonde in toni di marrone, interrotti da blu Armani con accenti di rosso e viola, mentre gli accessori oscillano tra stringate consumate, mocassini, borse essenziali o saccate oversize.

Dolce&Gabbana

Domenico Dolce e Stefano Gabbana: «L’identità, oggi, è il vero lusso. Un atto di resistenza e di affermazione»

L’attesa era alle stelle. Da quando, a inizio anno, Dolce&Gabbana ha annunciato il rilancio di The one con Madonna, le aspettative sul suo arrivo alla Milano fashion week erano altissime. Un segreto mantenuto fino all’ultimo, anche se la sera prima la pop star aveva postato un video su Instagram in cui ballava sul suo jet privato, diretta chissà dove. Viale Piave blindato, tutti seduti per aspettare il suo ingresso tra i bodyguard. Guanti verdi, un top corsetto, una giacca maschile e grandi occhiali scuri. La mega star ha assistito allo show della maison di Domenico Dolce e Stefano Gabbana che, a fine sfilata, sono usciti abbracciandola e prendendola per mano per accompagnarla nel backstage. Un’occasione speciale per i founder per parlare di identità. Dei propri codici che tornano in maniera forte sulla scena, evocando gli scatti di Marpessa immortalata da Gian Paolo Barbieri. «In un mercato così complesso, è importante ricordare chi siamo. Siamo stilisti, non direttori creativi», raccontano. «L’identità in questo momento è un vero lusso, un atto di resistenza e affermazione». Un lavoro sulle radici che, nel cuore degli stilisti, sono ancora vive. Su una passerella minimale, sormontata da una porta di marmo, sfilano tutti i codici del Dna Dolce&Gabbana. Maschile e femminile che giocano tra di loro in una palette dominata dal nero assoluto. Blazer mannish e abiti di pizzo con lingerie a vista. Slip dress, bustier e corsetti, giacche strette in vita sopra gonne panier. E non manca un tocco di novità. I cappotti dalle spalle scolpite sono infatti percorsi da abbottonate sul fronte e sul retro che ne rinnovano l’animo. In un mix di sicilianità, artigianalità e glamour per creare un’estetica fortemente riconoscibile.

Un look Emporio Armani fall-winter 2026/27 (foto Francesc Ten/MFF)
Un look Emporio Armani fall-winter 2026/27 (foto Francesc Ten/MFF)

Dior

Jonathan Anderson: «È una riflessione sull’andare al parco, sull’idea di promenade»

Una love story con Parigi, si potrebbe dire. Visto che su quelle sedie di metallo verde ai giardini delle Tuileries arriva a sedersi Paul Anthony Kelly, interprete di John F. Kennedy Jr. nella serie tv che sta spopolando. È uno degli ospiti allo show Dior per la f-w 2026/27, tra Anya Taylor Joy, Laetitia Casta e Charlize Theron, una sfilata che ribadisce un’altra love story, quella tra la Ville lumière e Jonathan Anderson, mente creativa della maison di Lvmh. «È una riflessione sull’idea di promenade, sull’andare al parco», spiega lo stesso Anderson, tornando a ragionare per immagini e stratificazioni nel ristrettissimo backstage. Intrecciando XVIII secolo e street style, Luigi XIV e le foto scattate da Tommy Ton fuori dai défilé, le ninfee di Monet e le sedute delle Tuileries, location per la passerella dov’è stata montata una struttura attorno alla fontana ora cosparsa di ninfee. Il punto di partenza sono i pleasure gardens, luoghi in cui si passeggiava per vedere ed essere visti, spazi pubblici attraversati da gerarchie precise. «Deve sempre iniziare dalla formalità per arrivare alla non-formalità», prosegue il designer, che manda in scena piccole giacche e gonne-tutù a nuvola di chiffon con strascico. Ecco marsine sciancrate e robe-manteaux notturni per silhouette che ricordano Maria Antonietta a Versailles, tra citazioni Rococò e anfibi con la scritta di metallo Dior. Con jacquard dorati e tessuti couture abbinati a gonne a balze di denim usurato e ricamato. E poi quei divertissement molto Loewe-ish che alla fine sono proprio di Anderson. Un sandalo diverso dall’altro con una ninfea sul piede destro, un grande fiore appoggiato sull’abito, una borsetta a forma di rana stilizzata e i bottoncini da wedding dress che decorano i pantaloni. (riproduzione riservata)

Orario di pubblicazione: 27/04/2026 11:00
Ultimo aggiornamento: 27/04/2026 11:00
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