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Culture

Quick chat con i costumisti Stefano Ciammitti e Ursula Patzak

Un’intervista doppia ad alta velocità. Domande e risposte a due costume designer per il cinema e il teatro. Per scoprire quali sono i punti chiave del loro lavoro

di Giada Cardo
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Da sinistra, Stefano Ciammitti e Ursula Patzak
Da sinistra, Stefano Ciammitti e Ursula Patzak

Da dove parte per sviluppare i costumi per un film o un’opera teatrale?

Stefano Ciammitti. Tutto inizia dalla sceneggiatura o dal libretto. In passato partivo da immagini, pittura, fotografia, ma oggi lo spunto iniziale arriva sempre più da biologia, zoologia, botanica, geologia... Non esiste miglior designer della natura nell’uso del colore e delle forme.

Ursula Patzak. Si parte sempre dalla sceneggiatura. Il costume non è mai solo estetica, ma racconta chi è un persona, come vive, che percorso fa. Per questo si studiano l’epoca, il luogo e l’atmosfera del progetto. Il confronto con il regista è fondamentale.

In che maniera la moda entra nel suo lavoro?

S.C. Nella moda, lo storytelling e la teatralità nelle sfilate hanno creato un legame emotivo tra maison, stilista e spettatore, si pensi ad Alexander McQueen e John Galliano. È interessante come entrambi hanno reinterpretato i periodi storici: è ciò che facciamo noi con i film d’epoca.

U.P. Trovo interessante lo sguardo della moda sul passato, per reinterpretarlo in modo più accessibile e moderno. È stimolante avere un approccio diverso sulla storia del costume per non ricostruirla solamente, ma rileggerla con riferimenti non strettamente storici.

Che ruolo hanno tessuti, silhouette e colori nella costruzione dell’identità di un personaggio?

S.C. Il mio maestro Piero Tosi mi ha insegnato a riconoscere forme e silhouette. Grazie a crinoline, panier e altro, possiamo far rivivere un’intera epoca. Ma farlo bene è difficile e faticoso, basti pensare cosa vuol dire girare una serie tv strizzati in un corsetto con 40° gradi. Matilda De Angelis (protagonista de La legge di Lidia Poët, ndr) ne sa qualcosa.

U.P. Nel cinema l’abito comunica uno status sociale, un ruolo o un’evoluzione del personaggio. Il colore indica tratti della personalità e stati d’animo, i tessuti uno status o sfumature caratteriali, le silhouette un’epoca storica. Ma un altro punto chiave è il legame stretto tra scenografia e luce, per cui il costume non esiste da solo ma in rapporto agli altri.

Pensa che il coinvolgimento dei brand di lusso cambi la percezione del costume cinematografico?

S.C. I brand del lusso hanno sempre avuto un ruolo importante nei film, si pensi alle pellicce di Fendi per Visconti o al lavoro di Giorgio Armani per Martin Scorsese. Per me è sempre un piacere collaborare con le griffe: con la loro storia, danno un’idea precisa della vita di un personaggio, e può essere un vantaggio. Ma la loro presenza va dosata molto bene.

U.P. Credo di sì, il costume si fa anche veicolo di desiderio legato a un brand, contribuisce a creare icone culturali di stile, diventa tendenza fuori dal film. Gli stilisti e i brand hanno un richiamo diverso, suscitano più attenzione e curiosità nello spettatore. Ad esempio, è successo ne Il grande Gatsby, con la co-lab tra Miuccia Prada e Catherine Martin.

Qual è stata la richiesta più strana che ha ricevuto per dei costumi e come l’ha sviluppata?

S.C. La serie tv più strana e divertente che ho fatto è Supersex, sulla vita di Rocco Siffredi. Ho ricostruito i set più iconici della sua carriera: film in costume storico, tra il camp e il kitsch più improbabile, che oggi, più che eccitare, fanno sbellicare dalle risate.

U.P. Per l’Elektra, con scene e costumi di Anselm Kiefer, dovevo creare un mantello-scultura per la regina Clytemnestra. Kiefer l’aveva già realizzato, ma se ne doveva fare una replica, rendendolo indossabile senza perdere l’elemento scultoreo.

Come immagina il futuro del costume design in relazione alla moda?

S.C. Sono attratto dalla moda e spesso mi chiedono se vorrei disegnare una mia collezione. Sarebbe interessante, ma penso che noi che creiamo abiti per il cinema abbiamo almeno una fortuna, diventata sempre più rara nella moda: non dover per forza fare i conti con le logiche del mercato, disegnando pezzi unici non necessariamente riproducibili.

U.P. Moda e costume si nutrono a vicenda e questo crea un ponte tra passato e presente, rendendo la storia più accessibile. Oggi la tendenza è rendere il costume storico più di moda, come in Bridgerton o Frankenstein di Benicio del Toro. Per me è di stimolo per rivedere il costume storico con un’angolazione diversa. (riproduzione riservata)

Orario di pubblicazione: 07/03/2026 11:00
Ultimo aggiornamento: 07/03/2026 11:00
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