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Culture

Soshi Otsuki: «Nel mio brand convivono sartoria giapponese e italiana»

«Il desiderio di proporre un contrappunto alla cultura sartoriale occidentale è al centro del mio lavoro», spiega a MFF–Magazine For Fashion il designer, vincitore dell’Lvmh Prize 2025. «Mi ispiro a Giorgio Armani e cerco di essere un pioniere in questo campo, seguendo la sua stessa visione»

di Giada Cardo
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Un ritratto di Soshi Otsuki (courtesy Lvmh prize)
Un ritratto di Soshi Otsuki (courtesy Lvmh prize)

Nella cultura giapponese c’è una parola che indica la perseveranza non come semplice virtù, ma come principio che spinge a superare ogni ostacolo. Si tratta del «ganbaru», un concetto che, confida Soshi Otsuki a MFF-Magazine For Fashion, «mi ha guidato sin dall’inizio, anche quando emergere sembrava impossibile». Oggi il successo internazionale, ufficializzato a settembre dalla vittoria dell’Lvmh prize, non solo conferma la forza dell’approccio del creativo giapponese, ma la proietta al mondo passando per Firenze. È nel contesto dell’edizione di gennaio di Pitti uomo, infatti, che Otsuki ha tenuto la sua prima sfilata. In scena, la collezione fall-winter 2026/27, un menswear classico ma ricco di contaminazioni, dal workwear allo sport, che gli è valso un lungo applauso finale. «Il nostro team è ancora piccolo, circa quattro persone, e ogni stagione nasce dal confronto su come superare le sfide precedenti», dice il designer. Che ha un desiderio semplice, ma non scontato: «Stare al passo con i cambiamenti che sta affrontando la moda».

Che cosa ha provato a salire in passerella a Pitti uomo?

Finora avevo presentato le mie collezioni a Tokyo in formato lookbook, perciò è stato un onore poter mettere in scena una sfilata a Pitti, una kermesse che ha visto protagonisti designer leggendari. Io sono nato e cresciuto in una nazione insulare remota del Far east, per questo il desiderio di lasciare un segno come contrappunto alla cultura sartoriale occidentale è sempre stato al centro del mio lavoro creativo. Presentare qui la mia collezione mi ha fatto sentire come se fossi finalmente entrato in una pagina di storia.

Qual è l’ispirazione dietro la collezione presentata a Firenze?

Ho sempre tratto ispirazione dal periodo della bolla economica giapponese degli anni 80 e 90, quando i completi Made in Italy erano in voga. Stavolta sono partito da lì per fare un passo in più, immaginando un’inversione di prospettiva, quasi una forma di importazione inversa dal Giappone all’Italia. Ma non si tratta di contrapposizione, bensì di coesistenza, perché ho cercato di combinare i punti di forza della sartoria giapponese e italiana.

Come si è avvicinato al mondo della moda?

Avevo 15 anni quando ho visto i défilé di Dior homme su YouTube. Fino a quel momento la moda ai miei occhi era pura eleganza, ma lì ho capito che poteva diventare arte. E una giacca di Dior è il primo capo che ho comprato con i guadagni di un lavoro part-time.

Lei ha fondato Soshiotsuki nel 2015, a 25 anni, e lo scorso settembre ha ricevuto l’Lvmh prize a Parigi. È stato difficile emergere all’inizio?

In Giappone la perseveranza è un principio fondamentale, il «ganbaru», che spinge a superare ogni ostacolo. Questo concetto mi ha guidato sin dall’inizio, anche quando emergere sembrava impossibile. Ancora oggi siamo un team piccolo, circa quattro persone, e ogni stagione nasce dal confronto su come superare le sfide precedenti.

Tra i suoi modelli c’è Giorgio Armani. In che modo la ispira?

Giorgio Armani ha provocato una trasformazione radicale nel prêt-à-porter maschile. Io mi sforzo di essere un pioniere in questo campo, proprio come lui.

Come invece la tradizione giapponese entra nel suo lavoro?

Per molti il retaggio nipponico è rappresentato dal kimono, per me è disciplina e uniformità. Un modo di pensare e vivere che cerco di esprimere attraverso la moda.

Negli ultimi sei mesi ha vinto il premio Lvmh e sfilato a Pitti. Il next step?

Il mio desiderio è di riuscire a stare al passo con i cambiamenti del settore. Utilizzerò l’Lvmh prize per rafforzare l’infrastruttura del brand, così da arrivare a sfilare due volte l’anno, operando con maggiore continuità e autonomia. Di sicuro, la sartorialità resterà sempre al cuore di questo progetto. (riproduzione riservata)

Orario di pubblicazione: 06/03/2026 11:00
Ultimo aggiornamento: 06/03/2026 14:05
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