skin track
Culture

Tra eleganza e pop, «Nixon in China» si radica a Parigi. Arriverà a Milano nel 2027

All’Opéra Bastille, Valentina Carrasco rilegge il capolavoro di John Adams come un sogno febbrile sul potere. La produzione dovrebbe arrivare alla Scala il prossimo anno. E a un mese di distanza alla salle Garnier approda Philip Glass con «Satyagraha»: focus sulla scuola americana del minimalismo.

di Tommaso Palazzi
Leggi dopo
tempo di lettura

Nixon in China a Parigi (courtesy Opéra de Paris)
Nixon in China a Parigi (courtesy Opéra de Paris)

La scuola americana del Novecento fa tendenza all’Opéra di Parigi, quella che Giuseppe Verdi chiamava la «grande boutique», ora mette in vetrina titoli che nella nostra Italia stentano a vedersi. E allora, John Adams entra solidamente in repertorio con la sua prima opera, Nixon in China, che torna in scena nella stessa produzione sold out già nel 2023. Mentre la maison scalda i motori per Philipp Glass che debutterà il mese prossimo.


C’è qualcosa di profondamente contemporaneo nel modo in cui Valentina Carrasco affronta Nixon in China: non la ricostruzione di un evento storico, ma la sua dissoluzione in immagine, simbolo, teatro dell’inconscio. La ripresa di marzo 2026 all’Opéra Bastille conferma questo titolo come un classico del Novecento capace di parlare, oggi più che mai, la lingua ambigua dello spettacolo politico.


Carrasco sposta il baricentro dalla cronaca alla visione. L’Air Force One diventa un’aquila d’acciaio, totem meccanico e minaccioso, mentre il celebre “ping-pong diplomacy” si trasforma in un gioco reiterato, quasi ossessivo, metafora di una diplomazia che è sempre performance. Non c’è realismo, piuttosto un’estetica straniante, sospesa tra propaganda e sogno, con le scene di Carles Berga che costruiscono un paesaggio mentale più che geografico. La Cina di Mao è un teatro di icone, l’America di Nixon una coreografia di gesti già visti.

Nixon in China a Parigi (courtesy Opéra de Paris)
Nixon in China a Parigi (courtesy Opéra de Paris)

Al centro, un cast che tiene insieme la tensione emotiva e la dimensione simbolica. Thomas Hampson disegna un Nixon fragile, quasi disallineato rispetto al proprio ruolo, con un’intensità che inquieta più che sedurre. Accanto a lui, Renée Fleming è una Pat Nixon luminosa e profondamente umana, capace di trasformare la First Lady in una figura empatica, quasi lirica nella sua vulnerabilità. Sorprende Caroline Wettergreen nei panni di Chiang Ch’ing: la sua è una presenza tagliente, vocalmente acrobatica, che restituisce tutta la ferocia ideologica del personaggio.


Sul podio, Kent Nagano prende il posto di Gustavo Dudamel e sceglie una via più analitica, scolpendo la partitura con precisione quasi chirurgica. Emergono dettagli, stratificazioni, micro-dinamiche che rendono la scrittura di Adams ancora più sofisticata. Resta però una certa pesantezza orchestrale, soprattutto nei momenti corali, dove il suono tende a sovrastare le voci, smussando l’equilibrio drammaturgico.

 
Se il primo e il secondo atto mantengono una tensione visiva e musicale altissima, il terzo accusa qualche cedimento: il tempo si dilata, la drammaturgia si fa più rarefatta, quasi dispersiva. Ma è forse proprio in questa sospensione che Carrasco trova il suo punto più radicale, trasformando il finale in una sorta di eco, un riflesso lontano di ciò che è stato.

 
Il dato più interessante, però, è di sistema. A un mese di distanza, la stessa Parigi mette in scena per la prima volta Satyagraha di Philip Glass. Due titoli, due poetiche diverse ma contigue, che disegnano un vero focus sulla scuola americana: quella del minimalismo e del post-minimalismo, dove la ripetizione diventa linguaggio e la storia si trasfigura in rito.

Nixon in China a Parigi (courtesy Opéra de Paris)
Nixon in China a Parigi (courtesy Opéra de Paris)

Se Glass lavora per accumulo ipnotico, per cicli che sembrano sospendere il tempo in una dimensione quasi spirituale, Adams introduce nella stessa grammatica una tensione narrativa più marcata, una teatralità che guarda alla politica, ai media, al potere come spettacolo. In mezzo, una linea estetica che dagli anni Settanta arriva fino a oggi e che l’Europa, e in particolare Parigi, sembra finalmente voler rileggere in chiave sistemica, non più episodica. 


Questo Nixon in China si impone così come un’operazione riuscita, capace di attraversare il confine tra politica e immaginario, tra documento e visione. Non un’opera su Nixon, ma sul potere come costruzione scenica, fragile e reiterata. E mentre Parigi costruisce un piccolo ma significativo dittico americano, lo spettacolo è già atteso a Milano il prossimo anno, pronto a misurarsi con un altro pubblico e, inevitabilmente, con un’altra idea di teatro. (riproduzione riservata)

Orario di pubblicazione: 22/03/2026 11:39
Ultimo aggiornamento: 10/05/2026 20:04
Condividi Condividi su Whatsapp Invia ad un amico Stampa news





Homepage MF Fashion

La newsletter per rimanere sempre aggiornato sul mondo della moda e del lusso