BusinessRobeco, la moda cerca nuove risorse per modelli di business circolari
Il trend analyst della società, Sam Brasser, ha illustrato alcuni passaggi e soluzioni per il contenimento dei consumi della fashion industry, il cui 70% delle emissioni di Co2 viene dai processi di produzione dei materiali. «Gli investitori sostengono sempre più le start-up impegnate nella realizzazione di materiali ricavati da cellule vegetali, fungine e animali», ha spiegato l'esperto
Fra le tematiche centrali del mondo della moda, da anni spicca quello della sostenibilità. Il fashion può essere più green? Quanto è importante inaugurare cicli di produzione più circolari? Questi i grandi interrogrativi che da tempo si pone il settore. Secondo un’indagine condotta da McKinsey & company e Global fashion agenda, oggi circa il 70% delle emissioni di Co2 dell’industria della moda deriva dai processi di produzione, anche dei materiali. La fashion industry rimane una delle realtà più grigie fra tutti i comparti merceologici, ma alle domande sui rischi green della produzione ha provato a dare delle risposte Sam Brasser, trend analyst della società di ricerca Robeco.
Secondo l’interpretazione e lo studio dell’esperto, il restauro, il noleggio e le operazioni di resale, come i servizi offerti dai singoli brand o dai marketplace, sono modelli di business circolari che aumentano l’utilizzo sia mediante un incremento della fruizione per utente che attraverso l'aumento degli utenti per prodotto. Ma chi sono i protagonisti di questo ciclo? Se da un lato i Millennials e la Gen Z hanno una predilezione per il fast fashion, dall'altro sono anche i consumatori più propensi ad acquistare abiti di seconda mano o a noleggiarli. Secondo un'indagine condotta da Refinery29, il 91% delle donne millennials ha acquistato o è disposta ad acquistare abiti di seconda mano, mentre un report di Thredup ha rilevato che due acquirenti su cinque di abiti di seconda mano stanno sostituendo gli acquisti di fast fashion.
«Attualmente l'industria della moda opera principalmente secondo un modello lineare composto da tre fasi, take (la raccolta delle materie prime), make (la produzione dei capi) e waste (il successivo smaltimento dei capi). Con l’avvento del modello di business del fast fashion, un capo di abbigliamento si è trasformato da bene durevole, destinato a durare anni, ad acquisto impulsivo. Tra il 2000 e il 2015, la produzione di abbigliamento è raddoppiata, mentre il numero di volte che un capo di abbigliamento viene indossato è diminuito del 36%», ha spiegato Brasser.
Oltre alle fasi di produzione e ai consumi, un ruolo centrale è giocato anche dai materiali. «Oggi i materiali di nuova generazione sono oggetto di un enorme clamore nel settore della moda. Gli investitori sostengono sempre più le start-up impegnate nella produzione di alternative compostabili ricavate da cellule vegetali, fungine e animali», ha specificato l'analista. «Tra il 2018 e il 2021 è stato raccolto circa un miliardo di dollari (pari a oltre 960 milioni di euro al cambio di oggi) di capitali per finanziare innovazioni nei materiali che sostituiscano le fibre animali nell'abbigliamento, e diverse collaborazioni hanno coinvolto marchi di alto profilo. Ci aspettiamo che questo slancio porti allo sviluppo e alla scalabilità di una serie di materiali di nuova generazione nei prossimi anni».
La soluzione delineata dalla sua tesi è chiara. L’arrivo di nuove risorse economiche da parte delle aziende di moda e di chi lavora nel green per favorire nuove idee. Innovazioni. Per esempio, come conclude Brasser: «La Material innovation initiative, un'organizzazione no-profit che si dedica all’accelerazione dello sviluppo di materiali di nuova generazione, ha identificato 36 aziende che sostituiscono pelle, piuma, seta, lana e pelliccia attraverso partnership con marchi di moda internazionali. Il che potrebbe con il tempo portare a un'adozione commerciale su larga scala». (riproduzione riservata)